Archivi categoria: Autonomia differenziata? NO grazie!

15 dicembre 2021, presidio in regione per la petizione contro la richiesta di Autonomia della giunta.

La nostra manifestazione del 15 sarà un punto di arrivo e, al contempo, la base per la ripartenza delle lotte contro l’Autonomia regionale differenziata e per l’attuazione della Costituzione che faremo nel 2022, nel quadro politico che verrà a determinarsi dopo l’approvazione della Legge di Bilancio 2022 e le vicende che porteranno all’elezione del nuovo Capo dello Stato.

Per questi motivi chiediamo a tutti voi la massima partecipazione e presenza al presidio e la massima diffusione possibile, oltre ad un ennesimo sforzo a diffondere il link per la firma on line della Petizione Popolare (di seguito riportato) e a riempire un modulo di firme (in allegato) da consegnare prima o durante il presidio.

La nostra lotta contro lo sciagurato progetto di autonomia differenziata – che divide il Paese ed  aumenta le diseguaglianze dando diritti diversi a seconda del luogo di residenza – non finisce certo il 15 dicembre.

info: comitato.er.cad@gmail.com

link petizione on line: https://forms.gle/uD7j4GQCvRjUJ1T2A
evento FB: https://www.facebook.com/noademiliaromagna/photos/a.115616970331628/353558983204091/

pagina FB: https://www.facebook.com/noademiliaromagna

Comitato regionale Emilia Romagna NO AD

10 dicembre Sciopero generale della Scuola con manifestazioni locali

Come i governi precedenti, anche l’esecutivo Draghi, nonostante l’enorme disponibilità di fondi europei, prosegue, con il PNRR e la legge di bilancio, nell’attacco al diritto all’istruzione e ai lavoratori/trici della scuola, visto che i provvedimenti sono caratterizzati da:

  • proposte salariali per il rinnovo del contratto (scaduto nel 2018) ridicole e offensive, come nel caso del premio per la “dedizione al lavoro”, che ricorda le campagne del ventennio;
  • nessuna stabilizzazione del personale precario, docenti e ATA;
  • nessun investimento nell’edilizia scolastica, con conseguenti problemi per la sicurezza, cresciuti ulteriormente con la pandemia;
  • nessuna riduzione strutturale del numero degli alunni/e per classe;
  • nessuno stop ai progetti di Autonomia differenziata con i quali si vuole regionalizzare l’istruzione, che anzi vengono di nuovo allegati alla Legge di bilancio.

In questo contesto, a fronte di una stragrande maggioranza di lavoratori/trici (intorno al 95%) che ha scelto di vaccinarsi, il governo, per nascondere incapacità e inefficienza, nonostante nelle scuole si stia lavorando regolarmente, impone la vaccinazione obbligatoria, che non tutela la sicurezza sul luogo del lavoro e di cui non si comprendono le motivazioni scientifiche. Determinando, così, una situazione paradossale per cui nelle aule sarà comunque presente una maggioranza di persone, gli alunni/e, non vaccinati, né controllati (per questi ultimi, sia chiaro, non si chiede la vaccinazione obbligatoria, che violerebbe il diritto all’istruzione). Al tempo stesso, riteniamo la campagna di vaccinazione e la sospensione dei brevetti strumenti indispensabili, anche se non unici, per combattere la pandemia

Chiediamo:

  • Stipendi europei, con il recupero del 20% circa del potere d’ acquisto perso negli ultimi decenni, senza alcuna differenziazione in base al presunto “merito” o “dedizione al lavoro”
  • Un piano straordinario di assunzioni, a partire dai “precari”, docenti (3 anni di lavoro) e ATA (2 anni)
  • Conferma e stabilizzazione dell’organico Covid docente e ATA
  • Massimo 20 alunni per classe, da ridurre a 15 con studenti diversamente abili
  • Formazione e aggiornamento in orario di servizio
  • Centralità della scuola nel PNRR, innanzitutto attraverso un piano straordinario per l’edilizia scolastica e la sicurezza
  • Ritiro di qualsiasi progetto sull’Autonomia differenziata
  • Ritiro dell’obbligo vaccinale

Esecutivo nazionale COBAS Scuola

APPELLO DEL SINDACALISMO DI BASE E CONFLITTUALE: 4 dicembre No Draghi Day

VIDEO https://www.facebook.com/cobasscuola/videos/320835533187877

4 dicembre No Draghi Day – Giornata nazionale di protesta contro le misure economiche del governo Draghi, contro licenziamenti, privatizzazioni, delocalizzazioni e carovita.📢Cortei regionali nelle principali città: la libertà di manifestare è un diritto democratico non negoziabileLa Legge di Bilancio prodotta dal governo Draghi conferma il nuovo e pesante attacco allecondizioni di vita deisettori sociali più deboli del paese mentre stanzia ulteriori risorse per le grandiimprese e le rendite finanziarie.Si conferma la linea politica dell’aumento delle disuguaglianze, anziché invertire rotta.Gli aumenti dei prezzi delle materie prime e dell’energia provocano un rincaro delle bollette e del caro vita che colpiscono lavoratori e lavoratrici, che hanno salari bloccati da contratti non rinnovati, pensionati e ancor peggio gli strati più poveri della popolazione, come i pensionati al minimo o i percettori del reddito di cittadinanza. Sulle pensioni si mantiene il famigerato impianto della Fornero, quindi un rialzo dell’età pensionabile, anche se per ammorbidire si propone quota 102 per il prossimo anno, sempre molto al di sotto delle aspettative anche per garantire un necessario ricambio generazionale.Sul Reddito di Cittadinanza si introducono misure per restringerne la platea e per forzare i percettori ad accettare qualsiasi lavoro: part-time, a tempo determinato e a grande distanza dalla residenza. Sul fisco si preannuncia l’abolizione dell’IRAP, cioè dell’unica tassa ineludibile per le imprese, mentre le riduzioni per i lavoratori verranno indirizzate verso i redditi medio-alti (tra i 28 e i 55mila euro).In una fase in cui è ormai operativo lo sblocco totale dei licenziamenti e sono ancora visibili gli effetti pesantissimi della crisi pandemica, la manovra economica concentra le risorse sulle grandi imprese, esattamente con la stessa logica con cui si è elaborato il PNRR, e non si pone il problema drammatico della riduzione delle fortissime disuguaglianze sociali attraverso la redistribuzione del reddito. Quasi inesistenti gli investimenti pubblici nei settori chiave della vita sociale, come sanità, scuola e trasporti urbani, fondamentali anche per contrastare, oltre ai necessari vaccini, la diffusione della pandemia. Non ci sono né sono previsti interventi per rialzare i salari in un paese dove è in forte crescita il lavoro povero. Viene inoltre riesumato il pericolosissimo progetto di autonomia differenziata, destinato ad aumentare le differenze territoriali e sociali. E ancora una volta non ci sono interventi sulla drammatica questione abitativa per incrementare l’offerta di alloggi popolari, né ci sono risposte al dramma degli sfratti. A completare il piano di Draghi c’è invece il disegno di legge del governo sulla concorrenza che prepara una privatizzazione selvaggia di tutto ciò che resta ancora di pubblico nel nostro paese: dai trasporti locali all’energia, dall’acqua all’igiene ambientale, dai porti fino alla liberalizzazione dei taxi e ad un rilancio in grande stile della sanità privata. È l’apertura liberista definitiva alla ferrea legge del mercato, in spregio a qualsiasi preoccupazione per i diritti sociali, la salvaguardia dei beni comuni, il riequilibrio e la giustizia sociale. Una conferma della vuota retorica governativa in materia di salvaguardia dell’ambiente e di lotta al cambiamento climatico poiché mettere i beni comuni, a cominciare dalle risorse idriche ed energetiche, nelle mani delle grandi società private non potrà che favorire nuovi disastri ambientali ed abbassare ulteriormente le tutele in materia disalute e sicurezza di lavoratori e cittadini.Con la legge di bilancio e il disegno di legge sulla concorrenza Draghi sta realizzando i diktat dell’Unione Europea e soddisfacendo tutte le richieste di Confindustria, senza incontrare alcuna vera opposizione sul piano politico e con il silenzio complice di Cgil, Cisl, Uil. Forte del sostegno che ha da parte dell’intero arco parlamentare questo governo marcia compatto nella direzione di ridurre i diritti della classe lavoratrice, utilizzando le tecniche repressive del decreto Salvini e dando copertura alle azioni illegali da parte del padronato quando utilizza le squadracce pagate per picchiare lavoratori e lavoratrici in sciopero.Il riuscito sciopero generale dell’11 ottobre, promosso da tutto il sindacalismo conflittuale e di base, con la sua piattaforma di lotta ha individuato con precisione i temi sui quali proseguire la mobilitazione. No ai licenziamenti e alle privatizzazioni. Lotta per il salario e il reddito garantito.Cancellazione della Legge Fornero, contrasto al carovita e ai diktat dell’Unione Europea. Rinnovi contrattuali e lotta alla precarietà per la piena occupazione. Forti investimenti per scuola, sanità, trasporti e previdenza pubblica, contro le spese militari e le missioni all’estero, a favore di una necessaria spesa sociale. Per un fisco equo che aggredisca le rendite e riduca le disuguaglianze sociali. Il programma di lotta dell’11 ottobre oggi esce rafforzato dai nuovi provvedimenti presentati da Draghi, che ne confermano l’indirizzo fortemente antipopolare.È dunque urgente la costruzione di un vasto movimento popolare che contrasti con la mobilitazione e la lotta questo disegno autoritario destinato ad approfondire le disuguaglianze e ad aumentare la povertà.Il sindacalismo di base propone e si impegna a costruire una Giornata di protesta nazionale per il prossimo 4 dicembre denominata “No Draghi Day” e invita, pertanto, tutti i movimenti e le realtà sociali e politiche a costruire la mobilitazione in forma unitaria e condivisa. La Giornata sarà caratterizzata da cortei regionali che avranno l’obiettivo di difendere la libertà di manifestare contro ogni odioso divieto a sfilare nei centri storici e sotto i palazzi delle istituzioni.ADL COBAS, CLAP, CONFEDERAZIONE COBAS, COBAS SARDEGNA,CUB,FUORI MERCATO, ORSA, SIAL COBAS, SGB, UNICOBAS, USB, USI-

I COBAS dicono no all’Autonomia differenziata e alla regionalizzazione della scuola

Nella NADEF (Nota di Aggiornamento Documento di Economia e Finanza) del 29 settembre scorso apprendevamo, con un certo sollievo, che nell’elenco dei 20 DDL allegati, non compariva il riferimento all’autonomia differenziata; purtroppo si è trattata di  un’illusione durata lo spazio di una notte, giacché al mattino del 30 settembre lo abbiamo puntualmente ritrovato.

Un cambiamento non da poco che, anzi, potrebbe risultare decisivo in quanto tale provvedimento potrebbe essere approvato in Consiglio dei Ministri senza la possibilità di sottoporlo a referendum abrogativo.

Ecco più precisamente com’è andata la votazione sullo stralcio dell’Autonomia Differenziata dal Nadef.

Il 6 ottobre scorso alla Camera un gruppo di 26 senatori ha presentato un’interrogazione parlamentare affinché venisse votato lo stralcio dell’allegato che conteneva l’autonomia differenziata dalla NADEF. I risultati della votazione parlano chiaro: chi ha votato a favore era per lo stralcio (quindi per il rinvio del provvedimento); chi ha votato contro era contrario allo stralcio (quindi per l’accelerazione del provvedimento):

Favorevoli           Contrari

Forza Italia                   1                          29

Fratelli d’Italia             tutti astenuti

Gruppo Misto               23                        9

Italia Viva – P.S.I.         0                          8

Lega                              0                          50

M5s                               1                          49

PD                                 1                          31

Per le Autonomie          0                       6

Concretamente cosa accadrebbe se l’autonomia differenziata andasse in porto?

Cosa accadrebbe se le norme generali sull’istruzione e ambiente, attualmente di competenza esclusiva della legge dello  Stato, passassero interamente alla legislazione regionale, così come prevedono le bozze di intesa di Veneto, Lombardia ed Emilia, in virtù dell’art. 116 riformato nel 2001? 

Che ne sarebbe delle principali materie attualmente concorrenti, previste nel terzo comma dell’art. 117 della Costituzione (sanità, sicurezza sul lavoro, beni culturali, infrastrutture, ricerca, tra le altre)? In virtù del novellato articolo 116 del Titolo V, comma terzo, tutte le Regioni che rivendicano “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” possono chiedere di intervenire con competenza legislativa esclusiva anche sulle “norme generali dell’istruzione”.

In pratica, con  la legge ordinaria del Parlamento non si potrebbe più intervenire su tale materia! Si configurerebbe un sistema di istruzione del tutto autonomo rispetto al sistema nazionale statale, unitario e garante di un livello di istruzione analogo in tutte le regioni italiane, destinato a mantenere una residuale funzione di cornice. Le regioni autonomamente gestiranno temi fondamentali come il reclutamento del personale, la valutazione, la programmazione dell’offerta formativa, l’orientamento, l’alternanza scuola-lavoro, con il rischio dell’inserimento del sistema formativo negli interessi del libero mercato a discapito del diritto allo studio configurando cittadini di serie A e di serie B. L’esempio lo abbiamo sotto gli occhi: è il modello della Provincia di Trento, autonoma dal 1988. L’Ente locale dimensiona le istituzioni scolastiche, razionalizza la rete sul territorio, definisce gli organici, gestisce il personale docente, che è dipendente provinciale, cui impone molto più lavoro a fronte di uno scarno incremento stipendiale. L’organizzazione autonoma della scuola, intesa non più come istituzione dello Stato ma come agenzia di servizio sul territorio, incide direttamente anche sulla programmazione dell’offerta formativa, sottoposta a valutazione locale attraverso il Comitato provinciale di valutazione del sistema scolastico, che mette a disposizione della giunta provinciale i propri indicatori di qualità ed efficienza.

Alla luce di tutto questo, per fare il punto sull’avanzamento del DDL annunciato e  intraprendere iniziative concrete di mobilitazione contro tale progetto eversivo per l’unità della Repubblica e l’uguaglianza dei diritti, come COBAS parteciperemo il 31 ottobre prossimo, a Roma, alle 9,30, presso il Liceo Tasso all’Assemblea nazionale, convocata dai Comitati Per il ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti, di cui, nei territori, siamo parte attiva fin dalla prima costituzione.

Carmen D’Anzi     Esecutivo nazionale COBAS – Comitati di base della Scuola

Comitato Regionale Emilia Romagna per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, per l’Unità della Repubblica e per la rimozione delle diseguaglianze


Gentile Presidente del Consiglio Regionale della Regione Emilia-Romagna, Emma Petitti,
Viale Aldo Moro, 50 – 40127 Bologna – PEC: PEIAssemblea@postacert.regione.emilia-romagna.it

Oggetto: Petizione popolare, ai sensi dell’art. 16, c. 1 dello Statuto regionale  e dell’art. 121 del Regolamento dell’Assemblea legislativa dell’Emilia Romagna per la revoca della Risoluzione dell’Assemblea ogg. n. 7158 del 18.10.2018 e di ogni relativo mandato per l’acquisizione alla Regione Emilia-Romagna di ulteriori forme e condizioni di autonomia ai sensi dell’articolo 116, c.3, della Costituzione, interrompendo le relative negoziazioni con il Governo statale al fine di ulteriori prerogative legislative.

La petizione può essere firmata a questo link:https://forms.gle/uD7j4GQCvRjUJ1T2A


Lo scrivente Comitato regionale, in pieno accordo con quello nazionale, ritiene la Risoluzione regionale in oggetto portatrice di enormi rischi di profonde diseguaglianze nei diritti e negli interessi dei cittadini tutti ed un vulnus all’unità nazionale come conseguenza dell’introduzione nell’ordinamento di ulteriore autonomia e competenze alle Regioni.

L’introduzione nell’ordinamento di ulteriore autonomia e competenze alle Regioni su materie di determinante interesse nazionale -comprese nell’art. 117 Cost. riformato con L cost. 3/2001- comporterebbe un elevato rischio di profonde disuguaglianze nei diritti e negli interessi dei cittadini tutti e, ripetiamo, un vulnus all’unità nazionale, oltretutto difficilissime da rimuovere comportando, grazie al relativo accordo siglato con il governo, l’esclusione della potestà legislativa centrale e delle sue facoltà di garantire sia l’unità nazionale che l’uguaglianza nei diritti e nei doveri di tutti i cittadini italiani come stabiliscono i primi 12 articoli della Costituzione.


Si darebbe inizio e legittimazione ad un pericoloso processo disgregativo della Nazione da parte delle Regioni richiedenti, tra cui anche l’Emilia-Romagna attraverso la Risoluzione oggetto della Petizione Popolare, e del tutto inevitabile qualora il perseguimento dell’interesse territoriale non tenesse più conto della complessità dell’insieme su questioni vitali per la comunità statuale.
Tutela della salute, scuola (istruzione e formazione), infrastrutture e trasporti, tutela dell’ambiente, protezione civile, beni e attività culturali, organizzazione della giustizia di pace, partecipazione alla formazione ed all’attuazione del diritto dell’UE, coordinamento della finanza pubblica: tutte queste nodali materie non possono e non devono essere sottratte alla potestà legislativa dello Stato (in concorrenza con le Regioni), unico soggetto istituzionale in grado di garantire uniformità di diritti in tutto il paese ed assicurare omogenea distribuzione di risorse ed iniziative necessarie per rimuovere le disuguaglianze che caratterizzano i diversi territori regionali.

Ciò impone un deciso ripensamento di quanto rivendicato dalla regione Emilia Romagna in sintonia -con sfumature di scarso rilievo- con le regioni Lombardia e Veneto.
Tale richiesta di ripensamento non mette e non vuole mettere in discussione la competenza legislativa attribuita alla Regione, e alle Regioni,  ma pone l’accento sulla necessità che pur rimanendo ancorata all’esigenze del territorio non debba escludere la potestà legislativa centrale.

Sottraendo nella sostanza allo Stato la possibilità di legiferare in modo concorrente, verrebbe vanificata e diverrebbe inattuabile la disposizione dell’art.3, comma 2 Costituzione che indica come compito primario della REPUBBLICA . e non di altri soggetti, quello di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”

E’ illusorio pensare che una maggiore autonomia legislativa sulle materie nodali elencate sopra possa garantire solidarietà: il procedimento legislativo previsto nell’art.116, comma 3 riformato nel 2001, introducendo infatti la possibilità per le Regioni di richiedere“ulteriori forme e condizioni di autonomia”prevede che vengano attribuite“con legge approvata dalle Camere con maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa tra lo Stato e la Regione interessata”. Proprio l’eccezionale maggioranza richiesta per l’approvazione dell’intesa, peraltro in vista della riduzione del numero dei parlamentari, vanifica la possibilità che una legge-quadro nazionale possa garantire il diritto minimo all’uguaglianza tra cittadini, introducendo e “garantendo” invece sicura disuguaglianza tra Regioni con ulteriore sfasatura tra Sud e Nord con pesanti ricadute sull’organizzazione e l’erogazione di servizi alle persone.

Dall’evidenza drammatica dell’attuale contesto in cui imperversa una grave pandemia emerge quanto  le regioni procedano in ordine sparso ed il loro agire appare spesso motivato da sole esigenze di contrapposizione con il Governo della Repubblica. Il risultato conseguente è quello di confusione e contraddittorietà delle disposizioni, scarsa comprensione da parte dei cittadini, disordine e spesso sperpero nell’utilizzazione delle risorse pur scarse.

Altresì emerge prepotentemente già nel contesto citato un’ulteriore forzatura dell’ordinamento istituzionale con  la Conferenza Stato-Regioni che sta assumendo il ruolo improprio di  camera di contrattazione in grado di condizionare ed impedire scelte di Governo arrivando, addirittura, alla richiesta di introdurre in Costituzione la Conferenza delle Regioni, sbilanciando così e svuotando di potere il Parlamento, unico luogo preposto al confronto politico ed alla ricerca di una sintesi nell’interesse generale.

E’ necessario, con il ritiro della risoluzione che si chiede con la petizione popolare, un atto politico forte di discontinuità della nostra Assemblea Regionale, di significato nazionale, che prenda atto che Covid-19 ha dimostrato come sia dannoso l’impianto politico e tecnico delle richieste di autonomia differenziata, come sia necessario il  ritiro del “ DdL Boccia “  e sottolinei l’esigenza di una moratoria politica sul 3° comma art. 116 e che, l’eventuale confronto auspicato, questa volta unilateralmente dal Presidente della Giunta dell’Emilia Romagna, sull’insieme del Titolo V avvenga con la partecipazione dell’Assemblea Legislativa.


Con la presente Petizione chiediamo all’Assemblea legislativa regionale, e quindi ai nostri rappresentanti sul territorio, un segnale forte di mutamento di ottica e inversione di tendenza: chiediamo di ritirare la richiesta di maggiore autonomia legislativa così riconoscendo l’imprescindibilità dell’intervento statale in concorrenza.

La petizione può essere firmata a questo link:https://forms.gle/uD7j4GQCvRjUJ1T2A

DOVE VA LA SCUOLA DEL MINISTRO BIANCHI

di Serena Tusini

anche al link http://www.giornale.cobas-scuola.it/programmi-ministeriali/

Il Ministro Bianchi (ministro tecnico targato PD) come coordinatore del Comitato di esperti il 20 luglio 2020 presentò all’allora Ministra Azzolina un rapporto per la ripartenza della scuola; il rapporto, mai divulgato, è stato prontamente pubblicato dal nuovo ministro e va oggi letto come un vero e proprio documento programmatico del nuovo corso di viale Trastevere.
Gli elementi di preoccupazione sono molteplici, perché questo economista posto a capo della scuola pubblica pare avere idee molto precise sulla direzione che la scuola dovrà intraprendere durante e soprattutto oltre la pandemia.
Il “Rapporto Bianchi è pieno di quella retorica economicista che conosciamo bene da anni: competenze, implementazione dell’Invalsi, compimento dell’autonomia scolastica, scuola digitale, ecc.
Ma alcuni aspetti, pur situandosi nel solco degli ultimi vent’anni di attacco alla scuola, rappresentano un’implementazione del processo iniziato con l’autonomia scolastica. Anche la stessa idea di autonomia, il cui fallimento è ormai sotto gli occhi di tutti, viene propagandisticamente corretta proponendo una contrapposizione tra un’autonomia cattiva (quella competitiva di stampo anglossassone) e un’autonomia buona che viene definita “autonomia solidaristica” e presentata come ideologicamente più coerente con la nostra tradizione scolastica.
Ma dietro a questa autonomia solidale sta un’idea-forza che attraversa insistentemente tutto il documento: i patti di comunità. Si tratta di accordi stretti tra scuole e realtà del territorio (“enti territoriali, terzo settore, imprese, mondo dell’associazionismo e delle professioni”), il tutto sostenuto “dalle risorse dei nuovi Fondi comunitari di cui potrà godere l’Italia nei prossimi anni”. Soldi pubblici dunque immessi nel sistema pubblico per favorire la sua privatizzazione attraverso un’integrazione profonda tra scuola e privato di cooperativa (così caro al modello emiliano da cui proviene Bianchi , ex assessore regionale all’Istruzione). Ma l’idea non è un semplice affiancamento al tempo scuola; si dice infatti che le scuole dovranno “predisporre le attività congiunte come parte organica della propria offerta didattica […] In tal modo attività formali, informali e non formali, possono essere egualmente riunite in un progetto didattico organico proposto dalla scuola […]. Sarà compito della scuola dare senso ed unitarietà ad un progetto organizzativo, pedagogico e didattico ancorato al territorio ”. Insomma la scuola dovrebbe diventare garante della “qualità” dei prodotti privati che si affacceranno, dovrà farli entrare strutturalmente nella propria offerta formativa e tenerne conto nella valutazione degli studenti: “Agli insegnanti resta la responsabilità di una adeguata rilevazione delle esperienze e dei saperi acquisiti”.
Gli Organi Collegiali saranno chiamati ad avvallare la privatizzazione della scuola, quegli organi collegiali ai quali il Ministro riserva parole di disprezzo: “È necessario eliminare la collegialità ritualistica, burocratica e standardizzata chiamando in causa lo scopo morale ed etico della professione”. Noi invece useremo gli spazi di democrazia degli Organi Collegiali per batterci contro i patti di comunità perché essi rappresentano un potente volano per la privatizzazione massiccia di interi settori dell’istruzione attraverso il sistema delle cooperative in cui lo sfruttamento della forza lavoro è enorme, oltre a rappresentare uno dei pilastri del potere clientelare. Perché continuare a pagare docenti se è possibile sfruttare a basso costo la manodopera delle cooperative? Così ore di didattica a scuola saranno sostituite con corsi tenuti dalle cooperative: perché pagare i docenti di musica, di arte, di educazione motoria se gli studenti possono usufruire di corsi forniti dal “territorio solidale”? Non vi è dubbio che l’economista Bianchi porrà al centro del suo lavoro questo obiettivo: ridimensionare la parte pubblica dell’istruzione e compensare il taglio di tempo scuola con l’ingresso delle cooperative lasciando nel contempo ancora più spazio alle agenzie formative private.
Infatti i patti di comunità si sposano perfettamente con un altro motivo ricorrente del documento, quello della essenzializzazione dei contenuti delle discipline: “occorre procedere ad una forte essenzializzazione del curricolo […]rivisitare i curricoli, andare all’essenziale delle competenze, sfrondare ciò “che si fa perché si è sempre fatto e perché è nel libro di testo”; dunque i docenti dovranno fornire competenze di base (fortemente ridimensionate) a cui si aggiungeranno le attività complementari fornite dal “privato solidaristico”.
Il tempo scuola viene proposto come fortemente ridimensionato: “La possibilità di agire anche sulla durata delle lezioni inserita in una prospettiva di organizzazione che tenda a superare lo schematismo degli orari, che lasci spazio ad attività personalizzate nei confronti di ciascun allievo in una logica di raccordo con attività sul territorio”. Il tutto senza dimenticare di sottolineare quello che viene visto come un handicap del sistema formativo italiano in quanto non abbiamo ancora tagliato un anno di scuola superiore “a confronto con quanto proposto in altri Paesi, in cui i ragazzi possono entrare nel mercato del lavoro con almeno un anno di anticipo rispetto ai ragazzi italiani”.
Si tratta, brutalmente, di un ridimensionamento consistente del tempo scuola che significherà un taglio drastico delle cattedre e un impoverimento dell’offerta formativa, un impoverimento del pubblico che specularmente arricchirà il privato delle cooperative.
Un modello fluido, che si sposa perfettamente con il mercato e con altre due idee-chiave che circolano nel documento: da un lato la personalizzazione del curriculum e dall’altro la distruzione del gruppo classe. Si parla infatti di “maggiore personalizzazione dei percorsi (sia per gli studenti più svantaggiati che per quelli eccellenti), ad esempio attraverso l’aumento della quota di opzionalità a disposizione degli studenti” o di “lavorare a classi aperte e per gruppi di livello”, una prospettiva di distruzione del gruppo classe (definito una “gabbia del Novecento”) che è un intento antico, oggi riproposto come soluzione ai problemi del distanziamento dentro le aule. Affermano: “Nessuno ha ancora fatto la Personal School, molto più interessante dell’essere Pubblica o Privata” fingendo di non sapere che proprio la personalizzazione dei percorsi è l’anticamera della privatizzazione. È un’idea inversa rispetto alla scuola della Costituzione: oggi nella formazione delle classi i docenti hanno sempre fatto in modo che in ogni classe fossero presenti ragazzi con potenzialità diverse per cui tutti svolgono lo stesso programma in un’idea paritaria di classe scolastica che contiene una precisa idea di società: è un’idea di uguaglianza, è l’idea costituzionale per la quale la Repubblica cerca di rimuovere le differenze sociali e culturali di partenza e la scuola viene investita di una potente funzione di ascensore sociale. Ma anche la distruzione dell’unitarietà del gruppo classe è un’idea di società, quella società neoliberista dove la meritocrazia e gli indvidui-monadi devono tracciare isolatamente, e non collettivamente, il proprio destino. Tale modello neoliberista permette inoltre, come nelle scuole anglosassoni, di potenziare (e selezionare) le eccellenze prematuramente e di dare il minimo d’ufficio agli altri. Il livello socio-culturale con il quale si entra nella scuola, segna in modo poco superabile il proprio percorso di formazione culturale.
Molti altri spettri si aggirano nel documento: a una deregulation del sistema scolastico, corrisponde infatti, quasi di necessità, l’individuazione dei LEP (Livelli Essenziali di Prestazione), il volano di quella autonomia differenziata che è uno degli altri pericolosi obiettivi rispetto a tutti i sistemi pubblici: quando si saranno definiti i LEP, il privato e il pubblico potranno essere pienamente equiparati e complementari nell’ottica esplicita della sussidiarietà.
E ancora: il ministro auspica la ripresa del confronto con i sindacati in merito alla carriera docenti e alla loro valutazione anche esterna per arrivare a una “definizione di forme di valutazione/apprezzamento dell’insegnamento, nonché di feed-back circa la sua qualità”; auspica un aumento delle ore di alternanza scuola lavoro nonché un accorpamento delle classi di concorso e una riduzione dell’unità oraria di lezione.
Dobbiamo batterci fuori e dentro le scuole per respingere la privatizzazione della scuola pubblica che in questi anni, a differenza di altri settori come la sanità e i trasporti, non è stata pesantemente appaltata ai profitti del mercato. Si farà leva sulle aree svantaggiate del Paese, si dirà che i patti di comunità (già attivi in alcuni territori) serviranno per colmare i gap che la pandemia ha aggravato; ma il divario non si risolve con meno scuola pubblica, ma con il suo rafforzamento; è possibile che il Ministro butti pure sul tavolo, come merce di scambio, qualche migliaio di assunzioni di precari che sono però una goccia nel mare del precariato.

21 novembre Flash mob per una società della cura

I sindacati Cobas, SGB, SiCobas e USI-CIT aderiscono e partecipano al Flash Mob lanciato nell’ambito della giornata nazionale di mobilitazione della Rete Nazionale “Società della Cura” e organizzata localmente dalla “Assemblea per la Salute del Territorio”, previsto per sabato 21 novembre, davanti all’Ospedale Maggiore di Bologna ,a sostegno di tutti gli operatori sanitari impegnati quotidianamente nella emergenza covid19.

Nessuno/a deve essere lasciato/a indietro, per una società della cura

COMUNICATO STAMPA

21 novembre, manifestazioni in tutta Italia, a Roma P.del Popolo (ore 10-14)

L’emergenza non può provocare discriminazioni tra i diritti delle persone, tra chi ha accesso a cure e reddito e chi ne è escluso/a. Così si accentuano le diseguaglianze sociali, economiche, culturali e di genere, si frantuma la società tra chi ha garanzie e sinecure di vario tipo e chi non ha né garanzie né difese economiche e sociali. Le crisi sanitarie, economiche e ambientali vanno affrontate con un piano unitario, che non lasci indietro nessuno/a, bloccando in particolare la disgregazione regionalistica. Tale piano va avviato con l’obiettivo di una radicale conversione economica, sociale, ambientale e culturale, fuori dall’economia del profitto, per una società della cura. E qui ed ora, richiediamo reddito per tutti/e e aiuti adeguati durante tutta l’emergenza sanitaria; il rispetto costante delle misure di prevenzione, salute e sicurezza nei luoghi di lavoro; investimenti e assunzioni per garantire davvero sanità e istruzione pubbliche, trasporti, casa, accoglienza.

E in particolare per l’istruzione pubblica, chiediamo l’immediata riapertura delle scuole di ogni ordine e grado, come accade in Germania, Francia, Olanda, Irlanda e persino nel Regno Unito (in pieno lockdown). La scuola è relazione umana, oltre che cognitiva, e non può essere delegata allo schermo di un computer: Mentre la scuola pubblica si prefigge la riduzione delle diseguaglianze, la cosiddetta Didattica a Distanza (DAD) le aumenta. La chiusura di quattro mesi nello scorso anno scolastico ha già provocato effetti molto negativi sull’apprendimento degli studenti, sulle loro capacità cognitive di livello più alto, sul loro spirito critico, nonché indotto processi dannosissimi a livello psicologico, sui meccanismi relazionali e affettivi. Questa nuova chiusura effettuata irresponsabilmente e caoticamente (anche a causa di quella frammentazione regionalistica che si vorrebbe acuire con la cosiddetta “autonomia differenziata”) e malgrado tutti gli indicatori pandemici dimostrino che le scuole sono un posto più sicuro di tanti luoghi restati aperti, ingigantirebbe, soprattutto se prolungata oltre il 3 dicembre, tutti i danni per gli studenti che abbiamo qui citato, e li renderebbe irreversibili e irrecuperabili per un’intera generazione.

Dunque, su questi temi, obiettivi e proposte, la coalizionePer la società della cura, di cui i COBAS fanno parte con il massimo impegno, promuove, insieme a centinaia di realtà sociali, sindacali, studentesche, a comitati, reti associative, di movimento e strutture autogestite, una grande giornata di mobilitazione nazionale con manifestazioni e iniziative in tutta Italia, nel pieno rispetto delle norme anti-Covid. In particolare a Roma la manifestazione si terrà a P. del Popolo dalle 10 alle 14.

Piero Bernocchi   portavoce nazionale COBAS – Confederazione dei Comitati di base

19 novembre 2020

BOLOGNA (ore 11)
FLASH MOB ALL’OSPEDALE MAGGIORE: sosteniamo medici, infermieri e operatori sanitari


ASCOLTA L’INTERVENTO DI di Roberta di Priorità alla Scuola Bologna