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UN CONTRATTO CHE NON TUTELA NÉ I LAVORATORI, NÉ LA SCUOLA

Davvero nessuno sentiva l’esigenza di un contratto sulla didattica digitale che, anziché fare chiarezza e garantire i lavoratori della scuola, di fatto aumenta il caos nelle scuole. La preoccupazione principale dei sindacati firmatari pare quella di garantirsi un ruolo di interlocutori nei confronti del governo: come poi riempire quel ruolo e, soprattutto, come riempirlo in difesa dei lavoratori, pare una questione secondaria. Da qui l’incredibile atteggiamento della CGIL che prima non firma il contratto, ma poi lo fa entrare in vigore senza ottenere nulla di più: solo una Nota “condivisa” che per certi aspetti è addirittura peggiorativa rispetto al contratto. Ma con una procedura insolita, prevista dalla dichiarazione congiunta, la Nota diventa l’interpretazione vincolante del CCNI sulla DDI per l’Amministrazione e per le OO.SS. firmatarie.  In ogni caso, l’effetto congiunto del CCNI e della Nota Ministeriale n° 2002 del 9.11. 2020, con un finto gioco delle parti, sta creando un vero guazzabuglio nelle scuole, di cui sono pienamente e politicamente responsabili sia il Ministero che Cgil, Cisl e Anief. Docenti lavoratori di serie B – Il contratto avrebbe dovuto entrare nel merito della nuova tipologia di lavoro. Invece, oggi i docenti italiani in DAD non hanno un inquadramento preciso e, di fatto, hanno minori diritti alla salute, alla sicurezza, alla tutela della privacy, alla limitazione dell’esposizione al video, rispetto ai lavoratori impegnati nel telelavoro. Le nostre case e i nostri dispositivi divengono spazi e strumenti dell’amministrazione per garantire la prestazione lavorativa, senza alcun tentativo di arginare questa invasione della sfera privata e di porre dei confini che delimitino con chiarezza l’ambito del lavoro da quello della vita. Non viene definito alcun rischio per la salute connesso alla nuova modalità di prestazione lavorativa; non viene chiarito come si applica la normativa a tutela degli infortuni quando il luogo di lavoro diventa la propria casa; viene sdoganato il fatto che siano i docenti a doversi fare carico dell’efficienza delle proprie macchine, della connessione e, sul piano della privacy, della dotazione di adeguati sistemi di protezione dei dati altrui, perché sono di proprietà dell’amministrazione, quasi fossero divenuti ormai lavoratori autonomi e non più dipendenti. Non viene previsto nulla riguardo al diritto alla disconnessione – o meglio il diritto a vivere senza l’ossessione della connessione- che è ancora una volta e colpevolmente rinviato alla contrattazione d’istituto, come se il problema di separare il tempo di vita e il tempo di lavoro non fosse un problema di carattere nazionale e non si acuisse con la DAD per i docenti e con il lavoro agile per gli Ata. Far West contrattuale – Gli obblighi e le modalità di lavoro discenderanno direttamente dai Piani sulla Didattica integrata approvati dai Collegi Docenti. Le docenti e i docenti italiani sono dunque lasciati in balia dei Dirigenti Scolastici, vista la condizione disperata della democrazia degli Organi Collegiali nella scuola italiana, che i firmatari conoscono bene! Non dovrebbe un contratto nazionale definire un quadro certo di regole per arginare proprio gli abusi e le illegittimità che si determinano nelle singole scuole in nome dell’Autonomia scolastica? Invece, si lascia campo libero a un far west contrattuale definito a livello di scuola e si lascia ai DS ampia discrezionalità; nel Contratto si sottolineano in pompa magna le competenze degli Organi Collegiali, e nel puntuale gioco delle parti la Nota concordata afferma che “La dirigenza scolastica, nel rispetto delle deliberazioni degli organi collegiali nell’ambito del Piano DDI, adotta, comunque, ogni disposizione organizzativa atta a creare le migliori condizioni per l’attuazione delle disposizioni normative a tutela della sicurezza e della salute della collettività, nonché per l’erogazione della didattica in DDI”. Aumento del carico di lavoro – Sull’orario di lavoro sarebbe stato più che mai lecito attendersi almeno un riconoscimento del carico di lavoro aggiuntivo imposto dalla didattica digitale e dalla richiesta di far fronte in modo flessibile alla situazione di emergenza, adeguando la metodologia didattica (in presenza, a distanza, mista) al contesto epidemiologico e alle disposizioni normative. Invece, si è deciso di equiparare la didattica a distanza alla didattica in presenza, rendendo ordinario ciò che non lo è: un intervento che peraltro non chiarisce adeguatamente nemmeno il punto chiave dei recuperi al fine di evitare richieste ingiustificate in seguito alla riduzione dell’unità oraria di lezione connessa all’attuazione della DDI. Sarebbe stato semplice chiarire in modo definitivo che qualsiasi riduzione dell’unità oraria di lezione o del monte orario settimanale determinata dall’attuazione di quanto previsto nei piani per la didattica digitale integrata e dalle linee guida, non poteva comportare ulteriori obblighi di lavoro, ma questo non è stato fatto. Nulla per i precari –  ANIEF ha firmato subito. Se i precari pensavano di aver trovato un sindacato di riferimento, alla prima prova dei fatti è lampante come siano stati utilizzati solo per ottenere la rappresentanza. E solo dopo aver firmato, ANIEF chiede l’estensione della carta docente anche per i precari, dimenticando che un sindacato serio pone le condizioni PRIMA, non DOPO aver firmato. E infatti il passaggio sui docenti precari è quello più fumoso: il Ministero sosterrà “ogni azione possibile utile a supportare l’erogazione della DID da parte dei docenti a tempo determinato”. Nulla per il personale Ata – che sperimenta sempre di più la pervasività del lavoro agile, se non la richiesta della Cgil della convocazione per “il confronto” sul lavoro agile (NB: non la contrattazione), anche questa dopo la firma del contratto sulla DID e non contestualmente. Piattaforme delle multinazionali del web –  Nuove risorse vengono invocate solo per il solito calderone che da mesi si sta alimentando: la connettività delle istituzioni scolastiche, gli ambienti scolastici innovativi, ecc. Nemmeno la traccia di una clausola che impegni il Ministero a predisporre una piattaforma pubblica: nella dichiarazione congiunta si parla di piattaforme gratuite per docenti e studenti, ma non per le scuole! Il giudizio complessivo sul contratto firmato non può che essere fortemente negativo, ma questo non ci impedisce di distinguere il CCNI dalla Nota nei soli due casi in cui il primo è uno strumento utilizzabile in difesa dei docenti, scardinando il gioco delle parti che sembrerebbe sotteso alla loro stesura concordata. Il contratto non prevede alcun obbligo di recupero e ribadisce la piena valenza di tutta la normativa contrattuale, ivi compreso l’art. 28 c.7 e 8 del CCNL 2006-08 che, richiamando le C. M. n. 243/1979 e n. 192/1980 e successive, prevede che se la riduzione oraria è dovuta a causa di forza maggiore e “i motivi sono estranei alla didattica” (come è di tutta evidenza in questo caso , in cui il ricorso alla DAD , con la conseguente inevitabile riduzione oraria, è imposta dal riacutizzarsi dell’emergenza sanitaria e dalle disposizioni del DPCM del 4 novembre) “non è configurabile alcun obbligo per i docenti di recuperare le frazioni orarie oggetto di riduzione”. Invece, la Nota prevede che “il personale docente è tenuto al rispetto del proprio orario di servizio, anche nel caso in cui siano state adottate unità orarie inferiori a 60 minuti, con gli eventuali recuperi”. La didattica digitale integrata non si attua oltre l’emergenza e il Contratto dice chiaramente all’art. 1 “Casi in cui si può ricorrere alla DDI e durata del CCNI” che solo “fino al perdurare dello stato di emergenza deliberato dal CdM, dovuto al diffondersi del COVID 19, l’attività didattica sarà effettuata a distanza attraverso la modalità della DDI..”, quindi configurando la didattica a distanza solo come didattica dell’emergenza. Anche il D.L. n. 22/2020, convertito in l. n. 41/2020, prevede all’art. 2 che solo in “in corrispondenza della sospensione delle attività didattiche in presenza a seguito dell’emergenza epidemiologica, il personale docente assicura comunque le prestazioni didattiche nelle modalità a distanza”.La Nota, in continuità, con le Linee Guida istituzionalizza la DAD anche al di là dell’emergenza, almeno per quanto riguarda le scuole secondarie di secondo grado.                                                                                                          

Per entrambi questi casi va detto con forza che solo il CCNI costituisce una fonte del diritto e fonda diritti e obblighi, mentre la Nota non è una fonte del diritto. Per cui invitiamo le Istituzioni scolastiche, gli organi collegiali, le RSU e i lavoratori tutti ad applicare il CCNI e non la Nota. Non vi è nulla da recuperare in alcuna forma per le riduzioni orarie deliberate dal Consiglio d’Istituto e dovute all’emergenza sanitaria. Vanno rigettate delibere del Collegio docenti di riduzione oraria per motivi didattici, che non rispondono alla realtà. La DID è solo didattica dell’emergenza e finisce con l’emergenza. Contro ogni tentativo di normalizzazione dell’emergenza e contro la retorica ministeriale ribadiamo una volta di più che la DAD non è scuola. La favola della didattica digitale = qualità si è infranta di fronte alla realtà. La nostra voce si unisce a quella di pedagogisti, psicologi e soprattutto a quella di docenti, genitori e studenti che hanno sperimentato la sospensione di fatto del diritto allo studio. Dobbiamo riaprire al più presto e in sicurezza tutte le scuole di ogni ordine e grado, prima che si riapra la farsa della valutazione a distanza. Dobbiamo riaprire al più presto le scuole per lasciarci alle spalle questo contratto integrativo e per restituire dignità professionale e diritti all’intera categoria. Per farlo è necessario fare oggi quello che colpevolmente Governo e Regioni non hanno fatto questa estate: potenziare sanità, trasporti pubblici, organici e spazi scolastici. Non averlo fatto ci ha portato alla situazione di nuovo drammatica della sanità pubblica e a chiudere le scuole quando in Europa le tengono aperte anche con lockdown più estesi. Continuare a non farlo ora significherà arrivare di nuovo impreparati al momento della riapertura con il rischio di esporsi a nuove ondate della pandemia. Ad ogni passaggio di questo tipo la responsabilità politica e morale del governo aumenta a dismisura!


22/11/2020

ESECUTIVO NAZIONALE DEI COBAS – COMITATI DI BASE DELLA SCUOLA

Assemblea sindacale per tutti gli ordini di scuola 26 novembre 2020

I COBAS Comitati di Base della Scuola indicono per GIOVEDI’ 26 NOVEMBRE ASSEMBLEA SINDACALE per i/le Docenti di tutte le scuole

L’assemblea si terrà in modalità videoconferenza su gotomeeting. Per collegarsi seguire le indicazioni sottoriportate (è possibile da cellulare, da web o scaricando l’app) ai link:

Assemblea Scuola Bologna

Partecipa alla mia riunione da computer, tablet o smartphone.

https://global.gotomeeting.com/join/707774397

Puoi accedere anche tramite telefono.Stati Uniti:+1 (872) 240-3212

Codice accesso: 707-774-397

È la prima volta che usi GoToMeeting?  Scarica subito l’app e preparati all’inizio della tua prima riunione:https://global.gotomeeting.com/install/707774397

Al fine di favorire al massimo la partecipazione dei/delle docenti interessati/e, l’assemblea si svolgerà su due turni:

ore 12.00 –14.00 (comunque le ultime due ore)

ore 17.30 –19.30

Si discuterà del seguente ODG

  • Il piano per la DDI
  • Il nuovo contratto integrativo
  • La situazione degli/delle insegnanti precari/ie

Cambiano i governi ma non cambiano le politiche sulla scuola: supplenze verso un nuovo massimo storico

14/07/2020

L’emergenza Covid ha portato drammaticamente alla luce tutti i problemi pregressi della scuola italiana. In particolare i problemi dell’edilizia scolastica, della carenza di strutture, delle classi sovra affollate (classi pollaio), della carenza di personale e del conseguente uso improprio del personale precario.

I dati del Ministero dell’Istruzione parlano chiaro. L’anno scorso c’erano 104.000 cattedre vacanti tra organico di diritto e di fatto, ma il prossimo anno scolastico la situazione sarà anche peggiore. Infatti, a Settembre, il Ministero dell’Istruzione dovrà coprire con personale precario almeno 130.000 posti di cui 55.000 cattedre su organico di diritto vacanti per l’esaurimento delle Graduatorie di Merito (2016 e 2018) e delle Graduatorie ad Esaurimento; oltre 14.000 cattedre su organico di fatto di posto comune; almeno 60.000 cattedre in deroga sul sostegno. Se consideriamo anche il personale in aspettativa, in comando e quello in malattia, ed i numerosi spezzoni di cattedra da occupare, arriveremo ad oltre 200.000 supplenze, cioè oltre il 20% del personale docente. 

Un livello di precariato ineguagliabile non solo nel panorama della Pubblica Amministrazione italiana, ma anche di quella degli altri Paesi della UE. A fronte di questi numeri, il governo ha bandito tre concorsi per il ruolo che nel giro di 4 anni consentiranno di assumere solamente 80.000 docenti, a fronte di un fabbisogno di almeno 155.000, conseguenza diretta dei pensionamenti (circa 100.000) e delle cattedre in organico di diritto che rimarranno vacanti e disponibili (almeno 55.000). Quindi, nonostante le assunzioni, decine di migliaia di posti in organico di diritto verranno assegnati al personale precario. E tutto questo senza prevedere la necessità di incremento dell’organico per garantire una didattica efficiente ed una estensione del Tempo Pieno in tutte quelle realtà (in particolare del centro sud) che ne sono prive.

All’inizio del prossimo anno, per il tanto auspicato rientro in classe, in base alla normativa vigente,  dovranno essere garantite le condizioni di distanziamento degli alunni negli spazi scolastici e ciò non farà altro che aumentare ulteriormente la richiesta di supplenti di ulteriori 50.000 unità,  tra personale docente e personale ATA.

Una misura, quella del governo Conte, tanto sbandierata quanto insufficiente a garantire le condizioni di sicurezza in classe non solo in base ai mutevoli pareri del Comitato Tecnico Scientifico ma anche in base alle attuali norme di sicurezza sugli edifici scolastici. In particolare, un incremento provvisorio di meno del 5% del personale scolastico appare ridicolo di fronte all’esigenza di incrementare in modo permanente l’organico dei docenti e del personale ATA di almeno il 30% per rispettare tutte le norme di sicurezza in classe e fornire un servizio pubblico di qualità.

Come se non bastasse, la situazione è resa ancora più complicata dalle decisioni prese da parte del Ministero di rinviare “al prossimo anno” le assunzioni dal concorso straordinario, dal quale sono stati oltretutto lasciati fuori i docenti con servizio esclusivo su sostegno. Il concorso straordinario è stato rimandato a data da destinarsi e la prova è stata modificata in corso d’opera: tutto ciò non farà altro che allungare ulteriormente i tempi, ritardando di fatto le immissioni in ruolo.

Viene il sospetto che, come già accaduto per tutti i governi che hanno preceduto quello presieduto da Conte,  non ci sia la volontà reale di assumere, ma esclusivamente di ridurre i costi, poiché ancora una volta molti docenti vedranno allontanarsi la prospettiva della trasformazione del loro contratto da tempo determinato a tempo indeterminato, nonostante garantiscano, ormai da numerosi anni, il regolare funzionamento delle istituzioni scolastiche. Da anni denunciamo la falsa retorica del “merito” per le assunzioni, che non tiene conto dei numerosi titoli (spesso anche a livello accademico) acquisiti dopo anni di sacrifici, e dell’esperienza acquisita nelle scuole dopo svariati anni di precariato. Tutti fattori che per il governo Conte e quelli che lo hanno preceduto non contano! Occorre urgentemente fermare la consuetudine dei docenti usa e getta, abili e “utili” da anni a tempo determinato ma “inutili” a tempo indeterminato e licenziate/i a giugno o agosto per essere riassunte/i a settembre. Anche le GPS (Graduatorie Provinciali per le Supplenze) seppur elimineranno alcune delle criticità più volte da noi evidenziate come la casualità e/o la mancanza di trasparenza nell’attribuzione delle supplenze annuali, essendo gestite centralmente dagli USP (Uffici Scolastici Provinciali), non risolveranno il dramma della supplentite! Al di là della questione di merito, riteniamo illegittimo che le GPS prevedano una tabella di valutazione dei titoli diversa da quelle delle GI (Graduatorie d’Istituto), per cui molti docenti vedranno sottrarsi punteggi già conseguiti e penalizzati su diritti acquisiti. Inoltre critichiamo fortemente la scelta di relegare gli ITP alla seconda fascia delle GPS, evidenziando un’enorme contraddizione: gli ITP hanno la possibilità di accedere alle prove concorsuali senza i 24 CFU, ma non hanno diritto di iscrizione alla prima fascia delle GPS (fascia riservata agli abilitati). Tale contraddizione darà avvio a numerosi ricorsi.

Parafrasando la celebre frase del romanzo “Il Gattopardo”: tutto cambia perché nulla cambi!

Ma abbiamo bisogno di un VERO CAMBIAMENTO che superi definitivamente l’abuso del lavoro precario e che risponda alle esigenze attuali anche alla luce dell’emergenza sanitaria, tramite un ritorno agli organici docenti precedenti i tagli delle riforme Moratti Gelmini. Il problema della scuola italiana già oggi non è quella di avere docenti meritevoli ma di avere docenti stabili! Non si può sfruttare il lavoro precario senza alcun limite temporale. Riteniamo che sia necessario intervenire urgentemente affinché si attinga dalle GPS non solo per le assegnazioni delle supplenze annuali, ma anche per i ruoli, assumendo su tutti i posti vacanti e disponibili (quest’anno almeno 55.000) tutti  i/le docenti abilitati/e  e tutti coloro che hanno i requisiti per abilitarsi poiché hanno già maturato almeno 3 anni di servizio.

Sinteticamente CHIEDIAMO:

 >  TRASFORMAZIONE DELLE GPS IN GRADUATORIE PERMANENTI

 >  ASSUNZIONE IMMEDIATA PER TUTTE/I COLORO CHE HANNO PIÙ DI TRE ANNI DI INSEGNAMENTO

 >  RIDUZIONE DEL NUMERO DI ALUNNE/I PER CLASSE

 >  RIPRISTINO DELLE CONTEMPORANEITÀ E DEI LABORATORI (abolizione della riforma Gelmini)


 >  ESTENSIONE DEL TEMPO PIENO

 >  AUMENTO DEL 20% DELL’ORGANICO DEL PERSONALE ATA

COBAS – Comitati di base della Scuola

RICONOSCIMENTO DEI DIRITTI SINDACALI DELLE RSU

A volte è necessario bloccare la contrattazione e avviare un ricorso ex art 28 per ristabilire il terreno legittimo delle relazioni sindacali nelle scuole. E’ il percorso che i Cobas di Bologna hanno dovuto seguire a tutela di una propria RSU, a cui era stato reiteratamente negato l’accesso all’informativa completa sull’utilizzo del bonus dell’a.s. 2018-19 (contenente nominativi, importi e motivazioni dell’attribuzione del riconoscimento economico).

Un’ulteriore e ancora più grave violazione dei diritti sindacali e in particolare dell’autonomia della RSU,  aveva portato nei mesi scorsi all’allontanamento dall’Istituto del rappresentante territoriale dei Cobas invitato all’assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori.

Di fronte al, per noi, palese comportamento antisindacale messo in atto, prima della fine del giudizio  in tribunale,  è stato raggiunto un accordo di conciliazione  in cui si riconosce la piena legittimità delle richieste dei Cobas con impegno del Dirigente Scolastico a fornire l’elenco nominativo dei docenti che hanno percepito nell’A.S. 2018/2019 il Bonus premiale di cui all’art. 1, comma 127, della legge n. 107/2015, comprensivo dei compensi di ognuno e delle motivazioni sottese alla distribuzione e a non reiterare ulteriori divieti di partecipazione del rappresentante Cobas, qualora invitato dalla RSU d’Istituto, alle assemblee indette dalla stessa come stabilito dall’art. 4, c. 3 Contratto Nazionale Quadro del 4 dicembre 2017.

Non è la prima volta che la tentazione dirigista che serpeggia nelle scuole porta i dirigenti a interpretare in modo monocratico le regole che presiedono le relazioni sindacali assumendosi un illegittimo quanto inopportuno ruolo di fonte normativa in sostituzione delle regole vigenti.

L’autonomia del rapporto tra RSU e lavoratrici/lavoratori è inderogabile. Abbiamo assistito ad episodi inauditi come l’allontanamento di un rappresentante cobas da una assemblea di istituto a cui era stato invitato dalla RSU! Alcuni dirigenti sembrano ancora non capire che il loro potere e il loro controllo hanno dei limiti, che non è concessa la loro interferenza e non è richiesto il loro permesso per convocare una assemblea o deciderne le modalità di svolgimento.

L’informazione inoltre, come prevede il CCNL, è il presupposto per il corretto funzionamento delle relazioni sindacali. Senza una informazione corretta esaustiva e trasparente non può prendere l’avvio un tavolo di contrattazione. Trincerarsi dietro la privacy per rendere opaca e lacunosa l’informativa data alla rsu pregiudica irrimediabilmente lo svolgimento della contrattazione nonché il presupposto del rispetto tra le parti. Non è un buon servizio offerto alla comunità scolastica e alla trasparenza quello di costruire una asimmetria nell’informazione riguardo alla distribuzione delle risorse e degli incarichi. Questa asimmetria è la base di un rapporto di potere che disarma la RSU rendendola impotente.

È ancora necessario ribadire che rientra tra i postulati di base del sistema delle relazioni sindacali la parità, pur nel rispetto dei diversi ruoli e delle diverse responsabilità, tra i due soggetti in questione: la Dirigenza e le RSU.  Il modello gerarchico del rapporto di subordinazione lavorativa non vale, è purtroppo ancora necessario ribadirlo, sul piano delle relazioni sindacali. La RSU gode di diritti che sono connessi alla propria funzione e risultano inaccettabili le invasioni di campo sul terreno delle sue prerogative e delle sue autonomie.
30/06/2020

COBAS SCUOLA BOLOGNA    

UN CHIARIMENTO SU FERIE DOCENTI E ATA

25/06/2020

 Il CCNL Istruzione 2006-2009 stabilisce, all’art. 13 comma 9, che i docenti devono fruire delle ferie durante i periodi di sospensione delle attività didattiche (come individuati dai calendari scolastici regionali), ovvero, per quanto riguarda l’estate, in genere dal 1° luglio al 31 agosto, ad eccezione dei giorni destinati agli scrutini, agli esami o alle attività funzionali all’insegnamento (che devono essere inserite nel piano annuale delle attività deliberato dal Collegio Docenti ad inizio anno scolastico o successivamente modificato).

 Quanto al personale Ata, l’art. 13 comma 11 prevede che esso ha diritto a fruire delle ferie, compatibilmente con le esigenze di servizio, anche in maniera frazionata, assicurando comunque la fruizione di almeno 15 giorni consecutivi nel periodo 1° luglio-31 agosto, nel rispetto dei turni prestabiliti nell’ambito del piano delle attività predisposto all’inizio dell’anno ai sensi degli artt. 51 e 53 CCNL Istruzione 2006-2009.

 La richiesta di ferie, sia per quanto riguarda il personale docente che Ata, va presentata al Dirigente Scolastico, ma tale richiesta non può essere rifiutata se non a fronte di indifferibili esigenze di servizio, che vanno adeguatamente motivate. Le ferie, infatti, sono un diritto soggettivo irrinunciabile del dipendente, che esula dalla discrezionalità del dirigente e dalle eventuali ragioni organizzative addotte dalla scuola e, come tali, non sono sottoposte ad un provvedimento concesso del Dirigente Scolastico.

 Per quanto riguarda la programmazione di eventuali attività che coinvolgano i docenti o il personale Ata nei periodi precedenti al 1° settembre, l’opinione maggioritaria ritiene che essa debba essere deliberata dal Collegio Docenti e dal Consiglio di Istituto al momento dell’adozione del piano annuale della attività, in relazione al quale, si ricorda, le modalità di utilizzazione del personale docente e Ata sono materia di confronto (artt. 6 e 22 CCNL Istruzione 2016- 2018).

 Secondo tale opinione, successivamente all’adozione del piano delle attività, eventuali modifiche significative dello stesso, decise dagli organi collegiali in corso d’anno scolastico, possono essere adottate solo previa informazione della rappresentanza sindacale (art. 28 comma 4 CCNL Istruzione 2006-2009; per l’ipotesi in cui le modifiche riguardino il personale Ata, occorrerebbe inoltre la convocazione della riunione di tale personale ai sensi dell’art. 41 comma 3 CCNL Istruzione 2016-18).

 Peraltro, non manca nel panorama sindacale chi ritiene, con un’impostazione ancora più restrittiva, che, per quanto riguarda il personale docente, il Collegio Docenti non possa deliberare sulle ferie di un lavoratore e, pertanto, qualsiasi delibera in tal senso sarebbe da ritenersi nulla, potendo il Collegio calendarizzare le proprie riunioni soltanto dal 1° settembre al 30 giugno.

 Resta in ogni caso fermo che, in assenza delle condizioni sopra descritte, qualunque decisione assunta unilateralmente dal Dirigente Scolastico che comprima il diritto alle ferie, per esempio negando al personale la possibilità di fruire di giorni di ferie in determinati giorni di luglio e agosto, è da considerarsi priva di fondamento giuridico e, pertanto, ILLEGITTIMA.

 In ogni caso, eventuali iniziative programmate nel periodo estivo, anche ove pianificate in ossequio alle procedure di legge, dovranno rispondere ad esigenze reali e concrete del singolo istituto ed essere effettivamente attivate, non potendo ritenersi legittima l’imposizione di un generico obbligo di presenza a scuola.

 Su tale punto, si richiama una datata, ma tutt’ora efficace, Circolare dell’Ufficio Coordinamento Decreti Delegati (prot. n. 1972 del 30 Giugno 1980), secondo cui: “Ribadito l’obbligo dei docenti a prestazioni di servizio anche durante il periodo estivo, occorre però precisare che le iniziative programmate dagli organi competenti devono rispondere a reali esigenze delle singole scuole ed essere effettivamente attivate. Appare in contrasto con il sistema previsto dai decreti presidenziali 31 maggio 1974, n. 416 e 417, l’imposizione di obblighi di semplice presenza nella scuola che non siano dipendenti da iniziative programmate e attivate” (ndr. i DPR citati sono confluiti nel T.U. Istruzione attualmente in vigore).

▶ Tale interpretazione è stata successivamente avallata anche dal Consiglio di Stato, con la sentenza 8 maggio 1987 n. 173.

 In conclusione, si precisa che neanche eventuali riferimenti all’attuale situazione di emergenza sanitaria potrebbero supportare scelte dirigenziali volte a limitare la fruizione delle ferie nei mesi di luglio e agosto o a disporre un rientro obbligatorio in servizio anticipato rispetto al 1° settembre 2020, poiché, ad oggi, non è stata disposta nessuna misura in tal senso da parte delle autorità governative competenti.

Cobas Scuola, Giugno 2020.

Assemblea sindacale del personale della scuola di Bologna e Provincia

COSA FARE NELLA FASE FINALE DI QUESTO ANNO SCOLASTICO E PER L’AVVIO DEL PROSSIMO

giovedì 14 maggio 2020 dalle 16 alle 18, in videoconferenza. Per iscriversi vai al link o su www.cobasbologna.it

La chiusura delle scuole su tutto il territorio nazionale dal 4 marzo è stata affrontata con generosità e inventiva da parte del personale della scuola e con una forte confusione da parte del Ministero.

Un Ministero apparentemente più interessato a  iniziative propagandistiche che ad affrontare i tanti nodi problematici relativi alla conclusione dell’anno scolastico e, soprattutto, all’apertura del prossimo. 

I Cobas Scuola Bologna lanciano quindi un’assemblea per riprendere assieme un dialogo tra i lavoratori della scuola sulle seguenti tematiche:

  • L’esperienza della didattica a distanza
  • gli organi collegiali e la valutazione
  • lo svolgimento degli esami conclusivi
  • la riapertura delle scuole in sicurezza.

L’assemblea è aperta anche a genitori, studenti, studentesse e tutti/e coloro che volessero partecipare.

Chiediamo alla Ministra Azzolina di prorogare i termini delle domande di mobilità

L’ordinanza con cui il Ministero da lei diretto dà avvio alle procedure di mobilità per l’anno scolastico 2020/2021, fissando le scadenze del 21 (per i docenti) e 27 aprile (per gli ATA) come se ci trovassimo in una situzione ordinaria, sarebbe sorprendente comunque, anche se lei, uscita dall’Università, non avesse più frequentao la scuola, neanche di sfuggita.

Ma diventa addirittura sconcertante una volta che si sappia come in realtà lei, presa la laurea, dalla scuola non sia mai uscita se non al momento di diventare, solo due anni fa, parlamentare. Lei è stata insegnante precaria con continuità fino al 2014 e, una volta stabilizzata, ha proseguito nell’attività docente fino al 2018, lasciandola al momento del passaggio nelle aule parlamentari. E non solo: per parecchi anni lei ha fatto coincidere l’insegnamento con la militanza in un’organizzazione sindacale della scuola. Dunque, al momento dell’emanazione dell’ordinnza suddetta, lei aveva tutti gli elementi per valutare l’assolutà incongruità delle date stabilite. E nello specifico doveva sapere che le date fissate per la presentazione delle domande di mobilità sono del tutto fuori dalla drammatica realtà attuale. Perchè se è vero che le domande vanno fatte on-line, è altrettanto vero che la loro complessità, il doverle compilare con estrema precisione, la documentazione da allegare richiedono necessariamente il ricorrere da parte di docenti ed ATA agli uffici scolastici, all’informativa e consulenza “in persona”, in particolare nelle sedi sindacali per chi a tali sedi ha necessità di fare riferimento. Tutto ciò, dunque, necessita di quella piena libertà di circolazione e di “contatti” che non c’è oggi, ma verosimilmente non ci sarà neanche per tutto il mese di aprile, visto che è pressochè certo – e lei ne dovrebbe essere pienamente consapevole – il prolungamento delle restrizioni attualmente previste fino al 3 aprile. Crediamo che, in particolare usando appieno la sua precedente esperienza di docente precaria e poi stabilizzata, nonchè quella di sindacalista della scuola, lei possa ben valutare l’errore commesso dal suo Ministero e ripararlo nel più breve tempo possibile. A tal fine, le chiediamo di posticipare almeno alla fine del mese di maggio le scadenze fissate dall’ordinanza per la presentazione delle domande di mobilità per l’anno scolastico 2020/2021. E questo è, in proposito, il telegramma che abbiamo inviato nella giornata di ieri a lei e agli organi preposti del Ministero dell’Istruzione.

I COBAS, in merito all’ordinanza con cui si dà avvio alle procedure di mobilità per l’anno scolastico 2020/2021, con le scadenze del 21 (per i docenti) e 27 aprile (per gli ATA) , rilevano la mancanza di congruità dei tempi previsti in tale disposizione con la situazione emergenziale del paese e con l’evidente difficoltà che si verrà a creare per il personale scolastico. Infatti pur se la domanda si inoltra in modalità on line è evidente il necessario supporto sia del settore amministrativo delle istituzioni scolastiche sia delle sedi sindacali notoriamente utilizzate dal personale per informazioni e assistenza nella compilazione e che richiede quella “libera” circolazione che ad oggi, e verosimilmente per tutto il mese di aprile, per le note restrizioni, non c’è.

I COBAS chiedono dunque di posticipare non essendo possibile, in una situazione così straordinaria, pensare che tutto possa svolgersi in modalità e tempi identici a situazioni ordinarie – almeno alla fine del mese di maggio le scadenze fissate dall’ordinanza per la presentazione delle domande di mobilità per l’anno scolastico 2020/2021, cosa del resto già successa in passato e che non pregiudicherebbe le operazioni e il regolare avvio del prossimo anno scolastico .


COBAS SCUOLA

Emergenza COVID-19 – personale ATA e presenza in servizio

11 marzo 2020

Al Dirigente Scolastico Scuole in Indirizzo

Alle RSU dell’Istituto

Agli Uffici Scolastici Provinciali e Regionali

Ogg: Emergenza COVID-19 – personale ATA e presenza in servizio – NOTA 323 del 10/03/2020

Si ha notizia che in alcune Istituzioni Scolastiche si stia autorizzando, o addirittura in alcuni casi obbligando, il personale ATA (in particolare i collaboratori scolastici) a presentare richiesta di ferie o di recuperi compensativi, al fine di ridurre la prestazioni lavorativa, in ottemperanza ai provveddimenti governativi.

Si richiamano, a tal proposito, alcuni passi significativi della Nota MIUR prot. n. 323 del 10 marzo 2020, con oggettoPersonale ATA. Istruzioni operative”, che segue laNota Miur prot. n. 279 del MIUR dell’8 marzo 2020.

I DPCM, attuativi del DL n. 6/2020, perseguono l’obiettivo di limitare allo stretto necessario lo spostamento delle persone al fine di contenere la diffusione dell’epidemia Covid-19. Per cui ogni accortezza che si indirizzi in questa direzione non solo è lecita e legittima, ma è anzi doverosa.

Ferma restando la necessità di assicurare il regolare funzionamento dell’istituzione scolastica, nella condizione di sospensione delle attività didattiche in presenza, ciascun Dirigente scolastico concede il lavoro agile al personale amministrativo, tecnico e ausiliario (ove possibile rispetto alle mansioni) delle istituzioni scolastiche. È comunque da disporsi l’adozione di misure volte a garantire il mantenimento dell’attività essenziale delle istituzioni scolastiche, adottando ogni forma di gestione flessibile del lavoro.

Il Dirigente scolastico, rispetto alle prestazioni dei collaboratori scolastici, dei cuochi, dei guardarobieri e degli infermieri, constatata la pulizia degli ambienti scolastici e assicurandosi che sia garantita la custodia e sorveglianza generica sui locali scolastici, limita il servizio alle sole ulteriori prestazioni necessarie non correlate alla presenza di studenti, attivando i contingenti minimi stabiliti nei contratti integrativi di istituto, ai sensi della legge 12 giugno 1990, n. 146, ovvero con provvedimento datoriale, nel caso di assenza di tale strumento.Tale decisione, viste le mansioni previste per questi profili dal CCNL, discende dalla sospensione delle lezioni in presenza prevista dal DPCM, nonché dalla situazione di emergenza per la quale vi è la necessità di contenere il più possibile gli spostamenti per ragioni lavorative.Solo dopo che il Dirigente scolastico abbia verificato che periodi di ferie non goduti da consumarsi entro il mese di aprile possano sopperire alla mancata prestazione lavorativa, può farsi ricorso alla fattispecie della obbligazione divenuta temporaneamente impossibile (art. 1256, c. 2, c.c.). La norma di cui all’art. 1256, c. 2, c.c. entra in rilievo in tutti i casi in cui la prestazione lavorativa non sia possibile in modalità di lavoro agile, sempre che sia garantito il livello essenziale del servizio”

Con la nota del MIUR si intende, sulla base dell’emergenza in atto, giustamente tutelare anche la salute del personale ATA in servizio nelle scuole in cui sono sospese le sole attività didattiche, prevedendo la presenza in servizio del personale in base a due seguenti criteri:

garanzia della pulizia degli ambienti scolastici e della custodia e sorveglianza generica sui locali scolastici;

contingenti minimi stabiliti dai contratti integrativi d’istituto, ai sensi della legge 12 giugno 1990, n. 146, che, laddove presenti, costituiscono un riferimento imprescindibile.

E’ chiaro, quindi, che le/i Dirigenti Scolastici, sentite le RSU, potranno organizzare i servizi amministrativi e tecnici anche a distanza (con la disponibilità del personale), mantenere il minimo di presidio indispensabile negli uffici e dovranno prevedere la presenza in servizio del personale collaboratore scolastico solo nei numeri indispensabili a garantire l’apertura e la funzionalità delle sedi scolastiche aperte (quelle con la presenza degli uffici) anche con una turnazione del personale.

Anche il riferimento all’informazione della RSU va intesa come informazione preventiva, tale da permettere alla RSU stessa un ruolo attivo di interlocuzione e di proposta. Si ricorda anche che la flessibilità oraria del personale Ata è materia di contrattazione, in base all’art. 22 c. 4 lett. C6 del CCNL 2016 18.

Riteniamo, quindi, legittime e opportune le seguenti indicazioni per Dirigenti e le RSU:

Per quanto riguarda il personale amministrativo e tecnico si prevede il lavoro agile: siamo consapevoli, però, che molte mansioni non potranno essere svolte a casa quindi si propone che, anche per questo personale, vengano attivati i contingenti minimi stabiliti nei contratti integrativi di istituto, ai sensi della legge 12 giugno 1990, n. 146, quindi prevedendo una turnazione e garantendo in ogni caso il rispetto delle norme relative al distanziamento.

La nota prot. n. 323 del 10 marzo 2020 chiarisce definitivamente che, in via prioritaria, il personale che usufruirà della turnazione, utilizzerà il periodo di ferie non godute, ma che avrebbe dovuto godere entro il 30 Aprile 2020.

Negli altri casi, cioè ferie già godute oppure usufruite durante il primo periodo di emergenza, il personale tecnico, amministrativo e ausiliario che non espleterà il proprio ordinario servizio, stante l’eccezionalità della situazionee ai sensi dell’art. 1256, c. 2, del codice civile, non dovrà recuperare in alcun modo l’orario di servizio non prestato e non dovrà presentare alcuna richiesta di ferie o recuperi compensativi.

Lo stesso principio va seguito per il personale Ata con contratto a tempo determinato: laddove, come nella maggior parte dei casi, non abbia maturato ferie va applicato l’art. 1256 c. 2 c.c., quindi senza obbligo di recupero e men che mai di richiesta ferie.

Si fa notare che, nel caso si verifichi nella scuola un contagio da Coronavirus o ancor più una situazione di malattia conclamata, il Dirigente scolastico che non abbia scrupolosamente ottemperato alle indicazioni ministeriali potrebbe essere considerato responsabile sia civilmente che penalmente.

Cobas Scuola Bologna

Offensiva di classe di Andrea De Giorgi

http://www.giornale.cobas-scuola.it/offensiva-di-classe/
  In questi ultimi anni si sono moltiplicati i casi di conflitto, patente e latente, tra chi lavora nelle scuole e i dirigenti scolastici. Ciò in virtù dell’aumentato potere conferito ai dirigenti sia in ordine alla organizzazione del lavoro, sia sul piano disciplinare. Ma i conflitti si verificano di frequente anche con il cosiddetto staff dei dirigenti, i cui confini non sono sempre univocamente definiti, e con i genitori, il cui ruolo è molto cambiato, soprattutto a partire dall’epoca del ministero Moratti. Alcuni decisivi mutamenti legislativi e il cambiamento ideologico hanno contribuito ad accentuare il conflitto e lo stress degli operatori della scuola. Tra i primi, l’aumento dei carichi di lavoro e delle competenze richieste, innovazioni introdotte per via legislativa o amministrativa scavalcando la mediazione contrattuale (con la sostanziale inerzia dei sindacati di Stato); l’aumento dei poteri dei dirigenti (con il D.Legs. 150/2009 e la L. 107/2015), nell’ambito delle scelte di indirizzo della scuola, della gestione del personale, sottratta alla contrattazione sindacale, nei procedimenti disciplinari; l’introduzione della valutazione di sistema (INVALSI, RAV, piano di miglioramento dell’offerta formativa), e infine del bonus premiale per i docenti. Queste modifiche normative sono state accompagnate da un contestuale mutamento sul piano ideologico della funzione della scuola e insieme dell’immagine di competenza dell’insegnante, da cui ci si aspettano capacità e competenze sempre più estese e articolate in termini di conoscenze disciplinari, metodologie e tecniche didattiche, capacità di comunicazione, accoglienza, sostegno, valorizzazione, recupero, assistenza, cura individuale, competenze cliniche, organizzative, legislative, amministrative, informatiche, che molto difficilmente e solo per un caso o per sorte divina si ritrovano in una sola persona. Si è chiesto con sempre maggiore pressione all’insegnante di accogliere le richieste di studenti e famiglie, anche inseguendo obiettivi in patente contrasto reciproco, come quello di semplificare la didattica e adeguare gli obiettivi alle competenze minime e viceversa di supportare le eccellenze e portarle al massimo “valore”. In questo processo caratterizzato da una accentuata pressione sociale sull’insegnante, si è realizzata una convergenza di interessi tra dirigenti, impegnati a migliorare le prestazioni della scuola, e genitori, diventati i difensori d’ufficio dei figli – utenti ai quali è rivolto il servizio della scuola azienda. La categoria docente viene accusata di non essere alla altezza del suo nuovo compito sociale: un’accusa molto semplice, e insieme priva di senso logico, data l’impossibilità di adeguarsi a standard oggettivamente sovrumani. La pressione si è accentuata anche su tutto il personale ATA, trasformato in personale funzionale al miglioramento dei piani dell’offerta formativa senza alcun diritto di parola nel merito. La figura professionale più colpita in questo momento appare quella dell’assistente amministrativo, il cui lavoro è sempre più complesso e sottoposto a ritmi sempre più pressanti. Il risultato è uno stress troppo spesso latente che non ha ancora trovato uno spazio pubblico adeguato.
I campi del conflitto Alcuni campi del conflitto riguardano l’intero personale, sia docente sia ATA. Una prima area del conflitto comune è quella dell’attribuzione degli incarichi. In quest’area le norme del D.Legs. 150/2009 (il c.d. Decreto Brunetta) hanno segnato un passaggio importante verso una pratica autoritaria: è il dirigente, senza alcun vincolo contrattuale, ad attribuire gli incarichi, e spesso succede che gli incarichi siano concentrati su un gruppo di persone, legate direttamente allo staff della dirigenza e ciò in modo assolutamente indipendente dal cosiddetto merito. Perciò, con l’argomento della tutela della privacy, molti dirigenti tendono a non rendere pubblica l’informazione sull’uso delle risorse, e spesso a non darla nemmeno alle RSU, cui viene sempre più spesso fornito un prospetto con i dati aggregati in modo da nascondere i dati individuali. Il secondo campo di conflitto è l’attribuzione delle sedi e dell’orario di lavoro, dove si possono creare disparità di trattamento tra coloro che godono di un privilegio di posizione e coloro cui viene riservato un destino da arlecchino. Per chi insegna i conflitti riguardano insieme l’assegnazione delle sedi e delle cattedre, per la quale il dirigente dovrebbe seguire i criteri generali del consiglio di Istituto e le proposte operative del collegio docenti, che però spesso vengono “superati”, cioè praticamente ignorati. Le ultime modifiche contrattuali (l’art. 22 del CCNL del 19 aprile 2018 e l’art. 3, comma 5 del CCNI sulla mobilità del 6 marzo 2019) non hanno modificato sostanzialmente la situazione. Sempre più spesso sorgono conflitti in relazione alla sostituzione del personale assente. Invece che nominare supplenti (anche per via di una serie di norme finanziarie che limitano tale possibilità) si scarica su chi è presente anche il lavoro degli assenti: per il personale ATA questo comporta sia l’intensificazione del lavoro sia il ricorso al lavoro straordinario, con un indubbio aumento dello stress; per il personale docente comporta spesso che le classi dei docenti assenti vengano divise in gruppi, e questi vengano smistati in altre classi dove l’attività didattica programmata deve essere riadattata istantaneamente all’arrivo del nuovo gruppo, magari proveniente anche da una classe non parallela, e quindi nemmeno interessato all’argomento della lezione. Un altro campo di conflitto è quella relativa alla fruizione del diritto di assentarsi, inconciliabile con la logica produttiva: chi fruisce regolarmente dei permessi previsti dalla L. 104/92, chi si assenta per malattia ricorrente o cronica, o per congedo parentale, chi vuole fruire dei permessi di studio, del ricongiungimento con il coniuge all’estero, o chi addirittura si permette di chiedere permessi o ferie per motivi personali o familiari diventa un elemento di disturbo, da riportare all’ordine. Un’ultima area del conflitto, è l’area della didattica, che include la gestione della disciplina e la valutazione del profitto. In quest’area i dirigenti hanno iniziato a esercitare un controllo sulla formulazione delle programmazioni, sulla consistenza e la qualità dei programmi svolti, sul numero e sul valore delle prove di verifica: in quest’opera sono guidati dall’esaltante obiettivo di omogeneizzare la didattica secondo gli standard di scuola, che dovrebbero diventare obbligatori per tutti/e. In questa nuova prospettiva, l’evidente contrasto tra queste condotte e l’articolo 33 della Costituzione, che garantisce la libertà di insegnamento, non sarebbe un chiaro segno della illegittimità della nuova pratica di controllo, ma viceversa della vetustà delle norme costituzionali, che dovrebbero essere cambiate in nome della nuova ideologia che vuole trasformare l’insegnante in operaio/a massa, che esegue gli ordini di chi pensa in sua vece. È in questa area che esercitano un potere crescente e pressante i genitori, che premono sui dirigenti affinché i docenti si conformino alle esigenze della loro prole. E i dirigenti prestano sempre maggiore attenzione alle richieste di intervento di genitori e studenti per redarguire e sanzionare non tanto i docenti che si impegnano poco, ma soprattutto coloro che svolgono un programma troppo impegnativo, o che valutano in modo troppo severo, o che chiedono provvedimenti disciplinari per studenti che violano i regolamenti scolastici. In questo la nuova scuola tende a rispondere ai criteri della customer satisfaction. Questa tendenza si è spinta a tal punto che alcune scuole garantiscono la promozione a chi si iscriva, imitando le scuole private di recupero anni scolastici.
La gestione dirigenziale dell’ordine Quali pratiche “rieducative” vengono usate nelle scuole per ottenere un adeguamento degli operatori al nuovo modello di scuola? Quando si individua una persona che viene considerata un elemento di disturbo, una persona fuori dal coro, non integrata nel nuovo modello di scuola, la prima strategia d’azione è quella di esercitare un controllo ossessivo sul suo lavoro, sulla puntualità in ingresso, sulle relazioni con colleghe/i e con alunne/i, e se si tratta di un docente su tutti gli aspetti didattici. Il controllo è propedeutico alla contestazione e all’apertura di procedimenti disciplinari. In questo campo i poteri dei dirigenti scolastici sono stati notevolmente estesi, inglobando, come quelli dell’inquisitore medioevale, i poteri di indagine del giudice preliminare, i poteri di accusa del pubblico ministero e i poteri decisionali del giudice vero e proprio. Né l’esercizio di tali poteri è sottoposto ad alcun controllo, perché nessun organo superiore vigila, e perché nel procedimento disciplinare manca completamente il principio di terzietà. E alla contestazione si accompagna la squalifica sistematica. Ad ogni intervento pubblico critico o semplicemente divergente si fa seguire un commento di delegittimazione (con l’uso di formule rituali quali “la sua è una mera opinione”). Se un docente scomodo propone una sanzione disciplinare proposta nei confronti degli studenti, si ribalta l’accusa in modo paradossale: se l’alunno ha mancato di rispetto all’insegnante, la responsabilità, perlomeno parziale, è dell’insegnante, e perciò la questione va rovesciata: è l’insegnante che non sa mantenere la disciplina e non sa farsi rispettare, è l’insegnante che con il suo comportamento antisociale provoca le motivate reazioni degli studenti; è dell’insegnante la responsabilità dello scarso profitto degli studenti, del loro scarso impegno, e se vengono usati i cellulari, è certamente l’insegnante che lo ha consentito o che non è stato capace da impedirlo. La strategia vincente e finale è quella dell’isolamento, con l’adozione delle modalità conosciute da tempo immemorabile dalle comunità umane: freddezza comunicativa, distanza, formalità assoluta nei rapporti personali, uso sistematico delle comunicazioni scritte, censura nella verbalizzazione.
Che tipo di azioni intraprendere? La categoria, come parte della società, sembra dominata dalla paura, sentimento che favorisce l’azione autoritaria, ne è perfettamente complementare, tanto che Montesquieu la considerava il pilastro del governo dispotico. In questo clima di paura, le azioni tradizionali di contrasto messe in atto da docenti e ATA, e dalle residue forze sindacali, per bloccare questa offensiva autoritaria sempre meno mascherata, sono sempre più deboli e inefficaci. Lettere, richieste di incontri, richieste di conciliazione e diffide sono pratiche ormai inefficaci. I ricorsi al giudice sono onerosi, lunghi, faticosi, stressanti, e rischiosi. Nel complesso i dirigenti scolastici attualmente risultano dotati di ampia immunità. Se si vuole contrastare questa offensiva autoritaria, occorre quindi trovare nuove modalità di agire, pensando a lungo termine e breve termine. A lungo termine, occorre richiedere due riforme: la riforma dei procedimenti disciplinari e la riforma delle procedure di conciliazione extragiudiziale. Per quanto riguarda i procedimenti disciplinari, appare urgente richiedere il ripristino delle procedure disciplinari interne, come sono ancora previste per i docenti universitari e per i magistrati, riformando gli articoli 54 e 55 del D.Legs. 165/2001. Per quanto concerne la conciliazione extragiudiziale, occorre riformare l’art. 420 del codice di procedura civile, reintroducendo una procedura di conciliazione obbligatoria, resa facoltativa dall’art. 31 della L. 183/2010 ( il c.d. collegato al lavoro). La non obbligatorietà della conciliazione permette all’Amministrazione pubblica di non presentarsi, costringendo di fatto i lavoratori e le lavoratrici a rivolgersi ad un giudice del lavoro, il che implica un costo e un’energia notevoli.1 Nell’immediato, bisogna trovare il coraggio di portare alla luce le azioni arbitrarie, le storture, le vessazioni, le pressioni per aumentare il lavoro, e le situazioni che generano stress aggiuntivo tra docenti e ATA. Le azioni possono essere intraprese con le RSU, o in una situazione di inerzia di queste ultime, anche senza di loro. In primo luogo bisogna far uscire dall’isolamento le colleghe e i colleghi sottoposti alle vessazioni o allo stress, mettendo in atto processi virtuosi di condivisione, producendo documenti di solidarietà o organizzare riunioni specifiche sui procedimenti disciplinari, o sulle strategie di isolamento messe in atto dalle dirigenze scolastiche. Nei casi più gravi, si può arrivare a fare una denuncia pubblica, attraverso vari canali dei mass-media (giornali, radio, TV locali, social network). In alcuni casi si può volantinare, organizzare una manifestazione. Dove questa pratica diventa difficile, o troppo rischiosa, si può adottare la pratica della scrittura anonima, raccontando i nudi fatti senza indicare i nominativi dei protagonisti: l’effetto del messaggio può essere ugualmente forte. Si potrebbero rendere pubblici alcuni dati critici: il numero delle domande di trasferimento in uscita da una scuola, in modo da mettere in evidenza il grado di sofferenza del personale, che preferisce allontanarsi da una sede vicina al proprio domicilio piuttosto che vivere in un clima psicologicamente insopportabile; raccontare per iscritto i casi dei procedimenti disciplinari aperti (anche in forma anonima); illustrare il modo in cui alcuni dirigenti gestiscono unilateralmente l’organizzazione del lavoro, l’attribuzione degli incarichi e la distribuzione dei fondi delle scuole, senza alcuna interlocuzione sostanziale con le RSU; mettere in evidenza i casi di mancata informazione o di totale indisponibilità al confronto e alla contrattazione. È importante che coloro che hanno il potere di decidere della nostra vita professionale abbiano chiaro che il loro modo agire ha un feedback sociale, e che non possono agire impunemente solo perché i loro superiori non intervengono. Ma è importante anche agire sull’opinione pubblica, attualmente incline a pensare alla scuola come un’agenzia al servizio degli interessi degli utenti, anziché come un luogo di formazione e di crescita, ribaltando l’ordine del discorso e delle priorità. E dovremmo mantenere sempre aperto il dialogo con i genitori, rimettendo al centro del dibattito l’idea di una scuola inclusiva, aperta e critica, l’idea che nessuna/o può essere una semplice pedina da usare per realizzare obiettivi sociali o educativi non condivisi, che la libertà di insegnamento è una risorsa essenziale della scuola pubblica e della crescita delle nuove generazioni, e non un residuo di una costituzione obsoleta che fa da ostacolo al progresso della scuola azienda. Per questo la riflessione collettiva sulla scuola, sulle relazioni comunicative, sul rapporto tra generazioni, anche in una prospettiva storica e antropologica, sulle finalità e i metodi di insegnamento devono restare al centro dei nostri interessi.
_____________________________ 1L’azione giudiziale si presenta molto difficile: in primo luogo diventa quasi insensata per le sanzioni disciplinari inferiori alla sospensione dal servizio (i cui effetti possibili decadono dopo i due anni); in secondo luogo risulta ostica per varie ragioni: perché i costi dell’azione giudiziaria spesso superano il valore della causa; perché i tempi del processo sono lunghissimi; perché la verità giudiziale risulta spesso molto diversa dalla realtà; ma soprattutto perché i giudici, oberati di lavoro, tendono a dare poco peso a fatti che a loro appaiono micro-conflitti di scarso interesse giudiziale: e, seguendo il principio de minimis non curat curia, tendono a considerare “minimi” la maggior parte dei conflitti nella scuola: trasferimenti, cattedre, sedi e orari di lavoro, ferie, permessi, aggiornamento, professionalità, senso della dignità, numero di alunni per classe, libertà di insegnamento, programmi, criteri di valutazione …