Le ragioni delle mobilitazioni studentesche e le risposte politiche
Leggi qui il comunicato integrale dei COBAS SCUOLA TORINO sulle occupazioni e manifestazioni stedentesche – ottobre 2026
La scuola non si difende con le cariche. La legalità non può essere a senso unico!
Non avevamo ritenuto opportuno intervenire prima perché pensavamo – e continuiamo a pensare – che il merito di ciò che è stato costruito in questi giorni dovesse essere lasciato interamente a chi lo ha realizzato: le studentesse e gli studenti.
Sia chiaro: noi c’eravamo. Eravamo nelle scuole, abbiamo discusso con loro, ci siamo confrontati e abbiamo dato consigli. Ma non ci sembrava corretto mettere il cappello su una mobilitazione nata dal basso, dall’autorganizzazione e dalla volontà degli studenti e delle studentesse di far sentire la propria voce.
Oggi, dopo le manifestazioni, sentiamo però il dovere di parlare. E lo facciamo senza ambiguità.
Le manifestazioni studentesche sono state bellissime. La risposta delle forze dell’ordine, invece, solleva interrogativi gravi che non possono essere liquidati con il solito racconto degli scontri.
Ancora una volta, il dibattito pubblico rischia di concentrarsi sulle immagini della tensione, mettendo in secondo piano le ragioni della protesta e le responsabilità di chi ha gestito l’ordine pubblico. Ma non si può raccontare quanto accaduto come se gli scontri fossero comparsi dal nulla, senza ricostruire la dinamica degli interventi della polizia e senza chiedersi quale ruolo abbiano avuto le cariche nell’alimentare la tensione.
Quando la risposta a una manifestazione studentesca sono gli idranti e le cariche, il problema non può essere ridotto al comportamento di chi protesta.
Le ragazze e i ragazzi sono scesi in piazza per rivendicare il diritto allo studio, denunciare i tagli alla scuola pubblica e contestare scelte politiche che continuano a sacrificare istruzione, sanità e servizi pubblici mentre si destinano risorse crescenti agli armamenti. Hanno portato nelle strade il disagio di una generazione che troppo spesso viene ascoltata soltanto quando protesta e viene trattata come un problema quando decide di organizzarsi.
Chi ha deciso le modalità dell’intervento? Quali valutazioni sono state fatte prima di procedere alle cariche? Quali misure sono state adottate per evitare che la situazione degenerasse? E soprattutto: si ritiene davvero che la repressione sia una risposta adeguata alle richieste delle giovani generazioni?
Sono domande precise, alle quali le istituzioni devono dare risposte altrettanto precise.
Non accettiamo che la parola «ordine pubblico» diventi una formula buona per giustificare qualsiasi intervento. Garantire la sicurezza significa anche proteggere il diritto di riunirsi e manifestare, limitare l’uso della forza a quanto strettamente necessario e assicurare che ogni intervento sia proporzionato e verificabile. Non significa trasformare una piazza studentesca in un terreno di scontro.
La polizia non può essere inflessibile con chi manifesta e incapace di prevenire ciò che mette in pericolo le scuole e le comunità che le abitano.
In questi giorni, mentre gli studenti cercavano di portare avanti le proprie iniziative, si sono verificate anche devastazioni in alcuni istituti. Condanniamo la distruzione degli spazi scolastici, che appartengono all’intera comunità, e chiediamo che siano accertate le responsabilità individuali. Ma proprio per questo non accettiamo che le responsabilità vengano attribuite collettivamente a un intero movimento studentesco.
Dov’era la polizia mentre alcune scuole venivano devastate da gruppi che nulla sembrano avere a che fare con le mobilitazioni studentesche?
In alcuni istituti, a pochi metri dalle caserme, possibile che nessuno abbia visto nulla? Possibile che non ci si sia accorti della presenza di gruppi che sembravano avere come unico obiettivo quello di devastare gli spazi scolastici, senza alcun legame riconoscibile con le rivendicazioni degli studenti di quelle scuole?
Come mai i comitati giovanili di Fratelli d’Italia sono intervenuti così rapidamente con comunicati che sembravano trovare nelle devastazioni la conferma delle proprie posizioni, identificando i responsabili con i cosiddetti «maranza»?
Una coincidenza politica che merita almeno una riflessione. Le devastazioni hanno messo in difficoltà il movimento, hanno colpito soprattutto gli studenti meno politicizzati e hanno offerto un facile pretesto a chi vorrebbe liquidare le occupazioni come semplice vandalismo. Non sappiamo chi ci sia dietro quei gruppi e non intendiamo attribuire responsabilità senza elementi concreti. Ma chiediamo che si indaghi seriamente, senza scorciatoie e senza utilizzare quanto accaduto per criminalizzare indiscriminatamente gli studenti.
La legalità non può essere invocata a senso unico.
Se si pretende che gli studenti rispondano delle proprie azioni, è altrettanto necessario che le modalità di intervento delle forze dell’ordine siano trasparenti, proporzionate e sottoposte a verifica. La credibilità delle istituzioni non si misura soltanto dalla fermezza con cui condannano chi protesta, ma anche dalla trasparenza con cui rendono conto del proprio operato.
Ci chiediamo inoltre perché le devastazioni e gli episodi di tensione debbano diventare il pretesto per spostare l’attenzione dalle ragioni della mobilitazione: una scuola pubblica impoverita, il diritto allo studio, le disuguaglianze e le risorse destinate agli armamenti anziché ai servizi pubblici.
In questo modo, una questione sociale e politica viene ridotta a una questione di ordine pubblico, mentre chi manifesta viene identificato con gli episodi più gravi, indipendentemente dalle proprie responsabilità individuali.
Noi non accettiamo questa operazione. Vogliamo che si faccia piena luce sui danneggiamenti, ma anche sulla gestione della manifestazione e sulle ragioni delle cariche. Vogliamo che ogni responsabilità venga accertata, senza protezioni e senza capri espiatori.
La scuola non è una caserma.
Le studentesse e gli studenti non sono un nemico da contenere. Le occupazioni e le manifestazioni sono espressioni di conflitto e partecipazione che devono essere affrontate nel rispetto dei diritti, non trasformate automaticamente in questioni di sicurezza.
Come COBAS Scuola rifiutiamo una concezione dell’ordine pubblico che finisce per mettere sullo stesso piano il dissenso e la minaccia, la protesta e la violenza. Rifiutiamo l’idea che la risposta alle contraddizioni sociali, alla precarietà e all’impoverimento della scuola pubblica debba essere affidata alla forza.
La repressione non risolve le ragioni della protesta.
Le nasconde, rischia di esasperarle e allontana ulteriormente le giovani generazioni dalle istituzioni. Una scuola che vuole educare alla democrazia deve riconoscere il valore del dissenso, anche quando è scomodo, conflittuale e mette in discussione le scelte di chi governa.
Non accetteremo che quanto accaduto venga trasformato in un pretesto per nuove strette repressive, magari un ennesimo decreto in-sicurezza. La condanna della violenza non può diventare la copertura politica per colpire il dissenso e mettere a tacere un’intera generazione.
Noi continueremo a stare al fianco delle ragazze e dei ragazzi, senza sostituirci a loro e senza appropriarci delle loro iniziative. Lo faremo perché difendere la scuola significa difendere il diritto allo studio, la libertà di espressione, la partecipazione democratica e la possibilità per le nuove generazioni di immaginare un futuro diverso.
La scuola non si difende con le cariche. La legalità non può essere a senso unico. La democrazia non si misura dalla tranquillità delle piazze, ma dalla libertà di chi le attraversa per far sentire la propria voce.
COBAS SCUOLA
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