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Il diritto al sapere critico per difendere la scuola pubblica statale e il benessere psicofisico di alunne/i e personale

1 DICEMBRE 2020

venerdì 11 dicembre 2020 dalle 8.30 alle 13.30

in modalità videoconferenza, il link per il collegamento sarà reso disponibile pochi giorni prima del convegno.

per iscriversi al convegno clicca qui oppure inviare il modulo in allegato a cespbo@gmail.com

locandina dell’evento


Convegno Nazionale di Formazione

Il CESP è Ente Accreditato/Qualificato per la formazione del personale della scuola (D. M. 25/07/06 prot.869). Ricordiamo che si ha diritto all’ESONERO DAL SERVIZIO PER IL PERSONALE ISPETTIVO, DIRIGENTE, DOCENTE E ATA con diritto alla sostituzione in base all’art.64 comma 4-5- 6- 7 CCNL2006/2009 – CIRC. MIUR PROT. 406 DEL 21/02/06).

Fai richiesta alla segreteria del tuo istituto o compila il modulo allegato alla locandina.


PROGRAMMA:

  • Ore 8.30: Registrazione dei partecipanti
  • Ore 8.45: Introduzione, Anna Grazia Stammati, Presidente CESP;
  • Ore 9.00: Superare DaD e competenze per ridare senso e prospettive al fare scuola, Serena Tusini, docente, La Spezia;
  • Ore 9.30: La scuola è salute! Questo momento difficile come occasione per un nuovo inizio pedagogico, Daniele Novara, Pedagogista e Autore, Fondatore e direttore del CPP;
  • Ore 10.30: Pausa caffè
  • Ore 11.15: Il liberismo, la pandemia, i diritti, Piero Bernocchi, Portavoce Confederazione Cobas;
  • Ore 11.40: La società riprende a ragionare sulla scuola, Costanza Margiotta, Università di Padova, Priorità alla Scuola;
  • Ore 12.30: Pausa caffé
  • Ore 12.45 Un primo bilancio dalla chiusura di marzo ai problemi attuali, Contributi di: Barbara Bertani, Docente, Reggio Emilia e Silvana Vacirca, Docente, Firenze;
  • Ore 13.15: Pausa pranzo

SCARICA E STAMPA IL PROGRAMMA DEL CONVEGNO

SPERIMENTAZIONI RISCHIOSE

Preservare e valorizzare il valore di presidio civile delle pratiche messe in atto da migliaia di docenti in queste settimane significa porre delle distinzioni e smarcarsi da diffusi comportamenti adottati in queste settimane da dirigenti e insegnanti nostr* collegh*, che non trovano fondamento nella normativa vigente né producono effetti positivi nella gestione della situazione presente.

In una precedente nota dei primi giorni dell’emergenza, http://www.cobasbologna.it/lettera-allusr-e-ai-dirigenti-delle-scuole-bolognesi-emergenza-covid-2019, avevamo già stigmatizzato i comportamenti inutili e dannosi di quant* tra i/le dirigenti si erano moss* fin da subito in veste di commissari straordinari con pieni poteri di direzione delle scuole. Comportamenti illegittimi sul piano sindacale – e non insistiamo qui su questo aspetto – ma soprattutto dannosi: muoversi sul terreno degli obblighi e delle imposizioni dall’alto significava annullare fin dal suo nascere il movente più profondo e significativo che animava il desiderio di incontrarsi, sia per le/i docenti che per le/gli studenti. Si trattava semmai di invitare e supportare, non di imporre, di coordinare e non di comandare. Pur avendo sollecitato l’adozione della didattica a distanza nelle scuole con il DPCM dell’8 Marzo 2020, nessuna fonte ministeriale ha mai imposto una modalità unica di intenderla negando esplicitamente la libertà di insegnamento, né autorizzato i dirigenti a diventare fonte normativa delle nuove condizioni di lavoro nella scuola definendo in autonomia gli obblighi connessi alla funzione docente.

Ora è opportuno ribadire che siamo e continueremo ad essere nelle sabbie mobili, stiamo sperimentando metodologie di relazione che non conosciamo e non controlliamo, siamo consapevoli della finalità relazionale-educativa delle scelte diversificate che abbiamo messo in campo, ma anche che non sono accessibili a tutti e sul piano didattico andiamo per tentativi, non abbiamo alcuna certezza di ciò che facciamo, se non che sperimentiamo qualcosa di profondamente diverso dalla didattica in presenza e che in nessun modo dovrebbe essere forzosamente ricondotta e incasellata in quelle forme. Il mondo dell’e-learning esiste, ma non è la scuola. Non stiamo facendo i preparativi per il “salto di qualità”, ma semmai stiamo sperimentando i limiti di queste modalità e acquisendo maggiore consapevolezza della irriducibile complessità e ricchezza della vita scolastica reale, che oggi ci è preclusa.

Ciò che facciamo è costitutivamente provvisorio perché nato da una situazione di emergenza e tale deve rimanere. E’ la condizione storica che ci impone l’incertezza, facciamo lezioni con alunne e alunni che possono vivere quotidianamente la paura per i genitori che lavorano nell’ambito della Sanità o degli altri servizi essenziali in cui sono a contatto con il pubblico, sentiamo storie di tracollo finanziario, di studenti che raccontano l’inquietudine di genitori costretti a chiudere la propria attività e che non sanno come potrà finire. Noi dovremmo ascoltare e condividere, dar loro voce per sentirci noi stessi – che il lavoro e il reddito non lo abbiamo perduto – vicini e a sostegno di chi è in situazione più grave di noi. La dimensione scolastica a distanza non può diventare una bolla, un mondo parallelo in cui si finge di continuare come se nulla fosse accaduto, e meno che mai dovrebbe rappresentare un salto verso la scuola del futuro; semmai dovrebbe appunto farci capire meglio cosa la scuola non può e non deve diventare, consapevoli del fatto che ogni emergenza lascia strascichi e pericoli, rende pensabile e politicamente riproducibile ciò che è stato sperimentato.

Dobbiamo dircelo, è un problema che investe il modo di operare di noi insegnanti anche a prescindere dall’imposizione esterna. L’affannoso tentativo di mantenere in vita la scuola che conoscevamo può portarci improvvidamente a ripeterne e scimmiottarne le procedure e ritualità che nel contesto attuale risultano del tutto inadeguate e improponibili.

L’orario delle lezioni, il carico di compiti, l’utilizzo del registro per firme, lo svolgimento della programmazione, le modalità di osservazione e valutazione non possono essere quelle che adottavamo in classe. Dovrebbe essere il semplice buon senso a darcene contezza, ma spesso esso naufraga di fronte all’ansia da prestazione e forse al bisogno più profondo di dominare una realtà che invece ci sta sfuggendo di mano. Non dobbiamo dimostrare niente, solo pensare e fare ciò che ci sembra abbia un senso.

Quindi procedere con misura è quasi un imperativo etico nella situazione presente, senza eccedere nelle richieste, in particolare nella scuola primaria, senza mettere in difficoltà studenti e famiglie, che giustamente iniziano a denunciare la fonte di stress ulteriore causata dall’accumulo di lezioni e compiti, nella consapevolezza che oggi più che mai non sappiamo quale sia la vita reale delle persone dietro lo schermo.

Riteniamo sia essenziale bloccare le fughe in avanti, mantenere per quanto possibile la lucidità nella gestione di una situazione che rischia sempre di sfuggirci di mano anche per effetto della proliferazione di note ministeriali, che comunque hanno generalmente la caratteristica di invitare, suggerire proporre e non di imporre indicazioni precise. Questo è il compito che si sono invece autonomamente assunt* alcun* dirigenti, inebriat* dalle improvvide lusinghe del video messaggio della ministra Azzolina, in cui sono stati infelicemente investiti del ruolo di capitani.

Gli esempi purtroppo non mancano, l’emergenza è una ghiotta occasione per le velleità dirigiste (ma, lo ribadiamo, a volte anche frutto dell’azione autonoma dei docenti). A questo è importante reagire negando agibilità alle seguenti pratiche illegittime e pericolose:

· convocazioni di organi collegiali a distanza con pubblicazione delle relative delibere;

· utilizzo del registro elettronico per firmare, scrivere voti, note disciplinari, assenze;

· orario delle lezioni a distanza identico al precedente orario di servizio;

· incursioni di controllo durante le lezioni online da parte del dirigente o dei collaboratori;

· richiesta di rendicontazione puntuale delle attività svolte e di nuove programmazioni;

· costruzione di una catena di comando attraverso l’ingiunzione ai coordinatori di svolgere compiti di controllo dei colleghi e di fare rapporto al dirigente;

· imposizione delle modalità e degli strumenti da utilizzare per attuare la didattica a distanza;

· prove di verifica sommative e loro valutazione.

Non c’è nulla, davvero nulla che dia legittimità a queste azioni. Non c’è neanche nulla che le impedisca, se non la nostra consapevolezza, il nostro senso di realtà e la nostra volontà di prendere una posizione. Questa è l’ambiguità di fondo anche delle diverse note ministeriali dettata dal fatto che si pretende di affermare che la scuola continua, che il diritto all’istruzione è garantito quando invece è stato sospeso (su questo punto vedi http://www.cobasbologna.it/scuola-e-didattica-al-tempo-del-coronavirus ).

Riprendiamo alcuni punti più nel dettaglio.

Organi collegiali

Per quanto riguarda il funzionamento degli organi collegiali è escluso che delibere online possano avere valore legale, ciò va ribadito anche in occasione di incontri convocati in tale forma (sempre se si decide di partecipare ovviamente). Ogni momento di scambio e coordinamento tra collegh* è prezioso ma deve rimanere un momento di confronto libero e volontario, questa spontaneità ne costituisce il valore primario, non è la convocazione di un organo collegiale, non può prendere decisioni vincolanti sul piano formale né implicare obblighi di presenza.

Registro elettronico

La sospensione delle attività didattiche implica la sospensione dell’utilizzo del registro elettronico secondo le modalità consuete. Esso diventa soprattutto un mezzo per comunicare con le/gli studenti, ma non è uno strumento per certificare la presenza dell’insegnante, degli studenti, per registrare valutazioni o note disciplinari. Esso può invece essere utile per comunicare con studenti e famiglie e soprattutto per coordinare le attività di lezione online che dovrebbero ragionevolmente evitare un sovraccarico di ore davanti al pc sia per le lezioni che per lo svolgimento di compiti.

Valutazione

L’ultima nota ministeriale sulla didattica a distanza del 17 marzo 2020 che tratta il tema della valutazione è necessariamente vaga per quanto affermi che la valutazione è momento necessario di ogni attività didattica e cerchi di imporla in modo unilaterale e illegittimo. Essa afferma semplicemente che “le forme, le metodologie e gli strumenti per procedere alla valutazione in itinere degli apprendimenti, propedeutica alla valutazione finale, rientrano nella competenza di ciascun insegnante”. Noi qui dovremmo fermarci, cioè alla presa d’atto che non si dice nulla di specifico e non esiste alcuna regolamentazione della valutazione della didattica a distanza.

Quello che dalla stessa nota emerge chiaramente è l’improponibilità di forme di valutazione sommativa e – aggiungiamo noi – ciò implica la necessità di resistere all’imposizione o alla tentazione di mettere voti sul registro. Certo si può cercare una forma per dare un feed back formativo ( consapevoli che proprio il feedback è spesso ciò che rende problematica la comunicazione a distanza) riguardo alle attività svolte, alla partecipazione, ai lavori consegnati, ma appunto dovrebbe mantenersi su un piano fluido magari anche non numerico, con il fine principale di sollecitare e rispondere alle esigenze degli studenti, e di discuterne con loro, non di colmare le ansie di chi non sa come potrà rendicontare il lavoro svolto o su quale base fornire una proposta di voto per gli scrutini (non dimentichiamoci che quando si tratterà di valutare negativamente un alunno perché non ha partecipato o non si è impegnato a distanza, tutto il castello di carta della valutazione degli apprendimenti dovrebbe crollare inesorabilmente e scopriremo che – quest’anno – la valutazione si muoverà su criteri diversi). Questo non è un nostro problema individuale, riguarderà milioni di studenti e, prima o poi, dovrà emergere una indicazione definita al riguardo.

Oltretutto i decreti vigenti pongono dei limiti temporali alla sospensione delle lezioni e non siamo noi a dover andare oltre, anche se sappiamo che verranno estesi. Stiamo vivendo nell’attesa, nella transitorietà, non ha alcun senso che singoli docenti o anche singole scuole inizino ad avanzare soluzioni particolari del problema della valutazione di questo anno scolastico, che ovviamente dovrà investire l’intera scuola italiana. È forse questo il tempo di invocare i poteri dell’autonomia e l’ulteriore frammentazione delle decisioni politiche sulla gestione della scuola? È davvero paradossale che in questa situazione si debbano sentire toni trionfalistici o propagandistici per descrivere le attività messe in atto da singole scuole o singoli docenti.

Monitoraggi e rimodulazione delle programmazioni

Quanto detto vale anche per ciò che attiene alla richiesta di compilare monitoraggi sulle attività svolta o ridefinizioni della programmazione. A noi sembra che le risposte sensate possano solo essere quelle che negano la possibilità stessa di una programmazione in senso proprio, che prendono semplicemente atto della necessità di abbandonare l’idea di poter svolgere i programmi, di scegliere di volta in volta gli argomenti da privilegiare, di sperimentare forme di comunicazione e relazione educativamente più efficaci. Niente più che l’ovvietà, che può tradursi in poche righe scritte o anche nel rifiuto di compilare e scrivere alcunché.

Non facciamoci incastrare sulla questione degli apprendimenti, della valutazione, del registro, della programmazione, come se davvero il diritto all’istruzione non fosse stato sospeso. Lo ribadiamo ancora, spesso la fonte del problema è unicamente la pretesa illegittima di normare le attività di insegnamento e funzionali all’insegnamento come se le lezioni non fossero state sospese e ci trovassimo ancora sul terreno della didattica in presenza.

Annullamento convegno del 27 febbraio

Gentilissime e gentilissimi,

per via dell’ordinanza di chiusura delle scuole dal 24 febbraio al 1 marzo emanata della Regione Emilia Romagna, siamo costretti a rinviare il convegno in oggetto a data da destinarsi.

Non appena saremo in grado di fissare un nuovo giorno lo comunicheremo con una nuova mail e attraverso gli altri canali di comunicazione.

Cordiali saluti

A SCUOLA DI SOPRAVVIVENZA Quale libertà e quali diritti nella scuola azienda?

Giovedì 27 febbraio 2020 presso l’IIS Belluzzi-Fioravanti – Via G.D. Cassini 3, BOLOGNA si terrà il convegno nazionale per la formazione del personale scolatico.

Per iscriversi cliccare qui
Clicca qui per scaricare e stampare l’opuscolo del convegno

Sempre più spesso le persone che lavorano a scuola lamentano di essere coinvolte in situazioni difficili vissute a scuola, in genere provocate dall’autoritarismo di taluni dirigenti, da attacchi da parte di genitori ed a volte persino da alunni/e. Occorre prendere atto che problematiche legate a fenomeni come S tress Lavoro Correlato, Burnout e perfino Mobbing sono oramai ampiamente diffuse negli ambienti scolastici.

Questo fatto è ampiamente riconosciuto anche dalle istituzioni ed appare comune a molti Stati, così come è stato recepito anche nelle normative vigenti e in particolare nel decreto 81 (testo unico sulla sicurezza sul lavoro).
Nonostante ciò, la situazione non accenna a migliorare, anzi la percezione è che il fenomeno si vada sempre più allargando e aggravando.
Per questo motivo vogliamo proporre una campagna che affronti questa tematica, però con un approccio nuovo e non istituzionale, che parta dall’emersione del fenomeno, da una analisi delle cause, che noi consideriamo legate anche alle trasformazioni in atto nel mondo
della scuola, ed arrivi a proporre strategie e pratiche per mettere in discussione questo stato di cose.
Inoltre cercheremo di ricostruire un quadro generale in cui trovano origine i diritti e gli obblighi del personale della scuola. Analizzando le trasformazioni che l’Autonomia scolastica e la contrattualizzazione del rapporto di lavoro hanno determinato nella vita quotidiana all’interno delle nostre scuole; cercando di costruire nessi di causalità tra queste trasformazioni e la situazione pesante che si va delineando per tutti i/le dipendenti della scuola.
Verranno proposti strumenti di tutela e pratiche collettive che possano essere utilizzate per difendere gli spazi di democrazia, la libertà, la dignità ed il benessere dei lavoratori e lavoratrici della scuola.


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Offensiva di classe di Andrea De Giorgi

http://www.giornale.cobas-scuola.it/offensiva-di-classe/
  In questi ultimi anni si sono moltiplicati i casi di conflitto, patente e latente, tra chi lavora nelle scuole e i dirigenti scolastici. Ciò in virtù dell’aumentato potere conferito ai dirigenti sia in ordine alla organizzazione del lavoro, sia sul piano disciplinare. Ma i conflitti si verificano di frequente anche con il cosiddetto staff dei dirigenti, i cui confini non sono sempre univocamente definiti, e con i genitori, il cui ruolo è molto cambiato, soprattutto a partire dall’epoca del ministero Moratti. Alcuni decisivi mutamenti legislativi e il cambiamento ideologico hanno contribuito ad accentuare il conflitto e lo stress degli operatori della scuola. Tra i primi, l’aumento dei carichi di lavoro e delle competenze richieste, innovazioni introdotte per via legislativa o amministrativa scavalcando la mediazione contrattuale (con la sostanziale inerzia dei sindacati di Stato); l’aumento dei poteri dei dirigenti (con il D.Legs. 150/2009 e la L. 107/2015), nell’ambito delle scelte di indirizzo della scuola, della gestione del personale, sottratta alla contrattazione sindacale, nei procedimenti disciplinari; l’introduzione della valutazione di sistema (INVALSI, RAV, piano di miglioramento dell’offerta formativa), e infine del bonus premiale per i docenti. Queste modifiche normative sono state accompagnate da un contestuale mutamento sul piano ideologico della funzione della scuola e insieme dell’immagine di competenza dell’insegnante, da cui ci si aspettano capacità e competenze sempre più estese e articolate in termini di conoscenze disciplinari, metodologie e tecniche didattiche, capacità di comunicazione, accoglienza, sostegno, valorizzazione, recupero, assistenza, cura individuale, competenze cliniche, organizzative, legislative, amministrative, informatiche, che molto difficilmente e solo per un caso o per sorte divina si ritrovano in una sola persona. Si è chiesto con sempre maggiore pressione all’insegnante di accogliere le richieste di studenti e famiglie, anche inseguendo obiettivi in patente contrasto reciproco, come quello di semplificare la didattica e adeguare gli obiettivi alle competenze minime e viceversa di supportare le eccellenze e portarle al massimo “valore”. In questo processo caratterizzato da una accentuata pressione sociale sull’insegnante, si è realizzata una convergenza di interessi tra dirigenti, impegnati a migliorare le prestazioni della scuola, e genitori, diventati i difensori d’ufficio dei figli – utenti ai quali è rivolto il servizio della scuola azienda. La categoria docente viene accusata di non essere alla altezza del suo nuovo compito sociale: un’accusa molto semplice, e insieme priva di senso logico, data l’impossibilità di adeguarsi a standard oggettivamente sovrumani. La pressione si è accentuata anche su tutto il personale ATA, trasformato in personale funzionale al miglioramento dei piani dell’offerta formativa senza alcun diritto di parola nel merito. La figura professionale più colpita in questo momento appare quella dell’assistente amministrativo, il cui lavoro è sempre più complesso e sottoposto a ritmi sempre più pressanti. Il risultato è uno stress troppo spesso latente che non ha ancora trovato uno spazio pubblico adeguato.
I campi del conflitto Alcuni campi del conflitto riguardano l’intero personale, sia docente sia ATA. Una prima area del conflitto comune è quella dell’attribuzione degli incarichi. In quest’area le norme del D.Legs. 150/2009 (il c.d. Decreto Brunetta) hanno segnato un passaggio importante verso una pratica autoritaria: è il dirigente, senza alcun vincolo contrattuale, ad attribuire gli incarichi, e spesso succede che gli incarichi siano concentrati su un gruppo di persone, legate direttamente allo staff della dirigenza e ciò in modo assolutamente indipendente dal cosiddetto merito. Perciò, con l’argomento della tutela della privacy, molti dirigenti tendono a non rendere pubblica l’informazione sull’uso delle risorse, e spesso a non darla nemmeno alle RSU, cui viene sempre più spesso fornito un prospetto con i dati aggregati in modo da nascondere i dati individuali. Il secondo campo di conflitto è l’attribuzione delle sedi e dell’orario di lavoro, dove si possono creare disparità di trattamento tra coloro che godono di un privilegio di posizione e coloro cui viene riservato un destino da arlecchino. Per chi insegna i conflitti riguardano insieme l’assegnazione delle sedi e delle cattedre, per la quale il dirigente dovrebbe seguire i criteri generali del consiglio di Istituto e le proposte operative del collegio docenti, che però spesso vengono “superati”, cioè praticamente ignorati. Le ultime modifiche contrattuali (l’art. 22 del CCNL del 19 aprile 2018 e l’art. 3, comma 5 del CCNI sulla mobilità del 6 marzo 2019) non hanno modificato sostanzialmente la situazione. Sempre più spesso sorgono conflitti in relazione alla sostituzione del personale assente. Invece che nominare supplenti (anche per via di una serie di norme finanziarie che limitano tale possibilità) si scarica su chi è presente anche il lavoro degli assenti: per il personale ATA questo comporta sia l’intensificazione del lavoro sia il ricorso al lavoro straordinario, con un indubbio aumento dello stress; per il personale docente comporta spesso che le classi dei docenti assenti vengano divise in gruppi, e questi vengano smistati in altre classi dove l’attività didattica programmata deve essere riadattata istantaneamente all’arrivo del nuovo gruppo, magari proveniente anche da una classe non parallela, e quindi nemmeno interessato all’argomento della lezione. Un altro campo di conflitto è quella relativa alla fruizione del diritto di assentarsi, inconciliabile con la logica produttiva: chi fruisce regolarmente dei permessi previsti dalla L. 104/92, chi si assenta per malattia ricorrente o cronica, o per congedo parentale, chi vuole fruire dei permessi di studio, del ricongiungimento con il coniuge all’estero, o chi addirittura si permette di chiedere permessi o ferie per motivi personali o familiari diventa un elemento di disturbo, da riportare all’ordine. Un’ultima area del conflitto, è l’area della didattica, che include la gestione della disciplina e la valutazione del profitto. In quest’area i dirigenti hanno iniziato a esercitare un controllo sulla formulazione delle programmazioni, sulla consistenza e la qualità dei programmi svolti, sul numero e sul valore delle prove di verifica: in quest’opera sono guidati dall’esaltante obiettivo di omogeneizzare la didattica secondo gli standard di scuola, che dovrebbero diventare obbligatori per tutti/e. In questa nuova prospettiva, l’evidente contrasto tra queste condotte e l’articolo 33 della Costituzione, che garantisce la libertà di insegnamento, non sarebbe un chiaro segno della illegittimità della nuova pratica di controllo, ma viceversa della vetustà delle norme costituzionali, che dovrebbero essere cambiate in nome della nuova ideologia che vuole trasformare l’insegnante in operaio/a massa, che esegue gli ordini di chi pensa in sua vece. È in questa area che esercitano un potere crescente e pressante i genitori, che premono sui dirigenti affinché i docenti si conformino alle esigenze della loro prole. E i dirigenti prestano sempre maggiore attenzione alle richieste di intervento di genitori e studenti per redarguire e sanzionare non tanto i docenti che si impegnano poco, ma soprattutto coloro che svolgono un programma troppo impegnativo, o che valutano in modo troppo severo, o che chiedono provvedimenti disciplinari per studenti che violano i regolamenti scolastici. In questo la nuova scuola tende a rispondere ai criteri della customer satisfaction. Questa tendenza si è spinta a tal punto che alcune scuole garantiscono la promozione a chi si iscriva, imitando le scuole private di recupero anni scolastici.
La gestione dirigenziale dell’ordine Quali pratiche “rieducative” vengono usate nelle scuole per ottenere un adeguamento degli operatori al nuovo modello di scuola? Quando si individua una persona che viene considerata un elemento di disturbo, una persona fuori dal coro, non integrata nel nuovo modello di scuola, la prima strategia d’azione è quella di esercitare un controllo ossessivo sul suo lavoro, sulla puntualità in ingresso, sulle relazioni con colleghe/i e con alunne/i, e se si tratta di un docente su tutti gli aspetti didattici. Il controllo è propedeutico alla contestazione e all’apertura di procedimenti disciplinari. In questo campo i poteri dei dirigenti scolastici sono stati notevolmente estesi, inglobando, come quelli dell’inquisitore medioevale, i poteri di indagine del giudice preliminare, i poteri di accusa del pubblico ministero e i poteri decisionali del giudice vero e proprio. Né l’esercizio di tali poteri è sottoposto ad alcun controllo, perché nessun organo superiore vigila, e perché nel procedimento disciplinare manca completamente il principio di terzietà. E alla contestazione si accompagna la squalifica sistematica. Ad ogni intervento pubblico critico o semplicemente divergente si fa seguire un commento di delegittimazione (con l’uso di formule rituali quali “la sua è una mera opinione”). Se un docente scomodo propone una sanzione disciplinare proposta nei confronti degli studenti, si ribalta l’accusa in modo paradossale: se l’alunno ha mancato di rispetto all’insegnante, la responsabilità, perlomeno parziale, è dell’insegnante, e perciò la questione va rovesciata: è l’insegnante che non sa mantenere la disciplina e non sa farsi rispettare, è l’insegnante che con il suo comportamento antisociale provoca le motivate reazioni degli studenti; è dell’insegnante la responsabilità dello scarso profitto degli studenti, del loro scarso impegno, e se vengono usati i cellulari, è certamente l’insegnante che lo ha consentito o che non è stato capace da impedirlo. La strategia vincente e finale è quella dell’isolamento, con l’adozione delle modalità conosciute da tempo immemorabile dalle comunità umane: freddezza comunicativa, distanza, formalità assoluta nei rapporti personali, uso sistematico delle comunicazioni scritte, censura nella verbalizzazione.
Che tipo di azioni intraprendere? La categoria, come parte della società, sembra dominata dalla paura, sentimento che favorisce l’azione autoritaria, ne è perfettamente complementare, tanto che Montesquieu la considerava il pilastro del governo dispotico. In questo clima di paura, le azioni tradizionali di contrasto messe in atto da docenti e ATA, e dalle residue forze sindacali, per bloccare questa offensiva autoritaria sempre meno mascherata, sono sempre più deboli e inefficaci. Lettere, richieste di incontri, richieste di conciliazione e diffide sono pratiche ormai inefficaci. I ricorsi al giudice sono onerosi, lunghi, faticosi, stressanti, e rischiosi. Nel complesso i dirigenti scolastici attualmente risultano dotati di ampia immunità. Se si vuole contrastare questa offensiva autoritaria, occorre quindi trovare nuove modalità di agire, pensando a lungo termine e breve termine. A lungo termine, occorre richiedere due riforme: la riforma dei procedimenti disciplinari e la riforma delle procedure di conciliazione extragiudiziale. Per quanto riguarda i procedimenti disciplinari, appare urgente richiedere il ripristino delle procedure disciplinari interne, come sono ancora previste per i docenti universitari e per i magistrati, riformando gli articoli 54 e 55 del D.Legs. 165/2001. Per quanto concerne la conciliazione extragiudiziale, occorre riformare l’art. 420 del codice di procedura civile, reintroducendo una procedura di conciliazione obbligatoria, resa facoltativa dall’art. 31 della L. 183/2010 ( il c.d. collegato al lavoro). La non obbligatorietà della conciliazione permette all’Amministrazione pubblica di non presentarsi, costringendo di fatto i lavoratori e le lavoratrici a rivolgersi ad un giudice del lavoro, il che implica un costo e un’energia notevoli.1 Nell’immediato, bisogna trovare il coraggio di portare alla luce le azioni arbitrarie, le storture, le vessazioni, le pressioni per aumentare il lavoro, e le situazioni che generano stress aggiuntivo tra docenti e ATA. Le azioni possono essere intraprese con le RSU, o in una situazione di inerzia di queste ultime, anche senza di loro. In primo luogo bisogna far uscire dall’isolamento le colleghe e i colleghi sottoposti alle vessazioni o allo stress, mettendo in atto processi virtuosi di condivisione, producendo documenti di solidarietà o organizzare riunioni specifiche sui procedimenti disciplinari, o sulle strategie di isolamento messe in atto dalle dirigenze scolastiche. Nei casi più gravi, si può arrivare a fare una denuncia pubblica, attraverso vari canali dei mass-media (giornali, radio, TV locali, social network). In alcuni casi si può volantinare, organizzare una manifestazione. Dove questa pratica diventa difficile, o troppo rischiosa, si può adottare la pratica della scrittura anonima, raccontando i nudi fatti senza indicare i nominativi dei protagonisti: l’effetto del messaggio può essere ugualmente forte. Si potrebbero rendere pubblici alcuni dati critici: il numero delle domande di trasferimento in uscita da una scuola, in modo da mettere in evidenza il grado di sofferenza del personale, che preferisce allontanarsi da una sede vicina al proprio domicilio piuttosto che vivere in un clima psicologicamente insopportabile; raccontare per iscritto i casi dei procedimenti disciplinari aperti (anche in forma anonima); illustrare il modo in cui alcuni dirigenti gestiscono unilateralmente l’organizzazione del lavoro, l’attribuzione degli incarichi e la distribuzione dei fondi delle scuole, senza alcuna interlocuzione sostanziale con le RSU; mettere in evidenza i casi di mancata informazione o di totale indisponibilità al confronto e alla contrattazione. È importante che coloro che hanno il potere di decidere della nostra vita professionale abbiano chiaro che il loro modo agire ha un feedback sociale, e che non possono agire impunemente solo perché i loro superiori non intervengono. Ma è importante anche agire sull’opinione pubblica, attualmente incline a pensare alla scuola come un’agenzia al servizio degli interessi degli utenti, anziché come un luogo di formazione e di crescita, ribaltando l’ordine del discorso e delle priorità. E dovremmo mantenere sempre aperto il dialogo con i genitori, rimettendo al centro del dibattito l’idea di una scuola inclusiva, aperta e critica, l’idea che nessuna/o può essere una semplice pedina da usare per realizzare obiettivi sociali o educativi non condivisi, che la libertà di insegnamento è una risorsa essenziale della scuola pubblica e della crescita delle nuove generazioni, e non un residuo di una costituzione obsoleta che fa da ostacolo al progresso della scuola azienda. Per questo la riflessione collettiva sulla scuola, sulle relazioni comunicative, sul rapporto tra generazioni, anche in una prospettiva storica e antropologica, sulle finalità e i metodi di insegnamento devono restare al centro dei nostri interessi.
_____________________________ 1L’azione giudiziale si presenta molto difficile: in primo luogo diventa quasi insensata per le sanzioni disciplinari inferiori alla sospensione dal servizio (i cui effetti possibili decadono dopo i due anni); in secondo luogo risulta ostica per varie ragioni: perché i costi dell’azione giudiziaria spesso superano il valore della causa; perché i tempi del processo sono lunghissimi; perché la verità giudiziale risulta spesso molto diversa dalla realtà; ma soprattutto perché i giudici, oberati di lavoro, tendono a dare poco peso a fatti che a loro appaiono micro-conflitti di scarso interesse giudiziale: e, seguendo il principio de minimis non curat curia, tendono a considerare “minimi” la maggior parte dei conflitti nella scuola: trasferimenti, cattedre, sedi e orari di lavoro, ferie, permessi, aggiornamento, professionalità, senso della dignità, numero di alunni per classe, libertà di insegnamento, programmi, criteri di valutazione …

ARCHIVIATO IL PROCEDIMENTO DISCIPLINARE CONTRO IL DOCENTE, DIFESO DAI COBAS SCUOLA, CHE AVEVA ESERCITATO IL PROPRIO DIRITTO DI CRITICA

Trieste, 14 settembre 2019- In questi giorni i COBAS SCUOLA Trieste hanno ricevuto dall’Ufficio Scolastico Regionale del FVG l’informazione che il procedimento disciplinarea carico del docente, che aveva manifestato da libero cittadino la propria critica al film “Red Land – Rosso Istria”, è stato archiviato in maniera definitiva.

Ricordiamo che nei giorni seguenti all’episodio si era scatenata una canea rabbiosa da parte del mondo politico, associativo e istituzionale che aveva raggiunto i livelli di una vera e propria gogna pubblica con l’assessora comunale Brandi e associazioni di estrema destra che invocavano provvedimenti disciplinari, arrogandosi il diritto di dire che cosa può fare o non fare un docente nel suo tempo libero. Infatti, nonostante il docente avesse agito da libero cittadino esprimendo il proprio diritto di critica, senza aver denigrato qualcuno, o aver l’intento di denigrare qualcuno, c’era chi aveva la presunzione di zittire il dissenso, di imporre il pensiero unico illudendosi che manipolazioni e narrazioni pseudostoriche potessero essere immuni da critiche.

Da subito come COBAS SCUOLA avevamo rispedito al mittente questi attacchi chiaramente mirati a colpire la libertà di espressione di un cittadino, facendo leva sul suo ruolo di docente che, nella visione distorta di certa politica, avrebbe dovuto sospendere il proprio pensiero critico, piegando la schiena alla maggioranza politica di turno.

Difronte a tale protervia e arroganza I COBAS SCUOLA del FVG hanno difeso con orgoglio la dignità e la professionalità del docente così come la sua libertà di cittadino così volgarmente attaccata. Una difesa che si fa purtroppo sempre più urgente nel nostroPaese dove, ad esempio, a Monfalcone c’era chi pensava di aprire uno sportello d’ascolto per accogliere le lamentele contro professori “politicizzati” perché troppo di sinistra, o ministri che hanno punito insegnanti perché non avevano “sorvegliato” il pensiero e il lavoro dei loro studenti, come accaduto a Palermo.

Riconosciamo all’Ufficio Scolastico Regionale la capacità di aver posto correttamente nell’alveo istituzionale tale incresciosa vicenda, riconducendola al suo esito naturale, vale a dire l’archiviazione, come da noi richiesto.

Non si capisce invece perché la Dirigente Scolastica per prima non abbia avuto la fermezza di rigettare le accuse mosse contro un docente della sua scuola, accuse che alla fine si sono sgretolate come un castello di sabbia e che potevano essere affrontate con un semplice confronto.

Ciò deve servire da riflessione in un sistema scolastico dove si è deciso di abbandonare la via del confronto preferendo quella sanzionatoria o dei procedimenti disciplinari, snaturando quello che è lo spirito e il senso della scuola.

I COBAS SCUOLA di Trieste rinnovano solidarietà e apprezzamento al loro iscritto e confermano il loro impegno nel difendere la dignità professionale e la libertà di chi lavora nella scuola.

COBAS SCUOLA Trieste

Calici amari di Alessandro Palmi

Vogliamo brevemente presentare una campagna, sul tema dello Stress Lavoro Correlato (SLC) e non solo, che è iniziata a Bologna nella scorsa primavera.
La campagna ha preso spunto da un evento specifico, si è successivamente allargata e nelle nostre intenzioni dovrebbe diventare uno degli strumenti per mettere in discussione i rapporti di potere che si stanno delineando nella “nuova” scuola oltre che affrontare alcune delle grosse fonti di disagio che contribuiscono a rendere sempre più stressante il lavoro all’interno delle istituzioni scolastiche.
L’evento causale Durante l’ultima campagna RSU, una nostra iscritta, che lavora presso un istituto commerciale, decide di candidarsi come RSU. Il clima generale in questa scuola è storicamente pesante a causa della gestione e dei comportamenti del dirigente; senza ora entrare nei particolari, basti dire che nell’arco di 5/6 mesi (dalla candidatura, passando per l’elezione con il maggior numero di voti e finendo all’inizio della contrattazione) la nostra riceve ben 3 contestazioni di addebito che si chiudono con 3 sanzioni. Si tratta di contestazioni per fatti di nessuna gravità e declinati attraverso l’interpretazione insindacabile del dirigente; seguono sanzioni molto lievi (richiami e/o censure). Le sanzioni sono, come detto, lievi, ma non per questo mancano di sortire il loro vero effetto che è quello di mettere chi le riceve in uno stato di profondo disagio e di sentimento di inadeguatezza; con, tra l’altro, la prospettiva di poter fare ben poco, infatti gli avvocati generalmente sconsigliano di ricorrere in giudizio per sanzioni di questo tipo.
La nostra risposta A seguito di questa vicenda (per certi versi esemplare, ma in realtà non tanto diversa da tante situazioni che in diverse scuole riguardano i dipendenti) in sede Cobas si sviluppa una discussione e giungiamo alla conclusione che è tempo di provare ad intervenire su questa tipologia di eventi; partendo sì dal caso specifico, ma con l’intento di generalizzare la questione. Decidiamo di far partire una campagna specifica sul tema, che chiamiamo BastaStress. Il nostro proposito è che la campagna si sviluppi all’interno di quell’incerta zona grigia che si è venuta a creare nelle relazioni a scuola, zona in cui si vedono convergere gli atteggiamenti autoritari e prevaricanti dei novelli “presidi sceriffi”, (con la scorta dei pieni poteri fornito loro da numerosi interventi normativi degli ultimi 20 anni) e gli atteggiamenti aggressivi dei novelli “clienti” della scuola azienda, cioè genitori ed anche studenti e studentesse. La percezione che abbiamo è che lavorare a scuola stia diventando sempre più “difficile” in questo nuovo contesto che si va affermando; ma se da un lato esistono discussioni, analisi ed anche azioni che intervengono sugli aspetti teorici, politico-sindacali e didattici della questione, seppur con alterna fortuna e risultati; ci sembra che sia molto più scoperto il lato che dovrebbe indagare il vissuto e le condizioni concrete di lavoro di docenti ed ATA.
Far emergere il disagio Obiettivo primario di questa campagna vuole essere proprio una sorta di indagine su questi aspetti volta a favorire l’emersione del disagio (in tutte le sue forme) che sembra sempre più attanagliare i dipendenti della scuola ed i docenti in particolare. L’esperienza bolognese ha sortito buoni risultati e continuerà anche nel prossimo anno scolastico, agendo su più binari che di seguito illustriamo sinteticamente, per dar modo anche ad altre realtà di allargare la campagna:

  • Un aspetto strettamente difensivo che affronti casi specifici, attraverso ricorsi legali, mobilitazioni di scuola, attivazione di casse di resistenza per spese legali, cioè azioni che diano segnali decisi di opposizione e non accettazione di quanto sta accadendo.
  • La messa in campo di un lavoro di indagine che faccia emergere il disagio e le situazioni di stress da lavoro correlato (SLC) presente nelle scuole; su questo versante possono (e devono) avere un ruolo chiave le RSU (nostre, ma anche di altre sigle se disponibili) ed in particolare gli RLS (ruolo che le nostre RSU dovrebbero cercare di utilizzare). Questa attività si dovrà svolgere sul campo anche seguendo le linee guida nell’ambito del D.Lgs 81/2008 sulla sicurezza e tenendo presente le definizioni formali e normative legate allo SLC ed al mobbing.
  • Apertura di trattative e contenziosi con gli uffici provinciali e regionali volti a denunciare e tentare di scardinare l’attuale apparato formale e normativo che pone il dipendente in una posizione subalterna e sostanzialmente indifesa a fronte di tutto il contenzioso disciplinare. In particolare abbiamo enucleato alcuni punti che devono essere approfonditi, denunciati ed attraverso le mobilitazioni cambiati:
    1. denunciare e rendere plasticamente noto come tutto il percorso contestazione di addebito, difesa ed eventuale sanzione segua un iter tutto interno all’amministrazione e totalmente a discrezione del dirigente di turno, in nessun momento vi è l’intervento di un ente od autorità terza che possa mediare, dal primo passo all’ultimo tutto è insindacabilmente ed unilateralmente deciso dal dirigente, generando così una asimmetria di potere non tollerabile.
    2. L’assenza, per tutti i dipendenti pubblici in realtà, di qualcosa di analogo a ciò che lo statuto dei lavoratori (legge 300/70) prevede all’articolo 7 in relazione a procedimenti e sanzioni disciplinari. Assenza che non lascia altra via al sanzionato/a che ricorrere ai tribunali ordinari, con tutto ciò che ne consegue.
    3. L’uso (abuso?) da parte dei dirigenti delle sanzioni lievi; sanzioni spesso attribuite in maniera totalmente arbitraria, su questioni fumose ed estremamente generiche (sfruttando quanto detto al punto 1), che nella pratica risultano concretamente impossibili da ricorre in tribunale, ma che nondimeno hanno il potere di mettere chi le riceve in una situazione di disagio configurandosi come un forte elemento stressante quando non mobbizzante
    4. La richiesta di trasparenza ed informazioni rispetto a dati fondamentali nella gestione di una scuola quali numero di richieste di trasferimento, numero di procedimenti avviati, numero di procedimenti avviati che si concludono con sanzioni ecc…

In definitiva la campagna opera su tutti questi distinti livelli per conseguire questi obiettivi:

  1. a) far emergere il disagio diffuso;
  2. b) rompere l’isolamento in cui il sistema ti vuole obbligare e rendere consapevoli dell’esistenza di una problematica diffusa e comune che si può presentare sotto diverse forme, ma che è riconducibile ad un dato modello di scuola;
  3. c) aumentare il livello di coscienza che il nuovo modello scolastico è portatore congenito di elementi di SLC e situazioni mobbizzanti;
  4. d) comprendere quindi che non è “colpa” dell’individuo o delle circostanze, ma che tutto è semplicemente conseguenza prevedibile e connaturata al nuovo modello scolastico;
  5. e) suggerire la possibilità che, essendo la problematica comune e non personale, anche la risposta lo debba essere e quindi aumentare la disponibilità alla lotta ed alla soluzione collettiva dei problemi.

Su queste basi vogliamo continuare la campagna. Vi invitiamo a visitare i siti sotto riportati, che contengono maggiori dettagli e i materiali che abbiamo sin qui prodotto, in modo che si possa prendere visione di come si sta attualmente concretizzando questa iniziativa; ovviamente è un invito a contribuire.

https://www.facebook.com/search/top/?q=bastastress&epa=SEARCH_BOXhttp://www.cobasbologna.it/bastastresshttps://bastastress.blogspot.com/https://www.derev.com/bastastress

Perché parliamo di minori difese?

Mentre cresce il peso degli attacchi, il personale della scuola si trova sempre più isolato e con in mano strumenti di difesa deboli e confusi. Di seguito alcune delle circostanze che hanno determinato l‘attuale situazione.
1.    Cancellazione degli organi di garanzia (Consiglio di disciplina, Consiglio provinciale della pubblica istruzione)
2.    Cancellazione delle procedure di arbitrato e conciliazione, con conseguente sbilanciamento a favore di atti unilaterali della dirigenza
3.    Riduzione delle materie oggetto di contrattazione con la RSU nell’ultimo contratto
4.    Utilizzo strumentale della normativa sulla privacy per diminuire la trasparenza della contrattazione integrativa
5.    Istituzione di commissioni di ogni tipo che svuotano di fatto il potere decisionale degli organi collegiali
6.    Assenza di un collegio deliberante ATA
7.    Svuotamento della funzione sociale della scuola e del ruolo degli insegnanti nella narrazione dei mass media e nelle esternazioni dei politici
8.    Uso dei risultati dei test Invalsi (e simili) per svalutare il lavoro degli insegnanti.

Per info e integrazioni scrivi a Bastastress@cobasbologna.it