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Valditara conferma: l’AD rafforza differenziazioni e privatizzazioni! I COBAS partecipano il 29 gennaio all’Assemblea nazionale contro l’Autonomia differenziata

Il tentativo del Ministro Calderoli di accelerare la regionalizzazione, condividendo un documento con i presidenti di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna e presentando un disegno di legge sull’attuazione dell’Autonomia Differenziata, ha subito uno stop dalla Meloni, secondo cui l’ AD deve viaggiare insieme al presidenzialismo e ai poteri speciali per Roma. Ma l’AD è stata anticipata con l’inserimento di un articolo sui LEP nella Legge di Bilancio 2023. La definizione dei LEP verrebbe affidata ad una struttura interministeriale con 6 mesi per individuarli e 6 per approvarli con DPCM. Se non ci riuscissero, sarà nominato un Commissario senza interventi del Parlamento. L’art. 7 della bozza Calderoli prevede che “dall’applicazione della presente legge e di ciascuna intesa non derivano maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. Il direttore dello Svimez, Luca Bianchi ha segnalato il pericolo “della mancanza di riequilibrio dei divari territoriali” e ha avvertito che “sono vent’anni che si attende la definizione dei LEP per il superamento del criterio della spesa storica, che sino ad oggi ha cristallizzato i divari di servizi nel nostro Paese”. Le critiche più accese riguardano la necessità del rispetto del principio di uguaglianza, di perequazione e di solidarietà nazionale, mentre il presidente Mattarella ha posto l’accento sui diritti sociali e civili ed esigenze perequative. Con l’AD all’erario sarebbero sottratte ingenti somme: il Veneto tratterrebbe il 90 % del gettito fiscale togliendo allo Stato circa 41 mld l’anno, la Lombardia oltre 100 mld, l’Emilia Romagna 43, con una perdita complessiva di 190 su 750 miliardi annui di gettito fiscale.

Si registrano dubbi in FI, mentre FdI subordina l’AD al presidenzialismo, con conseguente centralizzazione e personalizzazione del potere, senza neanche i contrappesi che vi sono, per esempio, in Francia. Avremmo così una concentrazione dei poteri a livello statale e regionale, ove la sciagurata riforma del Titolo Quinto del PD ha già creato un sistema presidenziale con scarsi contrappesi; i poteri dei governatori aumenterebbero ulteriormente con il passaggio di tutte o della maggior parte delle materie, ora di competenza ripartita tra Stato e Regioni, solo alle Regioni. Le ultime notizie, da verificare, parlano dell’abbandono del criterio della spesa storica che penalizza pesantemente il Sud e della subordinazione dell’avvio della riforma alla definizione dei LEP, che ha incontrato fin qui ostacoli tecnici e politici insormontabili. Ma avremmo comunque la frantumazione regionale dei principali servizi pubblici e dei relativi diritti sociali costituzionali. I livelli “essenziali” da garantire a tutti hanno in sé il germe della differenziazione: essenziale è solo il minimo comune denominatore e, quindi, la garanzia di una piena omogeneità dei diritti uscirebbe dagli obiettivi politici, rinunciando a garantire l’uguaglianza costituzionale. Inoltre, il deflusso di risorse dallo Stato alle Regioni spingerebbe a collocare in basso i livelli essenziali. E vanno ricordate le pesanti responsabilità del PD, che con il DDL Boccia ha aperto la strada all’AD nella versione LEP, tanto più che ora il principale candidato alla segreteria è il presidente dell’Emilia Romagna, una delle tre regioni apripista.

In particolare, ricordiamo che la relazione della Commissione di giuristi alle Commissioni bicamerali ha rilevato che “è preferibile espungere in questa prima fase la materia dell’istruzione, il cui trasferimento porrebbe problemi politici, sindacali, finanziari, tributari quasi insormontabili, con un quasi sicuro aumento dei costi di sistema sia per le Regioni destinatarie del trasferimento, sia per lo Stato”. L’istruzione è la voce più rilevante dal punto di vista finanziario: circa 5 miliardi in Lombardia e poco meno di 3 in Veneto, con migliaia di docenti e Ata in transito nei ruoli regionali con differenziazioni salariali e normative. L’AD frantumerebbe il sistema unitario di istruzione, minando alla radice diritto e libertà di insegnamento (artt. 3, 33 e 34 Cost.), subordinando la scuola all’indirizzo politico-culturale regionale e alle esigenze delle imprese locali. Anche i percorsi PCTO, l’istruzione degli adulti e tecnica superiore e gli indicatori per valutare gli studenti sarebbero decisi a livello territoriale, con progetti sempre più legati alle esigenze produttive locali. Vi sarebbero concorsi e ruoli regionali per il personale e più difficili diventerebbero i trasferimenti interregionali.

La contrattazione nazionale sarebbe residuale, con salari che potrebbero crescere a Nord e diminuire a Sud: previsioni che trovano conferma nelle dichiarazioni di Valditara, che ripropone le gabbie salariali e l’aumento del finanziamento privato. Gli stipendi di docenti e Ata devono, invece, recuperare tutti il 27% di potere d’acquisto perso in media negli ultimi decenni e adeguarsi ai livelli europei. Poi, nell’operare confronti bisogna tener conto anche del differenziale nella fornitura di servizi pubblici, che l’AD amplierebbe, perché strutturalmente quanto più si accrescono le competenze degli Enti locali, tanto più la carenza di risorse spinge verso la privatizzazione. Naturalmente i privati, che fin qui hanno usato poco gli sconti fiscali per le donazioni alle scuole, previsti dalla Legge 107/2015, chiederanno delle contropartite, condizionando pesantemente le finalità della scuola e facendone venire meno il ruolo pubblico.

Per tutte queste ragioni, i COBAS, insieme al Comitato Nazionale per il ritiro di ogni AD, hanno partecipato alla manifestazione del 21 dicembre e saranno all’Assemblea nazionale contro l’AD (Roma, Liceo Tasso, Via Sicilia, ore 10) di domenica 29 gennaio.

Carmen D’Anzi e Rino Capasso Esecutivo nazionale COBAS Scuola

Contro l’Autonomia differenziata, il 21 dicembre manifestazione a Roma, al Pantheon, ore 16

Cobas Confederazione

Il tentativo del Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie di accelerare il progetto di regionalizzazione, presentando un disegno di legge, poi derubricato ad appunti, ha subito un vero e proprio stop dalla Presidenza del Consiglio ritenendo che non può precedere gli altri due obiettivi di riforma istituzionale del centrodestra, il semipresidenzialismo e i poteri speciali per Roma. Ma la vera novità è che, nel disegno di Legge di Bilancio 2023, è stato inserito un articolo sui LEP (Livelli essenziali delle prestazioni).

La definizione dei LEP verrebbe affidata a una cabina di regia interministeriale che avrà tempo 6 mesi per individuarli e 6 mesi per approvarli con decreto della Presidenza del Consiglio, con il Ministro per le Autonomie nel ruolo di guida e con la presenza, tra gli altri, del Ministro dell’Economia e del Presidente della Conferenza Stato -Regioni, tutti in quota Lega. Se entro un anno i LEP non venissero definiti sarà nominato un Commissario senza mai che il Parlamento intervenga per discutere nel merito. La prima segnalazione, dell’inserimento dell’attuazione dei LEP nella Legge di Bilancio in assenza di risorse, è giunta dallo Svimez. Luca Bianchi, direttore dello Svimez, consegnando alla Commissione Bilancio della Camera una memoria, ha segnalato il pericolo “della mancanza di riequilibrio dei divari territoriali”. Sulla bozza Calderoli le critiche più accese vengono anche da Paolo Maddalena, Vice Presidente Emerito della Corte costituzionale, dal Dipartimento Affari Legislativi della Presidenza del Consiglio e dall’Ufficio parlamentare di Bilancio che ha evidenziato, tra l’altro, la necessità del rispetto del principio di uguaglianza, di perequazione e di solidarietà nazionale.
Basterà il monito del presidente Mattarella che, all’assemblea nazionale dell’Anci a Bergamo, ha posto l’accento su temi ineludibili come diritti sociali e civili ed esigenze perequative? Se passasse questo disegno di legge, all’erario sarebbero sottratte ingenti somme di denaro. Qualche esempio: il Veneto ha chiesto di trattenere il 90 % del gettito fiscale sottraendo così alle casse dello Stato circa 41 miliardi l’anno, mentre per la Lombardia la perdita per l’erario sarebbe di oltre 100 miliardi di euro. L’Emilia Romagna tratterrebbe 43 miliardi di euro. Relativamente a queste tre regioni, si registrerebbe una perdita totale per l’erario di 190 su 750 miliardi annui di gettito fiscale. Il rischio del processo separatista si avrebbe proprio con la regionalizzazione della scuola nonostante l’ammonimento della Commissione di giuristi, presieduta dal compianto prof. Caravita che, nella relazione consegnata ai deputati e senatori delle Bicamerali del Federalismo fiscale e delle Regioni, avverte “che sia preferibile espungere in questa prima fase la materia dell’istruzione, il cui trasferimento porrebbe problemi politici, sindacali, finanziari, quasi insormontabili”.

L’istruzione, infatti, è anche la voce più rilevante dal punto di vista finanziario: circa 5 miliardi di euro in Lombardia e poco meno di 3 miliardi in Veneto con la conseguenza che migliaia di docenti transiterebbero nei ruoli regionali con effetti sulla contrattazione e possibili differenziazioni salariali. Dunque, l’autonomia regionale differenziata porterebbe alla frantumazione del sistema unitario di istruzione, minando nel contempo alla radice l’uguaglianza dei diritti, il diritto all’istruzione e la libertà di insegnamento (Cost. artt. 3, 33 e 34), e subordinerebbe l’organizzazione scolastica alle scelte politiche, prima ancora che economiche, condizionando localmente gli organi collegiali. Tutte le materie che riguardano la scuola, oggi di competenza esclusiva dello Stato o ripartita tra Stato e Regioni, passerebbero alla competenza esclusiva delle Regioni, con il conseguente trasferimento delle risorse umane e finanziarie: la legge dello Stato non potrebbe più intervenire.

Anche i percorsi PCTO, di istruzione degli adulti e l’istruzione tecnica superiore sarebbero decisi a livello territoriale, con progetti sempre più legati alle esigenze produttive locali, così come sarebbero decisi a livelli territoriale gli indicatori per la valutazione degli studenti. Anche le procedure concorsuali avrebbero ruolo regionale e più difficili diventerebbero i trasferimenti interregionali. Cosa resterà della contrattazione nazionale? Sarebbe destinato a mantenere una residuale funzione di cornice introducendo una versione regionale delle “gabbie salariali”, con i salari di alcune aree del nord che cresceranno, o resteranno stabili, e quelli del centro-sud che diminuiranno. Per tutte queste ragioni, i COBAS, congiuntamente con il Comitato Nazionale per il ritiro di ogni autonomia differenziata, parteciperanno alla manifestazione che si terrà a Roma, il prossimo 21 dicembre, dalle 16.00, a piazza del Pantheon, rigettando un disegno di legge, le cui decisioni negherebbero il principio di eguaglianza formale e sostanziale prevista dall’articolo 3 della Costituzione, frammentando l’assetto istituzionale del Paese e aumentando le distanze tra il Nord e il Sud, le disuguaglianze sociali, la disparità dei diritti e chiedendo l’applicazione effettiva del principio di perequazione, di solidarietà e coesione nazionale.

    
Esecutivo nazionale COBAS Scuola

Verso lo sciopero generale e sociale del 2 dicembre 2022

I COBAS SCUOLA, nell’ambito dello sciopero generale e sociale in didetto da tutto il sindacalismo di base, convocano lo sciopero dell’intera giornata del 2 dicembre 2022 del personale docente e Ata delle scuole di ogni ordine e grado per dire:

  • SÌ al rinnovo del CCNL scaduto da 3 anni con aumenti uguali per tutti per recuperare il 30% del potere d’acquisto perso negli ultimi decenni e tutelare i salari reali dal caro energia e dall’inflazione al 12%. SI alla reintroduzione della “scala mobile”.
  • NO al nuovo reclutamento con un triplice percorso ad ostacoli. NO alla formazione di regime con un premio una tantum per i bravi e un incremento stipendiale stabile per i super-bravi. NO alla gerarchizzazione, alla competizione individuale tra i docenti e al presunto merito. NO alla didattica delle competenze addestrative. SÌ ad una scuola che punti allo sviluppo degli strumenti cognitivi, dell’autonomia e dello spirito critico.
  • SÌ all’uso di tutte le risorse disponibili per eliminare le classi pollaio, ridurre a 20 il numero massimo di alunni per classe (15 con alunni con disabilità), assumere i docenti con 3 anni di servizio e gli Ata con 2, rilanciare il tempo pieno, combattere la dispersione e per un piano straordinario per l’edilizia scolastica e la sicurezza.
  • SÌ al potenziamento degli organici docenti ed Ata, all’immissione in ruolo su tutti i posti vacanti e al ripristino integrale delle sostituzioni con supplenze temporanee. NO ai blocchi triennali dopo la mobilità o assunzione da concorso.
  • NO all’algoritmo per l’assegnazione delle supplenze che ha strutturalmente creato ingiustizie, con docenti che non lavorano nonostante abbiano punteggi più alti di altri in servizio. SÌ alle convocazioni in presenza, che garantiscono la trasparenza e la flessibilità necessaria per situazioni in continuo cambiamento.
  • NO all’Autonomia differenziata, che creerebbe 20 sistemi scolastici diversi, con l’aumento delle disuguaglianze e la frantumazione del diritto sociale all’istruzione.
  • NO ai PCTO obbligatori per le scuole superiori e agli stage obbligatori per la formazione professionale; BASTA ALLE MORTI SUL LAVORO DEGLI STUDENTI, che sono la regola e non l’eccezione, dato che in Italia ci sono in media 3 omicidi sul lavoro al giorno.
  • NO alla regolamentazione del diritto di sciopero, che il nuovo accordo restringe ulteriormente, ampliando i poteri dei dirigenti fino alla possibilità di sostituire i lavoratori in sciopero. SÌ alla difesa del diritto di sciopero e al rilancio degli organi collegiali come strumenti di democrazia sostanziale per contrastare la scuola azienda.

Nella giornata si svolgeranno in tutta Italia manifestazioni regionali e provinciali.

AUTONOMIA DIFFERENZIATA AL RUSH FINALE?

PRESIDIO DEL 22 GIUGNO A ROMA

 Apprendiamo con allarme della diffusione della bozza di DDL del 28 aprile “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata di cui al 3° comma dell’art. 116 della Cost.” e della volontà della Ministra per gli Affari regionali e le Autonomie, Maria Stella Gelmini, di approvare il DDL entro l’estate. La bozza si compone di 5 articoli, il primo dei quali definisce i principi generali e il riconoscimento di “nuove forme di autonomie ai sensi dell’art. 116 e le modalità di intesa tra Stato e regioni”. Nonostante  la Commissione di giuristi nella  relazione consegnata alle delle Bicamerali del Federalismo fiscale e delle Regioni ritenga “che sia preferibile espungere in questa prima fase la materia dell’istruzione, il cui trasferimento porrebbe problemi politici, sindacali, finanziari, tributari quasi insormontabili, con un quasi sicuro aumento dei costi di sistema sia per le Regioni destinatarie del trasferimento, sia per lo Stato”, la ministra non ne ha tenuto conto; infatti  all’art. 3 della bozza di DDL si apprende che istruzione, sanità, trasporto pubblico potranno essere trasferite previa definizione dei LEP. L’articolo che desta maggiore preoccupazione è l’art. 4 che prevede che “le risorse finanziarie siano determinate dall’ammontare della spesa storica sostenuta dalle amministrazioni statali della regione interessata per l’erogazione dei servizi pubblici oggetto di devoluzione e le regioni riceveranno esattamente la quota corrispondente alla spesa storica e saranno incentivate ad efficientare l’esercizio delle funzioni trasferite al fine di trattenere le risorse risparmiate”. Stabiliti i LEP, l’articolo 4 prevede inoltre il superamento della spesa storica attraverso la determinazione dei costi e dei fabbisogni standard.Una volta deliberato in Consiglio dei ministri, il DDL sarà trasmesso al Presidente del Consiglio e al Ministro  per gli Affari regionali  che, entro 30 giorni, avvierà il negoziato con la regione per essere sottoscritta dal Presidente della regione richiedente. Nei successivi 10 giorni verrà poi trasmesso alle Camere per un parere da parte della Commissione parlamentare bicamerale e per le questioni regionali che dovrà esprimersi entro 30 giorni.  Acquisito il parere favorevole, governo e regione dovranno redigere un accordo che sarà trasmesso in Parlamento sotto forma di DDL per la mera ratifica e senza la possibilità di proporre emendamenti.

L’autonomia differenziata è inaccettabile anche per la procedura parlamentare prevista per la sua approvazione: nonostante la commissione di giuristi incaricati dalla ministra abbia ribadito che di fronte alle modifiche all’assetto istituzionale italiano che possono derivare dall’attuazione del regionalismo differenziato, il coinvolgimento parlamentare appare costituzionalmente imprescindibile”, il Parlamento è di fatto declassato a  ruolo meramente consultivo e di ratifica senza possibilità di emendare i disegni di legge del consiglio dei ministri per attuare le “intese” tra governo e Regioni. Non solo: una modifica degli accordi potrà avvenire solo attraverso il reciproco consenso delle parti e nessun referendum potrà intervenire nel merito degli accordi. In tale modo, l’autonomia regionale differenziata porterebbe alla frantumazione del sistema unitario di istruzione, minando alla radice l’uguaglianza dei diritti, il diritto all’istruzione e la libertà di insegnamento, e subordinerebbe l’organizzazione scolastica alle scelte politiche e economiche regionali: tutte le materie che riguardano la scuola, e oggi di competenza esclusiva dello Stato, passerebbero alle regioni, con il trasferimento delle risorse umane e finanziarie. Anche i percorsi PCTO, di istruzione degli adulti e l’istruzione tecnica superiore sarebbero decisi a livello territoriale, con progetti sempre più legati alle esigenze produttive locali, così come gli indicatori per la valutazione degli studenti, mentre le procedure concorsuali avrebbero ruolo regionale e più difficili diventerebbero i trasferimenti interregionali. Cosa resterebbe della contrattazione nazionale? Una residuale funzione di cornice introducendo una versione regionale delle “gabbie salariali”, con i salari di alcune aree del nord che cresceranno, o resteranno stabili, e quelli del centro-sud che diminuiranno.

Per tutte queste ragioni, i COBAS, congiuntamente con il Comitato Nazionale per il ritiro di ogni autonomia differenziata, parteciperanno al presidio  che si terrà a  Roma il 22 giugno (V. della Stamperia, di fronte al Ministero, ore 12.30), chiedendo lo stop del DDL e un dibattito pubblico, allargato e aperto, che renda i cittadini/e consapevoli di quanto sta avvenendo.

Continueremo a rigettare un disegno di legge che nega il principio di eguaglianza formale e sostanziale prevista dall’articolo 3 della Costituzione,frammentando l’assetto istituzionale del Paese e aumentando le distanze tra il Nord e il Sud, le disuguaglianzesociali,la disparità dei diritti di tutti i cittadini/e.

Carmen D’Anzi      Esecutivo nazionale COBAS Scuola

15 dicembre 2021, presidio in regione per la petizione contro la richiesta di Autonomia della giunta.

La nostra manifestazione del 15 sarà un punto di arrivo e, al contempo, la base per la ripartenza delle lotte contro l’Autonomia regionale differenziata e per l’attuazione della Costituzione che faremo nel 2022, nel quadro politico che verrà a determinarsi dopo l’approvazione della Legge di Bilancio 2022 e le vicende che porteranno all’elezione del nuovo Capo dello Stato.

Per questi motivi chiediamo a tutti voi la massima partecipazione e presenza al presidio e la massima diffusione possibile, oltre ad un ennesimo sforzo a diffondere il link per la firma on line della Petizione Popolare (di seguito riportato) e a riempire un modulo di firme (in allegato) da consegnare prima o durante il presidio.

La nostra lotta contro lo sciagurato progetto di autonomia differenziata – che divide il Paese ed  aumenta le diseguaglianze dando diritti diversi a seconda del luogo di residenza – non finisce certo il 15 dicembre.

info: comitato.er.cad@gmail.com

link petizione on line: https://forms.gle/uD7j4GQCvRjUJ1T2A
evento FB: https://www.facebook.com/noademiliaromagna/photos/a.115616970331628/353558983204091/

pagina FB: https://www.facebook.com/noademiliaromagna

Comitato regionale Emilia Romagna NO AD

10 dicembre Sciopero generale della Scuola con manifestazioni locali

Come i governi precedenti, anche l’esecutivo Draghi, nonostante l’enorme disponibilità di fondi europei, prosegue, con il PNRR e la legge di bilancio, nell’attacco al diritto all’istruzione e ai lavoratori/trici della scuola, visto che i provvedimenti sono caratterizzati da:

  • proposte salariali per il rinnovo del contratto (scaduto nel 2018) ridicole e offensive, come nel caso del premio per la “dedizione al lavoro”, che ricorda le campagne del ventennio;
  • nessuna stabilizzazione del personale precario, docenti e ATA;
  • nessun investimento nell’edilizia scolastica, con conseguenti problemi per la sicurezza, cresciuti ulteriormente con la pandemia;
  • nessuna riduzione strutturale del numero degli alunni/e per classe;
  • nessuno stop ai progetti di Autonomia differenziata con i quali si vuole regionalizzare l’istruzione, che anzi vengono di nuovo allegati alla Legge di bilancio.

In questo contesto, a fronte di una stragrande maggioranza di lavoratori/trici (intorno al 95%) che ha scelto di vaccinarsi, il governo, per nascondere incapacità e inefficienza, nonostante nelle scuole si stia lavorando regolarmente, impone la vaccinazione obbligatoria, che non tutela la sicurezza sul luogo del lavoro e di cui non si comprendono le motivazioni scientifiche. Determinando, così, una situazione paradossale per cui nelle aule sarà comunque presente una maggioranza di persone, gli alunni/e, non vaccinati, né controllati (per questi ultimi, sia chiaro, non si chiede la vaccinazione obbligatoria, che violerebbe il diritto all’istruzione). Al tempo stesso, riteniamo la campagna di vaccinazione e la sospensione dei brevetti strumenti indispensabili, anche se non unici, per combattere la pandemia

Chiediamo:

  • Stipendi europei, con il recupero del 20% circa del potere d’ acquisto perso negli ultimi decenni, senza alcuna differenziazione in base al presunto “merito” o “dedizione al lavoro”
  • Un piano straordinario di assunzioni, a partire dai “precari”, docenti (3 anni di lavoro) e ATA (2 anni)
  • Conferma e stabilizzazione dell’organico Covid docente e ATA
  • Massimo 20 alunni per classe, da ridurre a 15 con studenti diversamente abili
  • Formazione e aggiornamento in orario di servizio
  • Centralità della scuola nel PNRR, innanzitutto attraverso un piano straordinario per l’edilizia scolastica e la sicurezza
  • Ritiro di qualsiasi progetto sull’Autonomia differenziata
  • Ritiro dell’obbligo vaccinale

Esecutivo nazionale COBAS Scuola

APPELLO DEL SINDACALISMO DI BASE E CONFLITTUALE: 4 dicembre No Draghi Day

VIDEO https://www.facebook.com/cobasscuola/videos/320835533187877

4 dicembre No Draghi Day – Giornata nazionale di protesta contro le misure economiche del governo Draghi, contro licenziamenti, privatizzazioni, delocalizzazioni e carovita.📢Cortei regionali nelle principali città: la libertà di manifestare è un diritto democratico non negoziabileLa Legge di Bilancio prodotta dal governo Draghi conferma il nuovo e pesante attacco allecondizioni di vita deisettori sociali più deboli del paese mentre stanzia ulteriori risorse per le grandiimprese e le rendite finanziarie.Si conferma la linea politica dell’aumento delle disuguaglianze, anziché invertire rotta.Gli aumenti dei prezzi delle materie prime e dell’energia provocano un rincaro delle bollette e del caro vita che colpiscono lavoratori e lavoratrici, che hanno salari bloccati da contratti non rinnovati, pensionati e ancor peggio gli strati più poveri della popolazione, come i pensionati al minimo o i percettori del reddito di cittadinanza. Sulle pensioni si mantiene il famigerato impianto della Fornero, quindi un rialzo dell’età pensionabile, anche se per ammorbidire si propone quota 102 per il prossimo anno, sempre molto al di sotto delle aspettative anche per garantire un necessario ricambio generazionale.Sul Reddito di Cittadinanza si introducono misure per restringerne la platea e per forzare i percettori ad accettare qualsiasi lavoro: part-time, a tempo determinato e a grande distanza dalla residenza. Sul fisco si preannuncia l’abolizione dell’IRAP, cioè dell’unica tassa ineludibile per le imprese, mentre le riduzioni per i lavoratori verranno indirizzate verso i redditi medio-alti (tra i 28 e i 55mila euro).In una fase in cui è ormai operativo lo sblocco totale dei licenziamenti e sono ancora visibili gli effetti pesantissimi della crisi pandemica, la manovra economica concentra le risorse sulle grandi imprese, esattamente con la stessa logica con cui si è elaborato il PNRR, e non si pone il problema drammatico della riduzione delle fortissime disuguaglianze sociali attraverso la redistribuzione del reddito. Quasi inesistenti gli investimenti pubblici nei settori chiave della vita sociale, come sanità, scuola e trasporti urbani, fondamentali anche per contrastare, oltre ai necessari vaccini, la diffusione della pandemia. Non ci sono né sono previsti interventi per rialzare i salari in un paese dove è in forte crescita il lavoro povero. Viene inoltre riesumato il pericolosissimo progetto di autonomia differenziata, destinato ad aumentare le differenze territoriali e sociali. E ancora una volta non ci sono interventi sulla drammatica questione abitativa per incrementare l’offerta di alloggi popolari, né ci sono risposte al dramma degli sfratti. A completare il piano di Draghi c’è invece il disegno di legge del governo sulla concorrenza che prepara una privatizzazione selvaggia di tutto ciò che resta ancora di pubblico nel nostro paese: dai trasporti locali all’energia, dall’acqua all’igiene ambientale, dai porti fino alla liberalizzazione dei taxi e ad un rilancio in grande stile della sanità privata. È l’apertura liberista definitiva alla ferrea legge del mercato, in spregio a qualsiasi preoccupazione per i diritti sociali, la salvaguardia dei beni comuni, il riequilibrio e la giustizia sociale. Una conferma della vuota retorica governativa in materia di salvaguardia dell’ambiente e di lotta al cambiamento climatico poiché mettere i beni comuni, a cominciare dalle risorse idriche ed energetiche, nelle mani delle grandi società private non potrà che favorire nuovi disastri ambientali ed abbassare ulteriormente le tutele in materia disalute e sicurezza di lavoratori e cittadini.Con la legge di bilancio e il disegno di legge sulla concorrenza Draghi sta realizzando i diktat dell’Unione Europea e soddisfacendo tutte le richieste di Confindustria, senza incontrare alcuna vera opposizione sul piano politico e con il silenzio complice di Cgil, Cisl, Uil. Forte del sostegno che ha da parte dell’intero arco parlamentare questo governo marcia compatto nella direzione di ridurre i diritti della classe lavoratrice, utilizzando le tecniche repressive del decreto Salvini e dando copertura alle azioni illegali da parte del padronato quando utilizza le squadracce pagate per picchiare lavoratori e lavoratrici in sciopero.Il riuscito sciopero generale dell’11 ottobre, promosso da tutto il sindacalismo conflittuale e di base, con la sua piattaforma di lotta ha individuato con precisione i temi sui quali proseguire la mobilitazione. No ai licenziamenti e alle privatizzazioni. Lotta per il salario e il reddito garantito.Cancellazione della Legge Fornero, contrasto al carovita e ai diktat dell’Unione Europea. Rinnovi contrattuali e lotta alla precarietà per la piena occupazione. Forti investimenti per scuola, sanità, trasporti e previdenza pubblica, contro le spese militari e le missioni all’estero, a favore di una necessaria spesa sociale. Per un fisco equo che aggredisca le rendite e riduca le disuguaglianze sociali. Il programma di lotta dell’11 ottobre oggi esce rafforzato dai nuovi provvedimenti presentati da Draghi, che ne confermano l’indirizzo fortemente antipopolare.È dunque urgente la costruzione di un vasto movimento popolare che contrasti con la mobilitazione e la lotta questo disegno autoritario destinato ad approfondire le disuguaglianze e ad aumentare la povertà.Il sindacalismo di base propone e si impegna a costruire una Giornata di protesta nazionale per il prossimo 4 dicembre denominata “No Draghi Day” e invita, pertanto, tutti i movimenti e le realtà sociali e politiche a costruire la mobilitazione in forma unitaria e condivisa. La Giornata sarà caratterizzata da cortei regionali che avranno l’obiettivo di difendere la libertà di manifestare contro ogni odioso divieto a sfilare nei centri storici e sotto i palazzi delle istituzioni.ADL COBAS, CLAP, CONFEDERAZIONE COBAS, COBAS SARDEGNA,CUB,FUORI MERCATO, ORSA, SIAL COBAS, SGB, UNICOBAS, USB, USI-

I COBAS dicono no all’Autonomia differenziata e alla regionalizzazione della scuola

Nella NADEF (Nota di Aggiornamento Documento di Economia e Finanza) del 29 settembre scorso apprendevamo, con un certo sollievo, che nell’elenco dei 20 DDL allegati, non compariva il riferimento all’autonomia differenziata; purtroppo si è trattata di  un’illusione durata lo spazio di una notte, giacché al mattino del 30 settembre lo abbiamo puntualmente ritrovato.

Un cambiamento non da poco che, anzi, potrebbe risultare decisivo in quanto tale provvedimento potrebbe essere approvato in Consiglio dei Ministri senza la possibilità di sottoporlo a referendum abrogativo.

Ecco più precisamente com’è andata la votazione sullo stralcio dell’Autonomia Differenziata dal Nadef.

Il 6 ottobre scorso alla Camera un gruppo di 26 senatori ha presentato un’interrogazione parlamentare affinché venisse votato lo stralcio dell’allegato che conteneva l’autonomia differenziata dalla NADEF. I risultati della votazione parlano chiaro: chi ha votato a favore era per lo stralcio (quindi per il rinvio del provvedimento); chi ha votato contro era contrario allo stralcio (quindi per l’accelerazione del provvedimento):

Favorevoli           Contrari

Forza Italia                   1                          29

Fratelli d’Italia             tutti astenuti

Gruppo Misto               23                        9

Italia Viva – P.S.I.         0                          8

Lega                              0                          50

M5s                               1                          49

PD                                 1                          31

Per le Autonomie          0                       6

Concretamente cosa accadrebbe se l’autonomia differenziata andasse in porto?

Cosa accadrebbe se le norme generali sull’istruzione e ambiente, attualmente di competenza esclusiva della legge dello  Stato, passassero interamente alla legislazione regionale, così come prevedono le bozze di intesa di Veneto, Lombardia ed Emilia, in virtù dell’art. 116 riformato nel 2001? 

Che ne sarebbe delle principali materie attualmente concorrenti, previste nel terzo comma dell’art. 117 della Costituzione (sanità, sicurezza sul lavoro, beni culturali, infrastrutture, ricerca, tra le altre)? In virtù del novellato articolo 116 del Titolo V, comma terzo, tutte le Regioni che rivendicano “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” possono chiedere di intervenire con competenza legislativa esclusiva anche sulle “norme generali dell’istruzione”.

In pratica, con  la legge ordinaria del Parlamento non si potrebbe più intervenire su tale materia! Si configurerebbe un sistema di istruzione del tutto autonomo rispetto al sistema nazionale statale, unitario e garante di un livello di istruzione analogo in tutte le regioni italiane, destinato a mantenere una residuale funzione di cornice. Le regioni autonomamente gestiranno temi fondamentali come il reclutamento del personale, la valutazione, la programmazione dell’offerta formativa, l’orientamento, l’alternanza scuola-lavoro, con il rischio dell’inserimento del sistema formativo negli interessi del libero mercato a discapito del diritto allo studio configurando cittadini di serie A e di serie B. L’esempio lo abbiamo sotto gli occhi: è il modello della Provincia di Trento, autonoma dal 1988. L’Ente locale dimensiona le istituzioni scolastiche, razionalizza la rete sul territorio, definisce gli organici, gestisce il personale docente, che è dipendente provinciale, cui impone molto più lavoro a fronte di uno scarno incremento stipendiale. L’organizzazione autonoma della scuola, intesa non più come istituzione dello Stato ma come agenzia di servizio sul territorio, incide direttamente anche sulla programmazione dell’offerta formativa, sottoposta a valutazione locale attraverso il Comitato provinciale di valutazione del sistema scolastico, che mette a disposizione della giunta provinciale i propri indicatori di qualità ed efficienza.

Alla luce di tutto questo, per fare il punto sull’avanzamento del DDL annunciato e  intraprendere iniziative concrete di mobilitazione contro tale progetto eversivo per l’unità della Repubblica e l’uguaglianza dei diritti, come COBAS parteciperemo il 31 ottobre prossimo, a Roma, alle 9,30, presso il Liceo Tasso all’Assemblea nazionale, convocata dai Comitati Per il ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti, di cui, nei territori, siamo parte attiva fin dalla prima costituzione.

Carmen D’Anzi     Esecutivo nazionale COBAS – Comitati di base della Scuola

Comitato Regionale Emilia Romagna per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, per l’Unità della Repubblica e per la rimozione delle diseguaglianze


Gentile Presidente del Consiglio Regionale della Regione Emilia-Romagna, Emma Petitti,
Viale Aldo Moro, 50 – 40127 Bologna – PEC: PEIAssemblea@postacert.regione.emilia-romagna.it

Oggetto: Petizione popolare, ai sensi dell’art. 16, c. 1 dello Statuto regionale  e dell’art. 121 del Regolamento dell’Assemblea legislativa dell’Emilia Romagna per la revoca della Risoluzione dell’Assemblea ogg. n. 7158 del 18.10.2018 e di ogni relativo mandato per l’acquisizione alla Regione Emilia-Romagna di ulteriori forme e condizioni di autonomia ai sensi dell’articolo 116, c.3, della Costituzione, interrompendo le relative negoziazioni con il Governo statale al fine di ulteriori prerogative legislative.

La petizione può essere firmata a questo link:https://forms.gle/uD7j4GQCvRjUJ1T2A


Lo scrivente Comitato regionale, in pieno accordo con quello nazionale, ritiene la Risoluzione regionale in oggetto portatrice di enormi rischi di profonde diseguaglianze nei diritti e negli interessi dei cittadini tutti ed un vulnus all’unità nazionale come conseguenza dell’introduzione nell’ordinamento di ulteriore autonomia e competenze alle Regioni.

L’introduzione nell’ordinamento di ulteriore autonomia e competenze alle Regioni su materie di determinante interesse nazionale -comprese nell’art. 117 Cost. riformato con L cost. 3/2001- comporterebbe un elevato rischio di profonde disuguaglianze nei diritti e negli interessi dei cittadini tutti e, ripetiamo, un vulnus all’unità nazionale, oltretutto difficilissime da rimuovere comportando, grazie al relativo accordo siglato con il governo, l’esclusione della potestà legislativa centrale e delle sue facoltà di garantire sia l’unità nazionale che l’uguaglianza nei diritti e nei doveri di tutti i cittadini italiani come stabiliscono i primi 12 articoli della Costituzione.


Si darebbe inizio e legittimazione ad un pericoloso processo disgregativo della Nazione da parte delle Regioni richiedenti, tra cui anche l’Emilia-Romagna attraverso la Risoluzione oggetto della Petizione Popolare, e del tutto inevitabile qualora il perseguimento dell’interesse territoriale non tenesse più conto della complessità dell’insieme su questioni vitali per la comunità statuale.
Tutela della salute, scuola (istruzione e formazione), infrastrutture e trasporti, tutela dell’ambiente, protezione civile, beni e attività culturali, organizzazione della giustizia di pace, partecipazione alla formazione ed all’attuazione del diritto dell’UE, coordinamento della finanza pubblica: tutte queste nodali materie non possono e non devono essere sottratte alla potestà legislativa dello Stato (in concorrenza con le Regioni), unico soggetto istituzionale in grado di garantire uniformità di diritti in tutto il paese ed assicurare omogenea distribuzione di risorse ed iniziative necessarie per rimuovere le disuguaglianze che caratterizzano i diversi territori regionali.

Ciò impone un deciso ripensamento di quanto rivendicato dalla regione Emilia Romagna in sintonia -con sfumature di scarso rilievo- con le regioni Lombardia e Veneto.
Tale richiesta di ripensamento non mette e non vuole mettere in discussione la competenza legislativa attribuita alla Regione, e alle Regioni,  ma pone l’accento sulla necessità che pur rimanendo ancorata all’esigenze del territorio non debba escludere la potestà legislativa centrale.

Sottraendo nella sostanza allo Stato la possibilità di legiferare in modo concorrente, verrebbe vanificata e diverrebbe inattuabile la disposizione dell’art.3, comma 2 Costituzione che indica come compito primario della REPUBBLICA . e non di altri soggetti, quello di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”

E’ illusorio pensare che una maggiore autonomia legislativa sulle materie nodali elencate sopra possa garantire solidarietà: il procedimento legislativo previsto nell’art.116, comma 3 riformato nel 2001, introducendo infatti la possibilità per le Regioni di richiedere“ulteriori forme e condizioni di autonomia”prevede che vengano attribuite“con legge approvata dalle Camere con maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa tra lo Stato e la Regione interessata”. Proprio l’eccezionale maggioranza richiesta per l’approvazione dell’intesa, peraltro in vista della riduzione del numero dei parlamentari, vanifica la possibilità che una legge-quadro nazionale possa garantire il diritto minimo all’uguaglianza tra cittadini, introducendo e “garantendo” invece sicura disuguaglianza tra Regioni con ulteriore sfasatura tra Sud e Nord con pesanti ricadute sull’organizzazione e l’erogazione di servizi alle persone.

Dall’evidenza drammatica dell’attuale contesto in cui imperversa una grave pandemia emerge quanto  le regioni procedano in ordine sparso ed il loro agire appare spesso motivato da sole esigenze di contrapposizione con il Governo della Repubblica. Il risultato conseguente è quello di confusione e contraddittorietà delle disposizioni, scarsa comprensione da parte dei cittadini, disordine e spesso sperpero nell’utilizzazione delle risorse pur scarse.

Altresì emerge prepotentemente già nel contesto citato un’ulteriore forzatura dell’ordinamento istituzionale con  la Conferenza Stato-Regioni che sta assumendo il ruolo improprio di  camera di contrattazione in grado di condizionare ed impedire scelte di Governo arrivando, addirittura, alla richiesta di introdurre in Costituzione la Conferenza delle Regioni, sbilanciando così e svuotando di potere il Parlamento, unico luogo preposto al confronto politico ed alla ricerca di una sintesi nell’interesse generale.

E’ necessario, con il ritiro della risoluzione che si chiede con la petizione popolare, un atto politico forte di discontinuità della nostra Assemblea Regionale, di significato nazionale, che prenda atto che Covid-19 ha dimostrato come sia dannoso l’impianto politico e tecnico delle richieste di autonomia differenziata, come sia necessario il  ritiro del “ DdL Boccia “  e sottolinei l’esigenza di una moratoria politica sul 3° comma art. 116 e che, l’eventuale confronto auspicato, questa volta unilateralmente dal Presidente della Giunta dell’Emilia Romagna, sull’insieme del Titolo V avvenga con la partecipazione dell’Assemblea Legislativa.


Con la presente Petizione chiediamo all’Assemblea legislativa regionale, e quindi ai nostri rappresentanti sul territorio, un segnale forte di mutamento di ottica e inversione di tendenza: chiediamo di ritirare la richiesta di maggiore autonomia legislativa così riconoscendo l’imprescindibilità dell’intervento statale in concorrenza.

La petizione può essere firmata a questo link:https://forms.gle/uD7j4GQCvRjUJ1T2A