Il tribunale di Marsala annulla il licenziamento di una docente disabile

Finalmente si è conclusa positivamente una complicata vicenda che ha visto protagonista un Istituto comprensivo di Marsala (TP) e una docente disabile difesa dall’avv.ta Mariachiara Garacci. La collega, soggetto invalido e anche disabile (art. 3, comma 3, l. n. 104/1992), era stata ingiustamente licenziata perché, a seguito del parere del medico competente durante l’emergenza Covid era stata originariamente considerata “NON IDONEO alla mansione specifica PERMANENTEMENTE. SOGGETTO FRAGILE: utilizzare i dispositivi di protezione individuale specifici per la mansione espletata (Mascherina FFP2) in considerazione dell’emergenza attuale da COVID-19 fino alla dichiarazione delle Autorità Competenti di cessata emergenza Covid-19. DA SOTTOPORRE A NUOVA VISITA MEDICA il 15/07/2021 (Periodicità annuale)”, ma poi – a seguito di una richiesta di visita medico collegiale inoltrata del Dirigente scolastico – la Commissione medica di Palermo e successivamente la Commissione Medica Interforze di seconda istanza del Ministero della Difesa la dichiaravano erroneamente “NON IDONEO permanentemente in modo assoluto al servizio come dipendente di amministrazione pubblica (ex art. 55 octies Dlgs 165/2001)” sicché il Dirigente scolastico decretava – automaticamente – la sua dispensa dal servizio per inidoneità fisica permanente e assoluta ai sensi della Legge n. 274/91. 

Pertanto la docente, che ha sempre svolto diligentemente la propria professione, nonostante il suo stato patologico, senza mai assentarsi da scuola, ricorreva al Tribunale di Marsala che ha pienamente accolto le ragioni dell’avv.ta Garacci riguardo:

1. l’obbligo datoriale di repechagee di adibizione della lavoratrice a diverse mansioni;

2. l’attuazione della direttiva 2000/78/CE per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro;

3. l’obbligo di adottare accomodamenti ragionevoli, idonei a contemperare, in nome dei principi di solidarietà sociale, buona fede e correttezza, l’interesse del disabile al mantenimento di un lavoro confacente la sua condizione psico-fisica con quello del datore, come sancito da diverse pronunce della Corte di Cassazione.

Conseguentemente, il Tribunale di Marsala (Sent. n. 515/2022) ha dichiarato illegittimo il licenziamento, ordinato la reintegra nel posto di lavoro e condannato l’amministrazione al pagamento di una risarcimento pari all’ultima retribuzione dal giorno del licenziamento fino a quello dell’effettiva reintegrazione, al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali e alle spese processuali. Per altro, anche, il Consulente Tecnico, nominato a seguito di richiesta dell’avv. Garacci, ha affermato che la ricorrente “Se da un lato è innegabile che è affetta da gravi patologie, dall’altro lato è anche vero che dette patologie non hanno mai inciso sulla propria attività lavorativa” e ha poi evidenziato che “non sono condivisibili le conclusioni della commissione di verifica di Palermo basate su argomentazioni contraddittorie”, tanto che la docente per automaticità di procedura veniva sottoposta a visita di revisione per l’accertamento della sua idoneità alla guida con esito a lei favorevole. Finalmente la giustizia ha fatto il suo corretto decorso e – insieme alla collega e all’avv. Garacci – ci riteniamo soddisfatti del risultato raggiunto: la disabilità non equivale ad inidoneità e chiunque ha il diritto di poter vivere la propria vita al pari degli altri nell’ambito lavorativo, sociale e nelle relazioni umane senza dover subire condotte discriminatorie.

Per Cloe Bianco: quando il rispetto delle identità è questione di vita o di morte

La tragica morte della professoressa Cloe Bianco rappresenta il drammatico punto di arrivo di una triste vicenda che ha inizio nel 2015, quando la docente decise di entrare in classe con gli abiti che corrispondevano alla sua identità di genere femminile e di farsi chiamare col nuovo nome che aveva scelto per sé e che chiedeva agli altri di riconoscere e rispettare. Purtroppo questo suo atto di autodeterminazione e di libertà ha scatenato quel dispositivo sociale sanzionatorio e repressivo conosciuto con il termine “transfobia”. Cloe Bianco aveva scelto di fare coming out, di essere sé stessa sul suo luogo di lavoro, la scuola, e di esprimere, come tutte/i noi facciamo più o meno consapevolmente, la propria identità di genere, attraverso gli abiti, il corpo e tutte quelle manifestazioni di sé che sentiva più adeguate al suo essere donna. Ciò non è stato considerato accettabile dalla scuola e dalla società: se nasci maschio, devi sentirti maschio e comportarti come si dovrebbe comportare un maschio; devi restare inchiodata/o al genere attribuito alla nascita.  Non sono previste deroghe. La transfobia funziona così: rispetto ad un atto di autodeterminazione di genere, scatta la sanzione sociale, lo stigma, l’umiliazione e il sarcasmo. E per la vicenda di Cloe Bianco, docente di fisica, si era mobilitata pure la politica. L’assessora all’istruzione della regione Veneto, Elena Donazzan, nota tra l’altro anche per le sue performance canore con la canzone fascista Faccetta nera eseguita nel corso di una trasmissione radiofonica, non solo rese pubblica una lettera profondamente offensiva nei confronti dell’insegnante ricevuta da un genitore ma nei giorni seguenti si impegnò a denigrare la dignità di Cloe Bianco, parlando di degenerazione e perdita di credibilità della docente, invocando infine provvedimenti disciplinari. L’insegnante si trovò così a percorrere una strada segnata dall’emarginazione e dalla stigmatizzazione sociale, allontanata dal suo contesto lavorativo perché non ritenuta in grado di insegnare, isolata da un mondo che non lascia scampo a chi afferma il diritto di esprimere il genere a cui sente di appartenere e che non corrisponde a quello attribuito alla nascita. Una “gogna nazionale”, come lei stessa l’aveva definita. Ed anche ora, dopo il suo tragico suicidio, c’è chi si riferisce a lei al maschile, definendola, come fa Donazzan, un uomo travestito da donna. È un ultimo oltraggio post mortem: come accaduto già in passato in altri casi, nemmeno davanti ad un suicidio viene rispettata la dignità delle persone transgender.

Ora il Ministero dell’Istruzione intende aprire un’inchiesta per capire cosa ha determinato il suo allontanamento dalla scuola e la sua emarginazione sociale. Come Cobas Scuola chiederemo di essere informati sui risultati di questa inchiesta e verificheremo se, aldilà della dichiarazione di intenti, il Ministero opererà affinché non accadano più vicende come quella subita da Cloe Bianco. Come ha scritto di recente il Consiglio Nazionale di Magistratura Democratica, alla luce dell’ordinanza 185/2017 della Corte Costituzionale, “L’amministrazione scolastica, i genitori, gli allievi non avevano quindi diritto di pretendere un coming out “corretto” o “responsabile”, avevano invece l’obbligo giuridico di rispettare l’identità della prof. Bianco”.

Icotea

I COBAS Scuola, anche nel rispetto e nel ricordo di Cloe Bianco, continueranno a lottare perché la scuola sia un luogo di lavoro dove le differenze vengono rispettate e valorizzate e per contrastare ogni forma di discriminazione basata sull’orientamento sessuale, l’identità e l’espressione di genere di chi lavora nella scuola.

Vittoria Cobas: prove suppletive per chi non ha potuto partecipare alla prova scritta del concorso ordinario

22.6.2022

Il Ministero dell’Istruzione dovrà organizzare prove suppletive per chi, assente per Covid, non ha potuto partecipare alla prova scritta del concorso ordinario. Lo ha deciso il TAR Lazio (Sezione Terza Bis, Ordinanza N. 03582/2022 REG.PROV.CAU. N. 05056/2022 REG.RIC., Pubblicata il 07/06/2022) accogliendo un ricorso dei Cobas Scuola.

In effetti, l’art. 11 comma 2 del Decreto n. 499, pubblicato sulla GU n. 34 del 28 aprile, dispone che la mancata presentazione nel giorno, ora e sede stabiliti, ancorché dovuta a caso fortuito o a causa di forza maggiore comporta l’esclusione dalla procedura concorsuale non prevedendo la possibilità di fissare una sessione suppletiva in favore di candidati impossibilitati a presentarsi siccome collocati in isolamento fiduciario ovvero in quarantena in applicazione delle vigenti misure sanitarie di prevenzione epidemiologica (COVID19).

Tenendo conto della particolare situazione determinatasi in seguito alla pandemia, e alle varie fasi che l’hanno caratterizzata, che ha stravolto vita e abitudini dell’intera popolazione, e ha altresì determinato una continua riorganizzazione del lavoro e degli impegni, il TAR ha ritenuto di dover disporre l’ammissione con riserva dei ricorrenti a delle prove scritte suppletive del concorso ordinario per il reclutamento di personale docente.

Nelle conclusioni dell’ordinanza si legge infatti: “Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Terza Bis) accoglie l’istanza cautelare nei sensi di cui in motivazione, ammettendo con riserva le ricorrenti alla prova scritta suppletiva che l’amministrazione resistente è tenuta ad organizzare, nei sensi di cui in parte motiva”.

Un’ordinanza che tiene conto “dell’orientamento conforme della Sezione su vicende analoghe intercorse con riferimento al concorso straordinario di cui al d.d. n. 510/2020, peraltro avallato dal Consiglio di Stato (cfr. ex multis T.A.R. Lazio, Sezione Terza Bis, ordin. n. 7199/2020, confermata dal Cons. Stato, Sez. VI, ordin. n. 7145/2020)”.

Si tratta di un pronunciamento importante, ovviamente in attesa del giudizio di merito (prossima udienza il 7 marzo 2023), perché tiene conto della particolare situazione che ha investito il Paese da oltre due anni e cerca di garantire pari opportunità per tutte/i. Evitando che gli effetti della pandemia incidano ulteriormente sui diritti, e in particolare sul diritto al lavoro.

AUTONOMIA DIFFERENZIATA AL RUSH FINALE?

PRESIDIO DEL 22 GIUGNO A ROMA

 Apprendiamo con allarme della diffusione della bozza di DDL del 28 aprile “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata di cui al 3° comma dell’art. 116 della Cost.” e della volontà della Ministra per gli Affari regionali e le Autonomie, Maria Stella Gelmini, di approvare il DDL entro l’estate. La bozza si compone di 5 articoli, il primo dei quali definisce i principi generali e il riconoscimento di “nuove forme di autonomie ai sensi dell’art. 116 e le modalità di intesa tra Stato e regioni”. Nonostante  la Commissione di giuristi nella  relazione consegnata alle delle Bicamerali del Federalismo fiscale e delle Regioni ritenga “che sia preferibile espungere in questa prima fase la materia dell’istruzione, il cui trasferimento porrebbe problemi politici, sindacali, finanziari, tributari quasi insormontabili, con un quasi sicuro aumento dei costi di sistema sia per le Regioni destinatarie del trasferimento, sia per lo Stato”, la ministra non ne ha tenuto conto; infatti  all’art. 3 della bozza di DDL si apprende che istruzione, sanità, trasporto pubblico potranno essere trasferite previa definizione dei LEP. L’articolo che desta maggiore preoccupazione è l’art. 4 che prevede che “le risorse finanziarie siano determinate dall’ammontare della spesa storica sostenuta dalle amministrazioni statali della regione interessata per l’erogazione dei servizi pubblici oggetto di devoluzione e le regioni riceveranno esattamente la quota corrispondente alla spesa storica e saranno incentivate ad efficientare l’esercizio delle funzioni trasferite al fine di trattenere le risorse risparmiate”. Stabiliti i LEP, l’articolo 4 prevede inoltre il superamento della spesa storica attraverso la determinazione dei costi e dei fabbisogni standard.Una volta deliberato in Consiglio dei ministri, il DDL sarà trasmesso al Presidente del Consiglio e al Ministro  per gli Affari regionali  che, entro 30 giorni, avvierà il negoziato con la regione per essere sottoscritta dal Presidente della regione richiedente. Nei successivi 10 giorni verrà poi trasmesso alle Camere per un parere da parte della Commissione parlamentare bicamerale e per le questioni regionali che dovrà esprimersi entro 30 giorni.  Acquisito il parere favorevole, governo e regione dovranno redigere un accordo che sarà trasmesso in Parlamento sotto forma di DDL per la mera ratifica e senza la possibilità di proporre emendamenti.

L’autonomia differenziata è inaccettabile anche per la procedura parlamentare prevista per la sua approvazione: nonostante la commissione di giuristi incaricati dalla ministra abbia ribadito che di fronte alle modifiche all’assetto istituzionale italiano che possono derivare dall’attuazione del regionalismo differenziato, il coinvolgimento parlamentare appare costituzionalmente imprescindibile”, il Parlamento è di fatto declassato a  ruolo meramente consultivo e di ratifica senza possibilità di emendare i disegni di legge del consiglio dei ministri per attuare le “intese” tra governo e Regioni. Non solo: una modifica degli accordi potrà avvenire solo attraverso il reciproco consenso delle parti e nessun referendum potrà intervenire nel merito degli accordi. In tale modo, l’autonomia regionale differenziata porterebbe alla frantumazione del sistema unitario di istruzione, minando alla radice l’uguaglianza dei diritti, il diritto all’istruzione e la libertà di insegnamento, e subordinerebbe l’organizzazione scolastica alle scelte politiche e economiche regionali: tutte le materie che riguardano la scuola, e oggi di competenza esclusiva dello Stato, passerebbero alle regioni, con il trasferimento delle risorse umane e finanziarie. Anche i percorsi PCTO, di istruzione degli adulti e l’istruzione tecnica superiore sarebbero decisi a livello territoriale, con progetti sempre più legati alle esigenze produttive locali, così come gli indicatori per la valutazione degli studenti, mentre le procedure concorsuali avrebbero ruolo regionale e più difficili diventerebbero i trasferimenti interregionali. Cosa resterebbe della contrattazione nazionale? Una residuale funzione di cornice introducendo una versione regionale delle “gabbie salariali”, con i salari di alcune aree del nord che cresceranno, o resteranno stabili, e quelli del centro-sud che diminuiranno.

Per tutte queste ragioni, i COBAS, congiuntamente con il Comitato Nazionale per il ritiro di ogni autonomia differenziata, parteciperanno al presidio  che si terrà a  Roma il 22 giugno (V. della Stamperia, di fronte al Ministero, ore 12.30), chiedendo lo stop del DDL e un dibattito pubblico, allargato e aperto, che renda i cittadini/e consapevoli di quanto sta avvenendo.

Continueremo a rigettare un disegno di legge che nega il principio di eguaglianza formale e sostanziale prevista dall’articolo 3 della Costituzione,frammentando l’assetto istituzionale del Paese e aumentando le distanze tra il Nord e il Sud, le disuguaglianzesociali,la disparità dei diritti di tutti i cittadini/e.

Carmen D’Anzi      Esecutivo nazionale COBAS Scuola