Archivi categoria: Riflessioni politiche e didattiche

No all’accanimento contro i docenti sospesi!

Lo stato di emergenza, deliberato dal Consiglio dei ministri il 31 gennaio 2020terminerà il 31 marzo 2022. Come si legge nel sito del Ministero della Salute, “dal 1° aprile sarà possibile per tutti, compresi gli over 50, accedere ai luoghi di lavoro con il green pass base (vaccinazione, guarigione, test). Dal 1° maggio l’obbligo di green pass verrà eliminato”. Ma i docenti non vaccinati o vaccinati senza terza dose, i guariti con una o due dosi che rientreranno a scuola non potranno andare regolarmente in classe e saranno destinati a non meglio precisate “attività di supporto all’Istituzione scolastica”, mentre dirigenti e personale ATA non in regola con l’obbligo vaccinale riprenderanno regolarmente le loro mansioni. Se da un lato è positivo che venga finalmente garantito il diritto alla retribuzione per tutti e il diritto al lavoro per Ata e dirigenti, dall’altro è inaccettabile per i docenti un umiliante e mobbizzante demansionamento della funzione, con il rischio di subire gli arbìtri dei dirigenti. Quando venne introdotto l’obbligo vaccinale per il personale scolastico abbiamo scritto: “l’introduzione dell’obbligo è particolarmente assurda perché circa il 90% del personale è già vaccinato […] Tale livello di vaccinazione, il rispetto delle norme sul distanziamento fisico e l’uso dei dispositivi garantiscono il regolare svolgimento delle lezioni in presenza e in sicurezza”. Quando fu introdotto il GP rafforzato nella scuola il 95% del personale era vaccinato, una delle percentuali più alte tra le categorie lavorative.

Siamo, oggi, di fronte a un accanimento incomprensibile, visto che anche nel periodo di assenza dei docenti non vaccinati i casi di contagio nelle scuole sono proseguiti con numeri significativi, come nel resto della società. Inoltre, è particolarmente assurdo vietare di entrare in classe ai docenti con un tampone negativo (i cui costi, per equilibrare diritto alla salute e diritto al lavoro, dovrebbero essere a carico dello Stato) quando nelle stesse aule vi sono alunni, in numero sicuramente maggiore, non vaccinati e senza obbligo di tampone. In attesa che la Corte Costituzionale risponda al CGA della Sicilia, secondo cui parte del d.l. n. 44/2021 (convertito in l. n. 76/2021) sarebbe in contrasto con gli artt. 3, 4, 32, 33, 34, 97 della Costituzione, chiediamo che tutti gli insegnanti sospesi rientrino a scuola per esercitare, senza alcuna limitazione, la funzione docente. Al tempo stesso, chiediamo che venga comunque prorogato il contratto al personale precario impegnato fin qui nelle supplenze, in modo da rafforzare di fatto l’organico Covid, di cui le scuole hanno particolare bisogno. Il personale interessato può rivolgersi alle sedi locali dei COBAS Scuola per valutare quali forme di tutela poter attivare.

ESECUTIVO NAZIONALE COBAS SCUOLA

Fermiamo la guerra , fuori le truppe russe dall’Ucraina

Condanniamo l’invasione dell’Ucraina scatenata da Putin e chiediamo l’immediato “cessate il fuoco”, il ritiro delle truppe russe e l’apertura delle trattative per una pace duratura.

E condanniamo anche la messa in allerta dell’arsenale nucleare russo e l’attacco alla centrale nucleare ucraina, con il rischio concreto di una catastrofe umanitaria e ambientale

Manifestiamo la nostra solidarietà al popolo ucraino aggredito e siamo al fianco di quella parte del popolo russo che, nonostante migliaia di arresti, si oppone all’invasione dell’Ucraina.

Siamo contro la Nato, le cui politiche espansionistiche in Europa, dopo il dissolvimento dell’Urss, hanno fornito il pretesto alle mire neo-imperiali putiniane per invadere l’Ucraina.

Contro il riarmo generalizzato, chiediamo il disarmo nucleare e bellico a livello planetario, dagli arsenali russi e cinesi a quelli USA e Nato e degli altri paesi con armi nucleari.

Diciamo NO alla decisione dei governi europei e di quello italiano di intervenire nel conflitto inviando armi all’Ucraina, NO all’utilizzo logistico e operativo di qualsiasi base militare sul nostro territorio.

Vogliamo un’Europa di pace e di accoglienza per tutti i popoli e per il pieno sostegno ai profughi.

Siamo contro l’economia di guerra e il carovita, per la fine dello stato di emergenza e per la riduzione delle spese militari.

Chiediamo l’invio dei “caschi blu” dell’ ONU per garantire la sicurezza dei corridoi umanitari.

14 marzo 2022

Esecutivo Nazionale Confederale COBAS

ADERIAMO ALLO SCIOPERO FEMMINISTA E TRANSFEMMINISTA DELL’8 MARZO

Mobilitiamoci per contrastare lo sfruttamento e la precarietà, per affermare il diritto al reddito universale di autodeterminazione e per la difesa della scuola pubblica. Nelle nostre lotte è indispensabile tenere conto del punto di vista di genere, a partire dal riconoscimento della divisione sessuale del lavoro e dell’imposizione alle donne del lavoro di riproduzione e di cura, nodi fondanti dell’organizzazione capitalistica patriarcale, lavoro ulteriormente aggravato negli ultimi due anni dalla gestione privatistica e familista della pandemia. 

Anche attraverso la scuola passa un modello educativo e istituzionale che può legittimare la visione patriarcale della società e le discriminazioni di genere. Per questo l’8 marzo ci mobilitiamo: 

  • contro la retorica dell’insegnamento come lavoro di cura e come occupazione contigua al lavoro domestico-familiare e per questo scarsamente retribuita;
  • contro l’uso sistemico del precariato che da anni tiene in piedi la scuola italiana in una logica di sfruttamento indiscriminato che va a colpire in modo determinante la componente femminile;
  • contro l’alternanza scuola-lavoro che veicola precarietà e sfruttamento ed è causa di infortuni e di morte;
  • contro ogni discriminazione e violenza di genere, contro l’omolesbobitransfobia perché la scuola sia un luogo sicuro per le persone che ci lavorano (in particolare donne e soggettività LGBTQI+)  e per gli/le/* studenti che hanno diritto ad un ambiente accogliente in cui si promuova l’educazione di genere, all’affettività, alla sessualità, al rispetto; contro le ingerenze esterne nella scuola e  i tentativi di condizionamento da parte di organizzazioni fondamentaliste e clerico-fasciste;
  • contro ogni forma di autoritarismo delle/dei dirigenti e di competizione sfrenata portati dalle ultime riforme della scuola, contro il sistema di controllo che si è venuto a creare con gli strumenti della valutazione (RAV, Invalsi) e i dispositivi premiali che condizionano fortemente la libertà di insegnamento e le relazioni all’interno dell’ambiente scolastico;
  • contro ogni ingerenza del privato nella scuola pubblica statale che deve essere laica e gratuita per tutt*;
  • contro la dad che penalizza fortemente l’apprendimento delle/degli studenti e costringe le donne a spazi e tempi che non prevedono soluzione di continuità fra lavoro e lavoro di cura;
  • contro la guerra, espressione estrema della violenza patriarcale, contro il riarmo e le spese militari. Fermiamo le guerre nel mondo, fermiamo la guerra in Ucraina.

Aderiamo allo sciopero globale femminista e transfemminista dell’8 marzo, strumento politico, intersezionale, internazionalista, in grado di unire e sostenere le lotte locali e le lotte transnazionali mettendo in relazione soggettività diverse e sfruttate in tutto il mondo e denunciando l’intersezionalità dello sfruttamento patriarcale che non è solo sessista ma anche classista e razzista .

Invitiamo tutt* a partecipare allo sciopero dell’8 marzo e segnaliamo questi appuntamenti territoriali:

  • h 9:00–12:00 in Piazza Maggiore per il presidio organizzato da Non Una di Meno Bologna;
  • h 9:00 presidio sotto la prefettura di Bologna organizzato da Cobas e SGB;
  • h 17:00 ritrovo in Piazza XX Settembre per il Corteo femminista e transfemminista.

Cobas Scuola Bologna

LA GUERRA NEL CUORE DELL’EUROPA

L’autocrate Putin ha deciso di intervenire militarmente in Ucraina, usando l’alibi del sostegno alle due autoproclamatesi repubbliche indipendenti di Donetsk e Lugansk, rischiando di trascinare in un conflitto incontrollabile l’intera Europa: un’operazione militare non giustificabile, nonostante l’obiettivo dichiarato sia la protezione della popolazione russofona dalle bande neonaziste, e che di fatto si manifesta come un tassello dell’espansionismo grande-russo con mire imperiali. Le dichiarazioni di Putin sono chiarissime:1) “l’Ucraina è uno stato terrorista che non esiste, è stato creato dalla Russia”; l’errore sarebbe stato commesso da Lenin e dai bolscevichi che erano “fissati” con i problemi delle nazionalità e volevano garantire l’autodeterminazione dei popoli; 2) lo stesso errore Putin ha addebitato a Lenin per quel che riguarda le altre repubbliche circostanti, alle quali “Lenin e i bolscevichi hanno dato troppo potere”, riferendosi in particolare a Estonia, Lettonia e Lituania, con toni minacciosi. L’altro protagonista della guerra portata nel cuore dell’Europa, la NATO, costituitasi in nome della “difesa dell’Europa dalla minaccia sovietica”, ha continuato ad esistere anche dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia e perfino dopo la dissoluzione dell’URSS e delle cosiddette “democrazie popolari” dell’Est europeo, rappresentando negli ultimi trent’anni il maggiore fattore di destabilizzazione ben oltre l’Europa, in Medio Oriente (Libano, Siria, Irak), in Nord Africa (Libia), in Kossovo, nella penisola arabica (Yemen), in Afghanistan e altrove. 

La precipitazione della situazione imposta dalla Russia va tuttavia inquadrata in un contesto più generale: e in particolare una sfida decisiva si sta sviluppando nel quadrante del Pacifico e dell’Asia Orientale. Da tempo la Cina rivendica la sovranità sul Mare Cinese meridionale provocando allarme nei Paesi limitrofi; assieme alle questioni Taiwan e Hong Kong, tale rivendicazione ha reso l’area Indo-Pacifica un polo geo-politico nevralgico, in grado di ri-disegnare gli equilibri internazionali politici, economici-commerciali e militari. La mossa di Putin di riconoscere le repubbliche del Donbass, annettendole di fatto alla Russia, pur presentata come necessaria per impedire l’allargamento della NATO fino ai propri confini, sta avendo l’effetto di spostare improvvisamente le tensioni dall’area Indo-Pacifica all’Europa. Occorre comunque distinguere la responsabilità del blocco euro-atlantico USA/NATO nella destabilizzazione dell’Est Europa dalla decisione russa nella precipitazione della crisi: da una parte il già citato allargamento a Est di un’alleanza con propensione aggressiva come la NATO, dall’altra la Russia che si è ripresa pezzi della Moldova e della Georgia, ha sottomesso la Bielorussia, ha annesso la Crimea e ora le due repubbliche del Donbass ucraino. Inoltre, alla politica di potenza statunitense e dei Paesi europei (Francia, Italia, Inghilterra) nel Mediterraneo, la Russia ha risposto insediandosi in Libia e in Siria. Infine, mentre l’Ucraina non è entrata a far parte della NATO, le Repubbliche del Donbass sono di fatto annesse alla Russia: un attacco USA con la giustificazione della difesa dell’Ucraina sarebbe dunque considerato un attacco alla Russia, con tutte le conseguenze del caso. Non dimentichiamo infine le conseguenze sull’Unione Europea, i cui i Paesi, l’Italia in particolare, hanno un ruolo strategico non tanto sul piano politico-diplomatico (ove appaiono comparse impotenti) quanto su quello militare. La presenza di basi operative NATO e USA nei nostri territori (Aviano e Ghedi -con testate nucleari-, Camp Darby, MUOS di Niscemi, Sigonella, base navale di Augusta) rende la nostra penisola un obiettivo sensibile per eventuali ritorsioni, ma soprattutto ci vede trascinati nel rischio di un possibile intervento armato. 

In ogni caso, oltre le distruzioni dirette provocate dalla guerra, le ricadute economico-sociali potrebbero essere terribili: 1) l’Italia è il Paese più fragile sulla questione energetica (il 45% del fabbisogno proviene dal gas estero, in particolare dalla Russia): il resto dell’Europa, in qualche modo, può fronteggiare la crisi energetica, ricorrendo al carbone e all’energia atomica, mentre l’Italia può entrare in una crisi micidiale per la problematicità degli approvvigionamenti e il rincaro esponenziale delle materie prime, dei prodotti fossili, del gas; 2) le conseguenze maggiori sarebbero pagate dalle classi popolari e da lavoratori e lavoratrici con i rincari esponenziali delle tariffe e delle bollette, e con il possibile aggravamento della situazione occupazionale per il fallimento di aziende strangolate dai costi triplicati (almeno) delle materie prime e dell’energia per la produzione; 3) di fronte ai progetti europei di rinuncia al fossile, è difficile pensare che Paesi, la cui economia dipende in prevalenza dall’esportazione di gas e petrolio, non reagiscano; 4) quanto sta accadendo metterà a serio repentaglio l’annunciata transizione ecologica. 

Per tutti questi motivi, è necessario che il movimento pacifista e contro la guerra riprenda voce ed esprima senza se e senza ma il completo rigetto, il totale ripudio della guerra come strumento per dirimere le controversie tra Stati e i contrasti internazionali: non un soldato, non una base, nessun finanziamento (ulteriore) a operazioni belliche in Est Europa. 

Esecutivo nazionale Confederazione COBAS

I COBAS E LE MOBILITAZIONI STUDENTESCHE: FERMIAMO LE MORTI DA STAGE!

Non è passato un mese dalla morte di Lorenzo Parelli, lo studente friulano scomparso a gennaio per un incidente occorsogli mentre svolgeva uno stage in fabbrica, e lo strazio si ripete. Un altro studente, sedicenne, Giuseppe Lenoci di Monte Urano (Fermo), paga con la vita la scellerata scelta politica di allontanare gli studenti dalle aule per renderli manovalanza gratuita al servizio di imprese pubbliche e, soprattutto, private. Giuseppe, che stava svolgendo un tirocinio in Alternanza Scuola Lavoro in una ditta di termoidraulica, stava tornando a casa quando il furgone aziendale su cui viaggiava ha avuto un incidente e lui è morto sul colpo.

Di scuola-lavoro non si può morire

La sua morte non è solo un tragico evento perché, come ci hanno ricordato gli studenti scesi – e manganellati – nelle piazze, l’alternanza scuola lavoro è il volto palese di una scuola che ha perso il suo ruolo di formare e istruire per diventare cinghia di trasmissione di un sistema che “non solo sfrutta, ma prepara allo sfruttamento ed educa a sfruttare”.

Gli incidenti si sono verificati in centri regionali di formazione professionale, ma sarebbero potuti capitare in qualsiasi scuola secondaria, da quando la controriforma renziana ha imposto l’obbligatorietà dei percorsi scuola-lavoro. D’altronde, il ministro dell’Istruzione è l’entusiasta Bianchi, che ha addirittura pensato di estendere questa attività nelle scuole primarie, introducendovi un tutor con la funzione di avviare bambini e bambine “al mondo del lavoro”, con un’operazione perversa di descolarizzazione di massa.

L’attività lavorativa obbligatoria introdotta dalla malascuola di Renzi ha il fine malcelato di insegnare alle giovani generazioni le basi fondamentali (ideologiche e pratiche) del mondo del lavoro nell’epoca del neoliberismo trionfante: precarietà, dequalificazione, sfruttamento e, compreso nel pacchetto, la mancanza di sicurezza.

Sia nella formazione regionale sia nella scuola pubblica, soprattutto negli istituti tecnici e professionali, questa pratica ha messo a disposizione delle aziende sui territori centinaia di migliaia di giovanissimi/e che, con la giustificazione di imparare il mestiere, introiettano la concezione dominante per cui è una fortuna trovare un impiego anche se i diritti (salariali, contrattuali, di orario e organizzazione) devono essere sacrificati.

L’ASL (Alternanza scuola lavoro), ora pudicamente ridenominata PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento), insieme agli stage gratuiti e al sotto inquadramento degli apprendisti, costituisce la nuova frontiera del mercato del lavoro, in cui lo scambio non è più tra forza lavoro e salario, ma tra lavoro e formazione, reale o presunta che sia. Spesso si tratta di lavoro gratuito tout court.

Si tratta di una scuola che mostra un volto classista e che diventa funzionale ad un disegno di selezione/esclusione sociale. In questo disegno non è più prevista l’istruzione di massa e l’università è un privilegio per pochi. Per tutti gli altri, la formazione è mirata allo svolgimento di un lavoro e il suo ruolo si riduce a quello di fornire le dovute competenze.

Noi crediamo invece che la scuola sia e debba essere altro. Non luogo di precoce addestramento al lavoro ma luogo di formazione dello spirito critico. E che studiare non sia un privilegio, ma un diritto. Anni di politiche liberiste hanno demolito questo diritto. È ora di tornare a rivendicarlo.

Esattamente come noi, il movimento studentesco, che sta rialzando la testa dopo due anni di reclusione psicologica, denuncia l’ASL/PCTO come una malapratica da abolire, per riportare nelle aule (da ampliare, ristrutturare e rendere accoglienti) studenti e studentesse: non si migliora la scuola allontanando dall’istruzione, ma rendendo migliore la scuola eliminando le classi-pollaio, aumentando gli organici e attrezzando laboratori e aule di strumenti adeguati e ammodernati.

I lavoratori e le lavoratrici dei COBAS della scuola il 28 gennaio hanno scioperato, scendendo in piazza in tutta Italia a fianco degli studenti e delle studentesse.

Il 18 febbraio aderiremo alla giornata di mobilitazione nazionale indetta dalle organizzazioni studentesche.

Come COBAS chiediamo:

1) la sospensione immediata di tutti i percorsi di scuola lavoro nell’anno in corso;

2) l’abolizione del PCTO/ASL nelle scuole e l’abolizione del sistema integrato regionale formazione-istruzione;

3) l’apertura della scuola all’esterno come parte integrante di un processo educativo e non come fornitura di mano d’opera schiavistica alle imprese;

3) la fine immediata dello sfruttamento di lavoro non retribuito sotto forma di stage gratuito e la formazione specifica al lavoro a carico delle aziende dopo la fine dei percorsi di studio;

4) la sostituzione dell’addestramento al lavoro con la riflessione critica e la formazione approfondita sui diritti e sulla sicurezza sul lavoro;

5) il superamento della controriforma Gelmini di tecnici e professionali con il ripristino delle ore laboratoriali e l’ammodernamento dei laboratori con la strumentazione necessaria;

6) l’eliminazione delle classi-pollaio, l’aumento degli organici (docenti e ATA).

16 febbraio 2022 Esecutivo Nazionale COBAS Scuola

ALCUNE BUONE RAGIONI PER PRESENTARE LISTE COBAS ALLE ELEZIONI DELLE RSU  

01 febbraio 2022

Per partecipare alla presentazione delle liste nella tua scuola entro il 25 febbraio usa i soliti contatti in intestazione.

Da più di vent’anni nelle scuole sono state introdotte le rappresentanze sindacali unitarie elette da docenti e Ata, titolari delle relazioni sindacali al livello delle singole scuole, così come avviene nel privato a livello aziendale. Esse sono dunque un effetto del processo di trasformazione delle scuole sul modello aziendale che ha preso avvio con l’introduzione dell’autonomia scolastica e della figura della dirigenza scolastica che costituisce la controparte pubblica delle Rsu. I Cobas hanno sempre evidenziato i limiti delle Rsu e in generale dell’introduzione della contrattazione decentrata a livello delle istituzioni scolastiche, ma al tempo stesso hanno sempre riconosciuto che fosse importante utilizzare ogni mezzo a disposizione per contrastare la crescita di potere dei dirigenti, la subordinazione di docenti e Ata, l’esautoramento degli organi collegiali di autogoverno della scuola democratica. Le Rsu possono rappresentare in questo senso uno strumento che consente di creare aggregazione e conflittualità all’interno di un mondo, quello delle scuole, per certi aspetti diventato irriconoscibile rispetto a quello che era due decenni fa. Presentare liste Rsu Cobas è innanzitutto una scelta pratica, legata alla sopravvivenza di in una categoria sempre più sottomessa, disunita e degradata, costretta non di rado a subire comportamenti illegittimi di capi e capetti o l’ingerenza indebita dei genitori-clienti. Le scuole oggi, a più di vent’anni dalle grandi trasformazioni neoliberiste, sono divenute spesso luoghi di lavoro opprimenti, governati dal dirigente e dal cerchio dei suoi collaboratori come se fossero aziende. Si è creata una distanza sempre più marcata tra il dirigente e il suo staff da una parte e il resto delle persone che lavorano a scuola, i primi con compiti organizzativi, i secondi con compiti esecutivi.  Anche le scelte didattico-organizzative sono sempre più spesso frutto di decisioni della dirigenza e la funzione degli organi collegiali nel corso degli anni si è ritrovata sempre più svilita, ridotta a momento burocratico di ratifica e legittimazione di decisioni prese e discusse altrove e accettate con rassegnazione o disinteresse. Il modello partecipativo fondato sul funzionamento degli organi collegiali e sulla nomina collegiale di colleghe e colleghi con ruoli organizzativi è ormai un lontano ricordo e non costituisce più un’esperienza di riferimento, vissuta in prima persona, per la maggior parte della categoria.

Le stesse Rsu possono diventare parte di questa nuova divisione del lavoro nelle scuole: esiste il rischio molto concreto che siano cooptate di fatto come parte aggiuntiva dello staff, coinvolte nell’organizzazione del funzionamento delle scuole perdendo la loro funzione democratica e rappresentativa che, in una scuola aziendalizzata, deve essere solo quella di cercare di riaggregare quella maggioranza di insegnanti e Ata che non ha ormai più una propria voce. La prima fondamentale ragione che giustifica la presentazione di liste Cobas è proprio questa: occupare posti che potrebbero finire nelle mani sbagliate con conseguenze per tutti.

Quali spazi di azione offre la prospettiva di divenire Rsu? Accennerò di seguito ad alcuni aspetti specifici di intervento delle Rsu che costituiscono al tempo stesso motivazioni pratiche, concrete, che dovrebbero spingerci a presentare le liste Cobas nelle scuole.

Informazione. La conoscenza dei dati, di qualsiasi dato che determina le scelte organizzative della scuola, sugli spazi, sugli organici, sulla formazione classi, sull’assegnazione ai plessi e alle classi e in generale ogni dato che riguarda l’organizzazione del lavoro, costituisce informativa dovuta che non può essere rifiutata. Oggi la mancata condivisione di informazioni costituisce il cuore della riorganizzazione verticistico-aziendale delle scuole. Senza adeguate informazioni le possibilità di azione o reazione sono spesso ridotte al lumicino, ci si trova davanti a fatti compiuti cui seguono giustificati quanto inutili sfoghi lamentosi. Potere avere accesso alle informazioni e farne partecipi i colleghi è già di per sé un atto di resistenza, dunque una opportunità legata al ruolo della Rsu che è assolutamente da cogliere.

rsu 2022

Vademecum

Opposizione. Il lavoro quotidiano è oggi regolato da un profluvio di circolari interne che sono sempre più espressione di scelte dirigenziali non condivise, non comprese e in ultima analisi subite, anche se non legittime, da lavoratrici e lavoratori. La Rsu può mettere in discussione l’opportunità o la legittimità del contenuto delle circolari chiedendone la rettifica o il ritiro. Ciò è possibile perché la Rsu esprime istituzionalmente la rappresentanza dei lavoratori, dei loro interessi e della loro volontà di non essere trattati come zerbini. Quale docente o Ata, in quanto singolo, può pensare di essere ricevuto o semplicemente di avere risposta a una mail con “richiesta di chiarimenti” presentandosi individualmente al dirigente? A che titolo infatti potrebbe presentarsi se non come portatore di interessi meramente personali?

I diritti e i doveri. Non è certo raro trovarsi di fronte nella vita scolastica a palesi violazioni dei diritti previsti dal Contratto nazionale. Ad esempio il diritto di chiedere permessi personali e permessi per la formazione, sancito dal Contratto nazionale, viene sempre più spesso interpretato come concessione del dirigente e pretestuosamente negata, così come d’altra parte compaiono dal nulla nuovi obblighi senza fondamenti normativi, come recuperi non dovuti o frequenze di corsi di formazione presentati illegittimamente come obbligatori. Certo, ognuno può singolarmente imporre il rispetto dei propri diritti ma, se ancora si crede necessario cercare di unire lavoratori e lavoratrici, controbattere punto per punto su questo tipo di violazioni in quanto Rsu apre uno scenario di conflitto e di lotta comune che ha una valenza completamente diversa.

Organi collegiali. Le Rsu hanno indirettamente un compito di tutela e valorizzazione degli organi collegiali. Come si è detto, si muovono su un terreno che può essere sdrucciolevole perché sono sempre a rischio di cooptazione nella cerchia dirigenziale. Questo rischio diventa concreto quando l’interlocuzione con la Rsu viene utilizzata per saltare il passaggio del confronto collegiale. Può apparire paradossale ma diventare Rsu significa da questo punto di vista vigilare sulla limitazione dei loro poteri affinché non si sostituiscano agli organi collegiali, in particolare al Collegio dei docenti.

I canali di comunicazione. La Rsu ha diritto di affissione in bacheca, anche sul sito della scuola, e soprattutto di avere un indirizzo di posta elettronica istituzionale con accesso agli indirizzi di tutto il personale in servizio. È una opportunità fondamentale per chiunque abbia interesse a cercare di unire, ricomporre, creare spazi di confronto e di rafforzamento dei lavoratori e delle lavoratrici, soprattutto nelle scuole più grandi. Essa costituisce il tassello fondamentale per gestire e condividere le informazioni a cui si ha accesso, le proposte, le iniziative di lotta e eventualmente per spiegare le ragioni che hanno portato a interrompere le relazioni sindacali o a non firmare il contratto.

Assemblea. La Rsu ha diritto a convocare assemblee in orario di servizio su qualsiasi tema di pertinenza sindacale. È doveroso ricordare che il monopolio del diritto di convocazione delle assemblee nelle mani dei sindacati “maggiormente rappresentativi” priva i lavoratori e le lavoratrici del loro diritto di scegliere come utilizzare le 10 ore a cui hanno diritto. Diventare Rsu Cobas consente di riappropriarsi, almeno in parte, del diritto di indire assemblee nella propria scuola dove non è affatto scontato peraltro che Rsu di altre sigle sindacali lo facciano.

La gestione delle risorse economiche. Compito della Rsu è contrattare i criteri per la ripartizione delle risorse assegnate nel Mof e in generale di tutte le risorse destinate alla retribuzione accessoria. La presenza al tavolo di contrattazione consente di portare avanti nel modo più condiviso (attraverso l’informazione e le assemblee) le decisioni sulla ripartizione di tali fondi a partire dalla consapevolezza che, almeno in parte, esse sono sottratte al monte salariale contrattato a livello nazionale, sono quindi prese dalle nostre tasche e non sono un fondo accessorio della scuola e tantomeno un fondo del dirigente. Ciò consente se non altro di denunciare l’utilizzo sempre più marcato di tali risorse per riconoscere il lavoro appaltato dai dirigenti e che dovrebbero pagarsi semmai con le loro risorse contrattuali. Pur negli evidenti limiti d’azione che presenta oggi la contrattazione della parte economica, la presenza di una Rsu Cobas può permettere di portare avanti le proposte di allargare il più possibile la platea dei beneficiari della retribuzione accessoria, di riconoscere il carico di lavoro ordinario di tutti e dunque una voce di flessibilità non legata a funzioni e progetti specifici, di stabilire un tetto massimo della retribuzione accessoria per persona, di evitare il cumulo degli incarichi.

Trasparenza sui compensi. La Rsu può e deve chiedere e pretendere di essere informata in modo dettagliato sui nominativi delle persone che hanno avuto accesso alla retribuzione accessoria, sugli incarichi svolti e i relativi compensi. Sempre più spesso i dirigenti, appellandosi alla tutela della privacy e al parere del Garante, si rifiutano di fornire questi dati, nonostante le sentenze sfavorevoli. Come Rsu, anche nel caso della più irremovibile ostinazione contraria, abbiamo sempre il potere non solo di interrompere le relazioni sindacali e eventualmente di intraprendere le vie legali, ma di informare tutto il personale della violazione dei principi elementari di trasparenza e rispetto di tutti

Bonus premiale. La lotta contro il bonus premiale previsto dalla legge 107 è stato uno dei punti caldi delle lotte delle Rsu Cobas nel quinquennio passato. Su questo aspetto, come sulla chiamata diretta, abbiamo ottenuto una importante vittoria. La Legge di bilancio 2020 ha provveduto a cancellare il bonus premiale previsto dalla legge 107 restituendo le somme stanziate a tale scopo all’ordinaria contrattazione di istituto senza più vincoli di destinazione né limiti di accesso da parte del personale in servizio. Non mancano tuttavia ancora oggi dirigenti che si ostinano a non voler rinunciare alla possibilità di gestire in modo discrezionale questa parte della retribuzione accessoria. Solo una Rsu determinata e combattiva può far fronte a questa pretesa, denunciarla pubblicamente e rifiutarsi di sottoscrivere ogni contrattazione dei criteri generali per l’attribuzione premiale del fondo di valorizzazione.

L’organico potenziato. A tutti gli effetti rappresenta una risorsa aggiuntiva assegnata alle scuole, seppure non monetaria. L’utilizzo dell’organico potenziato è certamente uno snodo centrale della gestione aziendalistica delle risorse umane nella scuola, essa non deve essere lasciata all’arbitrio dirigenziale ma in primo luogo ricondotta alla discussione collegiale: è nel Collegio dei docenti che bisogna discutere e decidere quali figure docenti richiedere in organico, come distribuire le ore di potenziamento tra il personale in servizio e quali compiti assegnare. In molte scuole siamo riusciti a concretizzare l’equa distribuzione delle ore di potenziamento come nuovo criterio per l’assegnazione dei/delle docenti alle classi, ma anche le proposte di ore di “esonero” per compiti organizzativi previste dal CCNL 2016/18, devono essere presentate e discusse in collegio. A questo riguardo rimane aperto un terreno nuovo anche per l’azione delle Rsu, in quanto le risorse di potenziamento utilizzate per incarichi organizzativi si aggiungono alle risorse utilizzate per riconoscere le attività svolte solitamente dallo staff. La Rsu può far emergere il quadro di tali cumuli di riconoscimenti e conteggiare le ore di “esonero” come risorse assegnate per lo svolgimento degli incarichi in sostituzione della retribuzione aggiuntiva e fare in modo che non piova sempre sul bagnato.

Autonomia e autotutela. La figura del rappresentante sindacale con legittimazione elettiva garantisce l’accesso a una posizione indipendente e paritaria che non ha eguali nella scuola di oggi, in cui dominano i processi gerarchizzanti. La Rsu, sul piano delle relazioni sindacali, esce dal rapporto lavorativo di subordinazione per entrare in una relazione paritaria. In quanto Rsu interloquisce e tratta su un piano di autonomia e parità con la dirigenza scolastica e tanto più con le figure delegate a svolgere funzioni dirigenziali.  Alle spalle ha inoltre il sindacato, di cui è rappresentante, e ogni attacco alla sua persona e alle sue funzioni è un attacco ai Cobas e genera una reazione diversa da quella personale, perché il conflitto si sposta immediatamente di livello coinvolgendo in prima persona la sede Cobas provinciale. Da questa posizione di rappresentante eletto ha uno spazio di azione e di autodifesa che non potrebbe mai avere come singolo.

Carriera alias, COBAS: “uno strumento di riconoscimento e rispetto”

Negli ultimi due anni, in diverse scuole italiane, ad esempio nei Licei “Cornaro” di Padova, “Russoli” di Pisa, “Marco Polo” di Venezia, “Ripetta” di Roma, “Buonarroti” di Latina, “Siciliani” di Lecce, nell’Istituto Comprensivo “Foligno 1”, nell’Istituto Tecnico “Cerboni” di Portoferraio, è stato adottato, attraverso una delibera dei rispettivi Consigli di Istituto, un regolamento per l’attivazione e la gestione della carriera alias.

La carriera alias è un atto che muove dal principio del rispetto verso chi inizia o ha già iniziato un percorso di transizione di genere e che in questo modo a scuola può trovare un ambiente attento all’identità di genere in cui si riconosce e a cui sente di appartenere. La carriera alias offre la possibilità di vivere in un contesto di studio sereno, attento alla tutela della privacy e della dignità della persona, un contesto in grado di favorire rapporti interpersonali improntati al reciproco rispetto di libertà e di inviolabilità. Si tratta  di un protocollo che permette di sostituire il nome anagrafico con quello scelto dallo/dalla studente nel registro e nei documenti interni alla scuola. Una richiesta che risponde all’esigenza di non sentirsi intrappolate/i in descrizioni che, accettando solo la definizione binaria maschio/femmina, impediscono di fatto il riconoscimento della persona e della sua identità di genere.

Il protocollo dà la possibilità alla persona – che lo richiede direttamente alla scuola, se maggiorenne, o tramite la famiglia, se minorenne – di essere denominata e riconosciuta nel genere di elezione  dopo aver avviato un percorso di transizione dal sesso biologico o dal genere attribuito alla nascita verso quello percepito e sentito come proprio. 

La/lo studente non ha alcun obbligo di presentare certificazioni mediche o psicologiche né la scuola deve richiederle. Nel caso in cui la persona che ha richiesto l’attivazione della carriera alias consegua il titolo di studio finale senza che sia intervenuta alcuna sentenza definitiva di rettificazione e di nuova attribuzione di genere, tutti gli atti ufficiali della carriera scolastica, compreso il rilascio del titolo finale, faranno riferimento a quanto  dichiarato al momento dell’iscrizione a scuola.

Ogni studente è titolare del fondamentale diritto all’istruzione posto a garanzia del pieno sviluppo della sua personalità; in questo senso la scuola pubblica italiana dovrebbe rappresentare un luogo di confronto, di crescita culturale e sociale e di cambiamento. Purtroppo, ancora oggi, vi sono studenti a cui è impedito di esprimersi  liberamente e di vedere riconosciuto un aspetto importante della propria identità, il genere,  Possono essere studenti transgender o che fanno riferimento a sé come persone non binarie.

Accade che le loro identità o espressioni di genere differiscano dal genere assegnato alla nascita: il loro modo di presentarsi, di vestirsi, di chiamarsi e farsi chiamare, e tanti altri aspetti della vita di relazione all’interno di una comunità come quella scolastica, possono diventare motivo di stigmatizzazione e di non riconoscimento del loro percorso esistenziale e della loro dignità di persone che non si adeguano alle norme sociali legate al genere.

Spesso la scuola rappresenta un contesto dove ci sono studenti che, a causa della loro identità che non corrisponde alle aspettative socioculturali sul genere, sono con maggior probabilità vittime di  atti di discriminazione, violenza, isolamento e bullismo. 

Le ricerche internazionali hanno ben evidenziato che l’essere vittima di tali comportamenti (che possono essere indicati genericamente con il termine transfobia) è correlato ad un maggior rischio di abbandono e insuccesso scolastico, di depressione, di disturbi del comportamento alimentare, di pensieri e atti suicidari.

La varianza di genere o non conformità di genere è ancora purtroppo segnata dallo stigma sociale e, seppure l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2018 non la consideri più tra le “malattie mentali”, ancora oggi chi non si conforma al sesso biologico o al genere attribuito alla nascita, chi chiede di essere indicato con il nome e i pronomi in cui si riconosce, è considerato di per sé “il problema”. Tale meccanismo di stigmatizzazione era stato purtroppo messo in atto nei mesi scorsi al Liceo “Dini” di Pisa, dove uno studente aveva chiesto l’attivazione della carriera alias, già operativa in un altro liceo della stessa città, affinché venisse riconosciuto il genere in cui si identificava.

La scuola aveva invece sollevato problemi di “sensibilità degli insegnanti”, di fatto rifiutando la richiesta dello studente che andava proprio nel senso di un legittimo riconoscimento di un aspetto fondamentale della propria persona. Alla fine, anche grazie alla denuncia pubblica dello studente e alla solidarietà delle/dei compagne/i, che avevano occupato la scuola, il collegio docenti ha approvato a stragrande maggioranza l’attivazione della carriera alias. Attivare la carriera alias significa innanzitutto per la scuola creare le condizioni che permettano a studenti, che hanno intrapreso il percorso della transizione, di esprimere e vivere liberamente la propria identità, di non essere costretti a coming out forzati in cui dover spiegare perché non si utilizza più un nome e un’identità  che non corrisponde a come ci si sente e come ci si presenta e che ostacola il percorso di costruzione e affermazione della propria identità.

Essere riconosciute/i per ciò che si è e si è scelto di essere rappresenta un bisogno fondamentale a cui la scuola può rispondere in maniera positiva attraverso iniziative, come la carriera alias, che pongono la dignità e la libertà della persona come valori che non solo la scuola promuove ma che trovano fondamento nella stessa Costituzione.

Esecutivo Nazionale Cobas Scuola

Assemblea sindacale della scuola primaria regionale a distanza Giovedì 20 gennaio dalle 17.30 alle 19.30

La scuola primaria è in affanno. Le fatiche della pandemia si aggiungono alla scarsa cura posta dagli ultimi governi, incapaci di valorizzare una storia di grande qualità. Il personale opera sempre più spesso con risorse insufficienti e si trova a dover garantire con il proprio impegno un diritto allo studio a rischio.

Per discutere dei molteplici aspetti di questa situazione abbiamo deciso di organizzare la

Assemblea sindacale regionale a distanza
per i lavoratori e le lavoratrici della scuola primaria
Giovedì 20 gennaio dalle 17.30 alle 19.30

Per iscriversi compilare il form qui

Ordine del giorno:
• Il Tempo pieno non cresce e non è garantito e le compresenze vanno assicurate anche alle sezioni a tempo normale.
• La controversa questione dell’inserimento dei docenti di educazione fisica nelle quarte e quinte classi.
• Il problema annoso delle supplenze (mancata chiamata di supplenti, uso delle compresenze e di insegnanti con attività già progettate, ecc).
• Contrazione delle ore di sostegno e delle ore delle educatrici/educatori.
• Retribuzione inferiore delle/dei docenti della primaria rispetto agli altri livelli di scuola.
• Figure degli insegnanti potenziati e loro uso disinvolto da parte delle dirigenze
• Situazione crescente di carico di lavoro e di disagio del personale ata, sia di segreteria che collaboratori scolastici.
• Difficoltà di accesso e di utilizzo dei servizi di neuropsichiatria.
• Scarsi investimenti nell’inclusione e nelle ore di alfabetizzazione per le/gli alunne/i NAI.
• Diritto all’aggiornamento e illegittimità dell’obbligo fuori dall’orario di lavoro.

Cobas Scuola Emilia Romagna

INFO Via San Carlo, 42 – cobasbol@gmail.comhttps://www.cobasbologna.org 051.241336

Nel terzo anno di pandemia la scuola continua a pagare. Quello che il Governo non ha fatto e le richieste dei Cobas

12/01/2022

Il “governo dei migliori”, di fronte all’esponenziale aumento dei contagi delle ultime settimane, alla crescente e insostenibile pressione sul sistema sanitario, all’allarme sul peggioramento della situazione che – assicurano gli esperti – ci attende nei prossimi giorni, alza le spalle e tira dritto: la scuola può ripartire “in presenza e in sicurezza”, secondo la formula, propagandistica e beffarda, con cui ha accompagnato il suo “non fare” per la sicurezza della scuola nel primo anno di vita. Mai come oggi appare nella sua evidenza il paradosso di un governo che rivendica ossessivamente un risultato (scuole in presenza e in sicurezza) che nella realtà ha fatto di tutto per scongiurare. Niente di ciò che andava fatto per rendere le scuole più sicure è stato realizzato e tutto è rimasto nella situazione, già disastrosa, precedente alla pandemia: lasciate le classi pollaio, nessuno spazio aggiuntivo, trasporti insufficienti e sovraffollati, aule senza sistemi di areazione. Nessuna delle proposte presentate in questi due anni di pandemia sono state recepite, persino l’obbligo di distanziamento di un metro è stato di fatto abolito, preso atto che in gran parte delle scuole non è praticabile. Non è stata minimamente presa in considerazione l’opportunità di invertire la rotta della politica pluridecennale di tagli forsennati che ci ha consegnato il disastro che oggi è sotto gli occhi di tutti, tanto nella scuola quanto nella sanità. Così, mentre si è continuato a ripetere “mai più DAD”, le comunità scolastiche sono state lasciate da sole a fronteggiare l’emergenza, tra le mille difficoltà di sempre, a cui si sono aggiunte quelle scaturite dall’emergenza sanitaria e quelle determinate dalle incaute uscite dei “migliori”, che hanno aumentato la confusione e moltiplicato i problemi. Nonostante ciò, le scuole si sono arrangiate e hanno garantito la didattica in presenza anche nelle crescenti difficoltà applicando le regole, poco chiare, dettate dai vari decreti-legge.

Abbiamo denunciato in estate la grande manovra diversiva del green pass che è poi continuata con l’introduzione dell’obbligo vaccinale nella scuola, perché rispondeva a finalità diverse dalla gestione sanitaria della pandemia, in un contesto, quello della scuola, in cui avevamo già aderito in massa alla campagna di vaccinazione. Perfino la necessaria campagna di vaccinazione è stata infatti gestita con l’intento politico di assolvere il governo da ogni responsabilità e dopo due anni, con i vaccini disponibili, la scuola si trova ancora una volta in ginocchio. I presidenti delle regioni dal canto loro ovviamente ne approfittano e decidono, come negli ultimi due anni, di chiudere le scuole invocando ipocritamente il diritto alla salute solo per coprire le loro responsabilità in merito al disastro sanitario e di tutti i servizi pubblici essenziali della regione, mentre fanno carte false per rimanere in zona bianca per far “girare l’economia”.

La posizione dei Cobas è stata e rimane quella di mantenere le scuole aperte a meno che le condizioni di diffusione del contagio – e non sta certo a noi stabilirlo – determinino la necessità di chiudere tutto, a partire dai servizi non essenziali. Per questo, pur consapevoli dell’attuale diffusione del contagio e della rabbia diffusa nel mondo della scuola, riteniamo inaccettabili le richieste di chiudere le scuole, e solo le scuole, avanzate da numerosi dirigenti: una coazione a ripetere che rivela lo svilimento dell’importanza  del benessere e della salute psicofisica dei giovani, del diritto allo studio, che parte proprio da chi dovrebbe  sostenere che la scuola non può essere considerata un servizio superfluo, che la DAD non è scuola e che ha già prodotto abbastanza danni, che la scuola insomma deve essere l’ultima a chiudere.

Draghi ha rivendicato in conferenza stampa un cambio di passo rispetto al governo Conte 2: la scuola non è la prima a chiudere, ma l’ultima. L’accoglimento del ricorso da parte del Tar Campania contro l’ordinanza di chiusura di De Luca è sicuramente una notizia positiva, anche se dovrebbe far riflettere sugli effetti devastanti di un ulteriore autonomia regionale differenziata. Ma il governo Draghi ha la responsabilità politica di non aver fatto quello che era necessario per rendere effettivo lo slogan della scuola aperta e in sicurezza, con l’aggravante che aveva i fondi del PNRR per farlo! Per cui, il rischio è che un numero crescente di classi sia ancora una volta in larga misura consegnato alla Dad per decisione dei dirigenti, di fronte all’impossibilità di avere un tracciamento tempestivo dei contagi in classe alla notizia del primo (o secondo o terzo) alunno positivo, come ha annunciato lo stesso Giannelli. Certo il virus esiste e picchia duro, potrebbe anche essere utile e necessario fermarsi tutti/e, ma ancora una volta lo faranno solo le scuole: bambini/e e ragazzi/e pagheranno il conto. Per il resto tutto aperto, tutti a lavorare in auto sorveglianza, anche se siamo contatti stretti, il sistema economico non deve fermarsi! Chiediamo il conto a tutti, Governo, Regioni, Province e Comuni, di quanto, in questi due anni, non è stato fatto e non si intende fare. Entrati nel terzo anno chiediamo e rivendichiamo ancora provvedimenti immediati e programmi seri per il futuro.

Dai Dirigenti Vogliamo

l’utilizzo immediato delle risorse assegnate per l’emergenza e degli avanzi di bilancio per acquistare i dispositivi ffp2 e gli areatori.

Dalle Regioni e dagli Enti Locali Vogliamo

una medicina territoriale di prossimità che garantisca le tre T (testare, tracciare, trattare), e in particolare il pieno funzionamento e potenziamento delle USCA; screening periodici di protezione adeguati e gratuiti per garantire il rientro a scuola in presenza, continuità, serenità e sicurezza; Tamponi gratuiti per tutti: alunni, docenti, ATA, famiglie; riorganizzazione del TRASPORTO PUBBLICO, con maggiori risorse; reperimento di spazi ulteriori per le scuole e adeguamento immediato di tutte le strutture esistenti.

Dal governo Centrale e dal Ministero Istruzione vogliamo

indicazioni chiare a salvaguardia del diritto all’istruzione che non aggravino le differenze tra Nord e Sud, centro e periferie e tra scuole; assunzione massiva di personale e risorse necessarie per ridurre il rapporto alunni-classe; presìdi sanitari e abolizione dell’ obbligo vaccinale nelle scuole, riammissione del personale docente e ATA sospeso con tamponi periodici e riconoscimento del diritto al lavoro e alla retribuzione; indicazioni chiare e tempestive in merito alla valutazione e alle modalità di svolgimento degli esami di stato.

Esecutivo Nazionale Cobas Scuola

Per il clima fuori dal fossile: 10 dicembre alle 17

Venerdì 10 Dicembre alle ore 17.00 presso il Centro sociale CostaArena, in via Azzo Gardino, 48 organizziamo un incontro per supportare anche nella nostra città la campagna “Per il clima/Fuori dal fossile.”Una campagna nata tre anni fa dalla convergenza di associazioni e movimenti presenti in tutta Italia e che nel rispetto delle reciproche specificità si concentra verso due obiettivi comuni:

  1. la messa in questione del sistema e del modo di produzione causa dell’attuale crisi ecologica economica pandemica epocale, e per questo FUORI DAL FOSSILE;
  2. ma anche PER IL CLIMA, nel prefigurare una giusta e diversa transizione ecologica che verta sul protagonismo dei movimenti per la giustizia sociale e climatica e di quelli insorgenti che rivendicano nuovi diritti e garanzie sul terreno del lavoro.

A differenza di qualche anno fa, oggi il tema della transizione ecologica è oramai di “pubblico dominio”, spazia nella comunicazione mainstream, viene assunto dagli stessi responsabili del disastro ecologico del pianeta come dispositivo di legittimazione delle loro scelte e dei loro piani. Dietro al paravento della “transizione ecologica” si veicolano progetti e programmi che, in realtà, mantengono ben salda al centro delle strategie la salvaguardia dei profitti, gli adeguamenti necessari al sistema per sopravvivere, con il suo portato di distruzione e sfruttamento, nell’epoca della crisi climatica ed ambientale. Ma in questi anni anche la consapevolezza sociale dell’urgenza di cambiamenti radicali si è diffusa, ha preso corpo ed ha espresso una ricca molteplicità di forme di opposizione e contrasto alle politiche di devastazione ambientale e sociale.Dal loro sito https://fuoridalfossile.wordpress.com/

Parleremo con Renato De Nicola, tra i fondatori di Fuori dal fossile, dei contenuti della campagna, delle iniziative in atto e delle possibili ricadute sul nostro territorio di mega progetti quali la Rete Adriatica (Brindisi-Minerbio), o il CCS di Ravenna.

Venerdì 10 Dicembre alle ore 17.00

presso il Centro sociale CostaArena, via Azzo Gardino, 48

Se sei interessat* scrivi a cobasbol@gmail.com