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Valditara conferma: l’AD rafforza differenziazioni e privatizzazioni! I COBAS partecipano il 29 gennaio all’Assemblea nazionale contro l’Autonomia differenziata

Il tentativo del Ministro Calderoli di accelerare la regionalizzazione, condividendo un documento con i presidenti di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna e presentando un disegno di legge sull’attuazione dell’Autonomia Differenziata, ha subito uno stop dalla Meloni, secondo cui l’ AD deve viaggiare insieme al presidenzialismo e ai poteri speciali per Roma. Ma l’AD è stata anticipata con l’inserimento di un articolo sui LEP nella Legge di Bilancio 2023. La definizione dei LEP verrebbe affidata ad una struttura interministeriale con 6 mesi per individuarli e 6 per approvarli con DPCM. Se non ci riuscissero, sarà nominato un Commissario senza interventi del Parlamento. L’art. 7 della bozza Calderoli prevede che “dall’applicazione della presente legge e di ciascuna intesa non derivano maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. Il direttore dello Svimez, Luca Bianchi ha segnalato il pericolo “della mancanza di riequilibrio dei divari territoriali” e ha avvertito che “sono vent’anni che si attende la definizione dei LEP per il superamento del criterio della spesa storica, che sino ad oggi ha cristallizzato i divari di servizi nel nostro Paese”. Le critiche più accese riguardano la necessità del rispetto del principio di uguaglianza, di perequazione e di solidarietà nazionale, mentre il presidente Mattarella ha posto l’accento sui diritti sociali e civili ed esigenze perequative. Con l’AD all’erario sarebbero sottratte ingenti somme: il Veneto tratterrebbe il 90 % del gettito fiscale togliendo allo Stato circa 41 mld l’anno, la Lombardia oltre 100 mld, l’Emilia Romagna 43, con una perdita complessiva di 190 su 750 miliardi annui di gettito fiscale.

Si registrano dubbi in FI, mentre FdI subordina l’AD al presidenzialismo, con conseguente centralizzazione e personalizzazione del potere, senza neanche i contrappesi che vi sono, per esempio, in Francia. Avremmo così una concentrazione dei poteri a livello statale e regionale, ove la sciagurata riforma del Titolo Quinto del PD ha già creato un sistema presidenziale con scarsi contrappesi; i poteri dei governatori aumenterebbero ulteriormente con il passaggio di tutte o della maggior parte delle materie, ora di competenza ripartita tra Stato e Regioni, solo alle Regioni. Le ultime notizie, da verificare, parlano dell’abbandono del criterio della spesa storica che penalizza pesantemente il Sud e della subordinazione dell’avvio della riforma alla definizione dei LEP, che ha incontrato fin qui ostacoli tecnici e politici insormontabili. Ma avremmo comunque la frantumazione regionale dei principali servizi pubblici e dei relativi diritti sociali costituzionali. I livelli “essenziali” da garantire a tutti hanno in sé il germe della differenziazione: essenziale è solo il minimo comune denominatore e, quindi, la garanzia di una piena omogeneità dei diritti uscirebbe dagli obiettivi politici, rinunciando a garantire l’uguaglianza costituzionale. Inoltre, il deflusso di risorse dallo Stato alle Regioni spingerebbe a collocare in basso i livelli essenziali. E vanno ricordate le pesanti responsabilità del PD, che con il DDL Boccia ha aperto la strada all’AD nella versione LEP, tanto più che ora il principale candidato alla segreteria è il presidente dell’Emilia Romagna, una delle tre regioni apripista.

In particolare, ricordiamo che la relazione della Commissione di giuristi alle Commissioni bicamerali ha rilevato che “è preferibile espungere in questa prima fase la materia dell’istruzione, il cui trasferimento porrebbe problemi politici, sindacali, finanziari, tributari quasi insormontabili, con un quasi sicuro aumento dei costi di sistema sia per le Regioni destinatarie del trasferimento, sia per lo Stato”. L’istruzione è la voce più rilevante dal punto di vista finanziario: circa 5 miliardi in Lombardia e poco meno di 3 in Veneto, con migliaia di docenti e Ata in transito nei ruoli regionali con differenziazioni salariali e normative. L’AD frantumerebbe il sistema unitario di istruzione, minando alla radice diritto e libertà di insegnamento (artt. 3, 33 e 34 Cost.), subordinando la scuola all’indirizzo politico-culturale regionale e alle esigenze delle imprese locali. Anche i percorsi PCTO, l’istruzione degli adulti e tecnica superiore e gli indicatori per valutare gli studenti sarebbero decisi a livello territoriale, con progetti sempre più legati alle esigenze produttive locali. Vi sarebbero concorsi e ruoli regionali per il personale e più difficili diventerebbero i trasferimenti interregionali.

La contrattazione nazionale sarebbe residuale, con salari che potrebbero crescere a Nord e diminuire a Sud: previsioni che trovano conferma nelle dichiarazioni di Valditara, che ripropone le gabbie salariali e l’aumento del finanziamento privato. Gli stipendi di docenti e Ata devono, invece, recuperare tutti il 27% di potere d’acquisto perso in media negli ultimi decenni e adeguarsi ai livelli europei. Poi, nell’operare confronti bisogna tener conto anche del differenziale nella fornitura di servizi pubblici, che l’AD amplierebbe, perché strutturalmente quanto più si accrescono le competenze degli Enti locali, tanto più la carenza di risorse spinge verso la privatizzazione. Naturalmente i privati, che fin qui hanno usato poco gli sconti fiscali per le donazioni alle scuole, previsti dalla Legge 107/2015, chiederanno delle contropartite, condizionando pesantemente le finalità della scuola e facendone venire meno il ruolo pubblico.

Per tutte queste ragioni, i COBAS, insieme al Comitato Nazionale per il ritiro di ogni AD, hanno partecipato alla manifestazione del 21 dicembre e saranno all’Assemblea nazionale contro l’AD (Roma, Liceo Tasso, Via Sicilia, ore 10) di domenica 29 gennaio.

Carmen D’Anzi e Rino Capasso Esecutivo nazionale COBAS Scuola

IL COMUNE DI BOLOGNA AUMENTA I FINANZIAMENTI ALLE SCUOLE PARITARIE PRIVATE!

IL COMUNE DI BOLOGNA AUMENTA I FINANZIAMENTI ALLE SCUOLE PARITARIE PRIVATE!

In piena continuità con la vergognosa scelta di 9 anni fa, quando il consiglio comunale decise di ignorare l’esito del referendum che aveva indicato chiaramente la volontà dei cittadini e delle cittadine bolognesi di porre fine al finanziamento delle scuole private, Il Comune di Bologna ha deliberato un aumento del 13 % dei finanziamenti per le scuole private paritarie.

Si tratta di una conferma di una linea politica storica e di un metodo autoreferenziale, che ignora la cittadinanza, nella gestione delle scuole dell’infanzia a Bologna. La necessità di garantire il pieno accessoa tutti i bambini e le bambine che ne rimarrebbero escluse ed esclusi è il leitmotiv che da oltre dieci anni accompagna ogni nuovo rifinanziamento delle scuole private attraverso i denari pubblici, che in definitiva sono le cittadine e i cittadini a versare. Mai un accenno a una direzione politica diversa, quella indicata dall’esito del referendum del 2013, fondata sulla Costituzione, mirata ad ampliare il patrimonio pubblico, in particolare statale per quanto riguarda la scuole dell’infanzia; mai una chiara presa di posizione intorno al fatto che le scuole private abbiano diritto di esistere ma che non possano godere del sostegno economico pubblico. Ci sono sempre motivazioni contingenti, oggi la crisi economica e l’inflazione, che giustificano l’intervento del Comune a sostegno delle scuole private a partire dall’equivoco di fondo che avvicina fino ad identificate gli interessi privati con l’interesse pubblico sulla base del fatto che le scuole materne private rappresentano parte dell’offerta strutturale del territorio bolognese.

2013

La decisione del Consiglio comunale, come sempre in questi casi espressa a larghissima maggioranza, è inaccettabile e ingiustificabile. Basta con i finanziamenti alle scuole private. Chi vuole la scuola privata se la paghi! I soldi pubblici servano per finanziare la scuola pubblica, laica e pluralista.

Cobas Bologna

Contro l’Autonomia differenziata, il 21 dicembre manifestazione a Roma, al Pantheon, ore 16

Cobas Confederazione

Il tentativo del Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie di accelerare il progetto di regionalizzazione, presentando un disegno di legge, poi derubricato ad appunti, ha subito un vero e proprio stop dalla Presidenza del Consiglio ritenendo che non può precedere gli altri due obiettivi di riforma istituzionale del centrodestra, il semipresidenzialismo e i poteri speciali per Roma. Ma la vera novità è che, nel disegno di Legge di Bilancio 2023, è stato inserito un articolo sui LEP (Livelli essenziali delle prestazioni).

La definizione dei LEP verrebbe affidata a una cabina di regia interministeriale che avrà tempo 6 mesi per individuarli e 6 mesi per approvarli con decreto della Presidenza del Consiglio, con il Ministro per le Autonomie nel ruolo di guida e con la presenza, tra gli altri, del Ministro dell’Economia e del Presidente della Conferenza Stato -Regioni, tutti in quota Lega. Se entro un anno i LEP non venissero definiti sarà nominato un Commissario senza mai che il Parlamento intervenga per discutere nel merito. La prima segnalazione, dell’inserimento dell’attuazione dei LEP nella Legge di Bilancio in assenza di risorse, è giunta dallo Svimez. Luca Bianchi, direttore dello Svimez, consegnando alla Commissione Bilancio della Camera una memoria, ha segnalato il pericolo “della mancanza di riequilibrio dei divari territoriali”. Sulla bozza Calderoli le critiche più accese vengono anche da Paolo Maddalena, Vice Presidente Emerito della Corte costituzionale, dal Dipartimento Affari Legislativi della Presidenza del Consiglio e dall’Ufficio parlamentare di Bilancio che ha evidenziato, tra l’altro, la necessità del rispetto del principio di uguaglianza, di perequazione e di solidarietà nazionale.
Basterà il monito del presidente Mattarella che, all’assemblea nazionale dell’Anci a Bergamo, ha posto l’accento su temi ineludibili come diritti sociali e civili ed esigenze perequative? Se passasse questo disegno di legge, all’erario sarebbero sottratte ingenti somme di denaro. Qualche esempio: il Veneto ha chiesto di trattenere il 90 % del gettito fiscale sottraendo così alle casse dello Stato circa 41 miliardi l’anno, mentre per la Lombardia la perdita per l’erario sarebbe di oltre 100 miliardi di euro. L’Emilia Romagna tratterrebbe 43 miliardi di euro. Relativamente a queste tre regioni, si registrerebbe una perdita totale per l’erario di 190 su 750 miliardi annui di gettito fiscale. Il rischio del processo separatista si avrebbe proprio con la regionalizzazione della scuola nonostante l’ammonimento della Commissione di giuristi, presieduta dal compianto prof. Caravita che, nella relazione consegnata ai deputati e senatori delle Bicamerali del Federalismo fiscale e delle Regioni, avverte “che sia preferibile espungere in questa prima fase la materia dell’istruzione, il cui trasferimento porrebbe problemi politici, sindacali, finanziari, quasi insormontabili”.

L’istruzione, infatti, è anche la voce più rilevante dal punto di vista finanziario: circa 5 miliardi di euro in Lombardia e poco meno di 3 miliardi in Veneto con la conseguenza che migliaia di docenti transiterebbero nei ruoli regionali con effetti sulla contrattazione e possibili differenziazioni salariali. Dunque, l’autonomia regionale differenziata porterebbe alla frantumazione del sistema unitario di istruzione, minando nel contempo alla radice l’uguaglianza dei diritti, il diritto all’istruzione e la libertà di insegnamento (Cost. artt. 3, 33 e 34), e subordinerebbe l’organizzazione scolastica alle scelte politiche, prima ancora che economiche, condizionando localmente gli organi collegiali. Tutte le materie che riguardano la scuola, oggi di competenza esclusiva dello Stato o ripartita tra Stato e Regioni, passerebbero alla competenza esclusiva delle Regioni, con il conseguente trasferimento delle risorse umane e finanziarie: la legge dello Stato non potrebbe più intervenire.

Anche i percorsi PCTO, di istruzione degli adulti e l’istruzione tecnica superiore sarebbero decisi a livello territoriale, con progetti sempre più legati alle esigenze produttive locali, così come sarebbero decisi a livelli territoriale gli indicatori per la valutazione degli studenti. Anche le procedure concorsuali avrebbero ruolo regionale e più difficili diventerebbero i trasferimenti interregionali. Cosa resterà della contrattazione nazionale? Sarebbe destinato a mantenere una residuale funzione di cornice introducendo una versione regionale delle “gabbie salariali”, con i salari di alcune aree del nord che cresceranno, o resteranno stabili, e quelli del centro-sud che diminuiranno. Per tutte queste ragioni, i COBAS, congiuntamente con il Comitato Nazionale per il ritiro di ogni autonomia differenziata, parteciperanno alla manifestazione che si terrà a Roma, il prossimo 21 dicembre, dalle 16.00, a piazza del Pantheon, rigettando un disegno di legge, le cui decisioni negherebbero il principio di eguaglianza formale e sostanziale prevista dall’articolo 3 della Costituzione, frammentando l’assetto istituzionale del Paese e aumentando le distanze tra il Nord e il Sud, le disuguaglianze sociali, la disparità dei diritti e chiedendo l’applicazione effettiva del principio di perequazione, di solidarietà e coesione nazionale.

    
Esecutivo nazionale COBAS Scuola

Totale solidarietà dei COBAS Scuola ad Antonio Mazzeo

Antonio Mazzeo, docente e peace researcher, da sempre impegnato, personalmente e professionalmente, sui temi della pace, da anni osserva e denuncia l’invasività delle forze armate non solo per esercitazioni e installazioni militari, ma anche per l’autopromozione che svolgono all’interno delle nostre scuole pubbliche.

Oggi è sottoposto a processo, per “diffamazione a mezzo stampa”, in qualità di autore dell’articolo pubblicato il 21 ottobre 2020 su alcune testate giornalistiche, dal titolo A Messina Sindaco e Prefetto inviano l’esercito nelle scuole elementari e medie con il plauso dei Presidi. In effetti, Antonio Mazzeo aveva criticato la preside di un istituto comprensivo di Messina che, obbedendo a discutibili disposizioni anti-assembramento emanate da sindaco e prefetto in fase covid 19 – siamo all’ottobre 2020 – consentiva il posizionamento di militari della Brigata Aosta davanti all’ingresso della scuola primaria, con lo spavento dei bambini e le proteste dei genitori. Il quasi unanime sconcerto per i presìdi armati dell’Esercito in una scuola primaria convinse Prefettura e Comune di Messina a revocare d’urgenza il (presunto) ordine di invio e utilizzo dei militari a fini anti-assembramento. Così il giorno successivo, 22 ottobre, nella scuola di Paradiso si presentarono solo due vigili urbani, in moto e disarmati.

Nonostante tutto, la DS dell’istituto dichiarò alla stampa di condividere l’operato dei militari e la legittimità del provvedimento di “ordine pubblico”, ritenendo lesive della sua dignità le seguenti affermazioni di Antonio Mazzeo secondo cui la DS: “oltre a essere evidentemente anni luce distante dai modelli pedagogici e formativi che dovrebbero fare da fondamento della Scuola della Costituzione repubblicana (il ripudio della guerra e l’uso illegittimo della forza; l’insostituibilità della figura dell’insegnante e l’educare e il non reprimere, ecc.), si mostra ciecamente obbediente all’ennesimo Patto per la Sicurezza Urbana, del tutto arbitrario ed autoritario e che certamente non può e né deve bypassare i compiti e le responsabilità del personale docente in quella che è la promozione e gestione delle relazioni con i minori”.

Noi non solo esprimiamo totale solidarietà ad Antonio Mazzeo, ma lo ringraziamo per la difesa della scuola della Costituzione, soprattutto oggi dopo le gravi dichiarazioni del Presidente del Senato, promotore della cosiddetta “mini naja volontaria”, che prevede per i giovani una serie di incentivi come crediti per la carriera scolastica e per i concorsi pubblici. Ribadiamo, infine, che voci come quella di Antonio non potranno essere imbavagliate perché stanno a difesa della società civile e di quella parte di essa, gli studenti, che ha pieno diritto di svilupparsi libera dalla presenza militare.
   

 Esecutivo nazionale COBAS Scuola

“Giù le armi, su i salari” – Sciopero generale dei sindacati di base, venerdì 2 dicembre 2022

Durante la giornata di sciopero indetto dai sindacati di base, ci saranno diverse mobilitazioni che metteranno al centro le rivendicazioni dei lavoratori e delle lavoratrici, in questo periodo di crisi dovuto agli effetti di guerra, pandemia, crisi ambientale, energetica e carovita, che sono tutte facce dello sfruttamento capitalista degli esseri umani e della natura.

In questi giorni, mentre il governo delle destre mostra il pugno duro con i migranti, i giovani, i diritti delle persone LGBTQ+, il diritto all’aborto, ha già mostrato di voler continuare a lasciare intatti gli interessi dei pochi che in questa crisi si sono arricchiti e si prepara a reprimere il dissenso.

Nella manifestazione del 2 dicembre porteremo per le strade di Bologna le tante lotte contro la guerra e l’economia di guerra, per l’aumento dei salari, un lavoro dignitoso e rispettoso dell’ambiente, la transizione energetica, il diritto a casa, scuola, sanità e trasporti pubblici adeguati e accessibili a tutte/i. Infine, in continuità con le mobilitazioni delle ultime settimane, porterà la protesta contro i progetti di speculazione nel nostro territorio, come l’allargamento del Passante di mezzo.

Fine del mondo e fine del mese stessa lotta!”

Venerdì 2 dicembre 2022

Manifestazione a Bologna

Piazza XX settembre ore 10

CONFEDERAZIONE COBAS SGB SICOBAS USB USI-CIT

Per adesioni scrivere a sciopero2dicBologna@gmail.com 

Per aggirnamenti visita qui

2 DICEMBRE 2022 –SCIOPERO GENERALE e SOCIALE

con manifestazioni regionali o provinciali

BOLOGNA ore 10 Piazza XX settembre

I COBAS SCUOLA, nell’ambito dello sciopero generale e sociale indetto da tutto il sindacalismo di base, convocano lo sciopero dell’intera giornata del 2 dicembre 2022 del personale docente e Ata delle scuole di ogni ordine e grado per dire:

–          SÌ al completamento del CCNL 2019-21 con aumenti uguali per tutti per recuperare il 30% del potere d’acquisto perso negli ultimi decenni e tutelare i salari reali dal caro energia e dall’inflazione al 12%. Gli aumenti previsti dal recente rinnovo parziale della parte economica vanno,per il personale con 20 anni di servizio, dai 56 euro lordi (41 netti circa) per i collaboratori scolastici ai 77 euro lordi (circa 66 netti) dei docenti delle superiori, per cui sono assolutamente insufficienti.SI alla reintroduzione della “scala mobile”.

–          NO al nuovo reclutamento con un triplice percorso ad ostacoli. NO alla formazione di regime con un premio una tantum per i bravi e un incremento stipendiale stabile per i super-bravi. NO alla gerarchizzazione, alla competizione individuale tra i docenti e al presunto merito. NO alla didattica delle competenze addestrative. ad una scuola che punti allo sviluppo degli strumenti cognitivi, dell’autonomia e dello spirito critico.

–          SÌ all’uso di tutte le risorse disponibili per eliminare le classi pollaio, ridurre a 20 il numero massimo di alunni per classe (15 con alunni con disabilità), assumere i docenti con 3 anni di servizio e gli Ata con 2, rilanciare il tempo pieno, combattere la dispersione e per un piano straordinario per l’edilizia scolastica e la sicurezza.

–          SÌ al potenziamento degli organici docenti ed Ata, all’immissione in ruolo su tutti i posti vacanti e al ripristino integrale delle sostituzioni con supplenze temporanee. NO ai blocchi triennali dopo la mobilità o assunzione da concorso.

–          NO all’algoritmo per l’assegnazione delle supplenze che ha strutturalmente creato ingiustizie, con docenti che non lavorano nonostante abbiano punteggi più alti di altri in servizio. SÌ alle convocazioni in presenza, che garantiscono la trasparenza e la flessibilità necessaria per situazioni in continuo cambiamento.

–          NO all’Autonomia differenziata, che creerebbe 20 sistemi scolastici diversi, con l’aumento delle disuguaglianze e la frantumazione del diritto sociale all’istruzione.

–          NO ai PCTO obbligatori per le scuole superiori e agli stage obbligatori per la formazione professionale; BASTA ALLE MORTI SUL LAVORO DEGLI STUDENTI, che sono la regola e non l’eccezione, dato che in Italia ci sono in media 3 omicidi sul lavoro al giorno.

–          NO alla regolamentazione del diritto di sciopero, che il nuovo accordo restringe ulteriormente, ampliando i poteri dei dirigenti fino alla possibilità di sostituire i lavoratori in sciopero. SÌ alla difesa del diritto disciopero e al rilancio degli organi collegiali come strumenti di democrazia sostanziale per contrastare la scuola azienda.

Sciopero alle “Aldrovandi- Rubbiani” Comunicato stampa

Bologna, 18 novembre 2022
Sciopero alle “Aldrovandi- Rubbiani”, oggi 18 novembre 2022, indetto da Cisl Scuola AMB, Cobas Scuola Bologna, FLC CGIL Bologna e Gilda Bologna.
Alle 8.00 del mattino è iniziato il presidio davanti alle sede di via Marconi con docenti, personale Ata, lavoratrici e lavoratori dell’istituto oggi in pensione, sindacati ed RSU. Molte le adesioni, la grande maggioranza del personale, con veramente poche classi che oggi hanno fatto lezione, che rappresentano motivo di grande soddisfazione.
Una forma di protesta inedita in città, perché da decenni lavoratrici e lavoratori non erano scesi in sciopero contro la gestione di un Dirigente.

Oggi si è scioperato per:

  • il rispetto del ruolo e delle decisioni degli organi collegiali,
  • un’organizzazione del lavoro ATA che rispetti la vita privata di ciascuno, evitando un uso indiscriminato della flessibilità,
  • la chiarezza nelle comunicazioni,
  • la trasparenza dell’uso delle risorse (umane ed economiche),
  • un ambiente di lavoro sereno e collaborativo, dove confronto e condivisione siano le parole d’ordine,

ma contro una gestione dirigenziale che ha fatto delle decisioni “calate dall’alto” la propria cifra come, ad esempio, l’inspiegabile imposizione del servizio dei docenti in più plessi nella stessa giornata, costringendo tutti a spostarsi più volte nella stessa mattina tra le varie sedi cittadine.

Anche gli studenti, oggi in sciopero, hanno mostrato la loro solidarietà ai personale della scuola, intervenendo al presidio.

Come previsto, il presidio si è spostato con un corteo sotto le finestre dell’Ufficio scolastico regionale, dove una delegazione formata da rappresentanti sindacali e lavoratori è stata ricevuta.

L’USR Emilia Romagna ha ascoltato con attenzione quanto riportato, chiedendo di “avere fiducia nell’Amministrazione” e assicurando che avrebbe approfondito la questione già nelle prossime settimane per trovare soluzioni alla situazione venutasi a determinare.

Come OO.SS. ed RSU che hanno indetto lo stato di agitazione prima e lo sciopero poi, esprimiamo grande soddisfazione per la grande partecipazione di lavoratrici e lavoratori e ci aspettiamo un cambiamento significativo nella direzione da noi indicata da parte della dirigenza.

Se non dovessimo ritrovarci in tale situazione, annunciamo fin d’ora che lo stato di mobilitazione continuerà con altre iniziative.

FLC CGIL Bologna
COBAS SCUOLA Bologna
CISL SCUOLA Amb
GILDA UNAMS Bologna

LO SCIOPERO DELL’IPSAS ALDROVANDI-RUBBIANI DI BOLOGNA.

Docenti e ATA in lotta per una scuola partecipata e condivisa, contro presidi-padroni e scuola-azienda

I sindacati Cobas scuola, Flc Cgil, Cisl scuola, Gilda e la RSU di Istituto, su mandato di una affollata assemblea di docenti e ATA, hanno proclamato lo sciopero dell’intera giornata per venerdì 18 novembre con presidio dalle ore 8 in Via Marconi 40.

Una parte significativa della comunità scolastica ha orgogliosamente deciso di promuovere lo sciopero in un singolo istituto, cosa che non si vedeva da decenni, a seguito del drastico peggioramento delle relazioni e del clima di grande disagio che si respira nella scuola, con evidenti ricadute sul benessere collettivo e sulla qualità del lavoro. Tutto ciò accade a causa della gestione dirigista e autoritaria della dirigenza, supportata dallo staff.

Sappiamo che la situazione dell’Istituto Aldrovandi-Rubbiani presenta tratti presenti anche in altre scuole, poiché corrisponde ad un determinato modello di gestione, verticistico e con forti caratteristiche di autoritarismo. Questa strategia si fonda sui nefasti cambiamenti degli ultimi decenni, volti a trasformare la scuola in senso aziendalista, e su provvedimenti che hanno la precisa intenzione di affermare lo strapotere dei/delle dirigenti a scapito della dignità di chi lavora a scuola, della collegialità e del confronto con le rappresentanze sindacali.

La vita della scuola, le scelte didattico-organizzative, la gestione delle risorse umane e finanziarie, tendono a diventare appannaggio esclusivo di dirigenti che si auto-investono del potere salvifico di rappresentare l’intera comunità scolastica, nonché il bene generale della scuola pubblica tout court.

Organizzazioni sindacali di categoria come l’ANP (Associazione Nazionale Presidi) sostengono da anni la necessità di accrescere sempre più i poteri dei/delle dirigenti (oltre che le loro retribuzioni) nella gestione del personale e delle risorse economiche assegnate, senza i lacci e lacciuoli della burocrazia e delle norme contrattuali.

In alcune scuole ha così preso piede la pratica verticistica costruita attraverso la fidelizzazione di un corpo fiduciario ristretto di collaboratori e collaboratrici, sempre in sintonia con “il capo” e con la sua linea gestionale, un corpo nettamente separato dalla stragrande maggioranza di docenti e ATA, inquadrata in compiti meramente esecutivi. Queste scelte organizzative promuovono il rapporto diretto con il personale “sottoposto” di cui la/il dirigente si arroga il diritto di interpretare il “bene” e, al contempo, garantiscono la pervasività delle decisioni dirigenziali a scapito di ogni eventuale discussione o critica.

Si tratta, dunque, di un modello di gestione che può anche avere, a seconda dello stile dirigenziale, il suo corollario di premi e punizioni, di intimidazione e di paura, che coinvolge soprattutto il personale precario e neoassunto, ma che si allarga a tutte e tutti coloro che semplicemente “non vogliono avere problemi” o hanno già sperimentato il peggioramento della qualità della vita conseguente a conflitti con una figura superiore.

Questo modo di esercitare la funzione dirigenziale sta diventando sempre più diffuso e non può essere considerato una eccezionale anomalia. Non è un mistero, infatti, che esista da tempo una parte di dirigenti scolastici, e anche del mondo politico e intellettuale, che ha fatto del presunto merito, ben prima che fosse incorporato nella denominazione del Ministero dell’Istruzione, il perno ideologico di questo modello di scuola e che ha sostenuto la differenziazione di carriera tra docenti e l’istituzione del bonus premiale, che alcune e alcuni dirigenti continuano ostinatamente a mantenere in vita anche dopo la sua cancellazione di fatto con la legge di Bilancio del 2020. Il bonus ha un solo vero significato, al di là della foglia di fico dei criteri di attribuzione: dare al/alla dirigente la possibilità di riconoscere un beneficio economico a chi lavora per lei/lui. A ciò si aggiunge il potere acquisito di dispensare esoneri dall’insegnamento per attività organizzative a chi fa parte del suo staff, senza dover contrattare nulla con chicchessia. Un modello privatistico, che concepisce le risorse umane e finanziarie della scuola come patrimonio del/della dirigente oppure come appannaggio della funzione dirigenziale.

Nella lotta di docenti e ATA della scuola Aldrovandi Rubbiani vediamo uno scatto di orgoglio, la volontà di resistere al processo disgregativo che ha investito una grande comunità scolastica, evitando che le singole persone si ritrovino sole, impotenti e sottomesse.

Ciò che sta accadendo è ora a disposizione del dibattito pubblico, al di fuori delle mura scolastiche, svelando la realtà che spesso si nasconde dietro le scuole di vetrina, pronte a fare marketing sui progetti più accattivanti e ad occupare le pagine dei giornali, nascondendo la miseria di relazioni umane che dilaga al proprio interno.

Le colleghe e i colleghi, docenti e ATA in lotta contro l’autoritarismo della dirigente, hanno mostrato a tutte e tutti noi che è possibile preservare e rafforzare la coesione dei lavoratori e delle lavoratrici, praticare la condivisione e non la competizione, ed anche che è possibile affermare un modello di scuola diverso, partecipativo e orizzontale, che faccia del rispetto e del benessere relazionale il fondamento della qualità del lavoro.

Cobas Scuola Bologna

Campagna bastastress

Verso lo sciopero generale e sociale del 2 dicembre 2022

I COBAS SCUOLA, nell’ambito dello sciopero generale e sociale in didetto da tutto il sindacalismo di base, convocano lo sciopero dell’intera giornata del 2 dicembre 2022 del personale docente e Ata delle scuole di ogni ordine e grado per dire:

  • SÌ al rinnovo del CCNL scaduto da 3 anni con aumenti uguali per tutti per recuperare il 30% del potere d’acquisto perso negli ultimi decenni e tutelare i salari reali dal caro energia e dall’inflazione al 12%. SI alla reintroduzione della “scala mobile”.
  • NO al nuovo reclutamento con un triplice percorso ad ostacoli. NO alla formazione di regime con un premio una tantum per i bravi e un incremento stipendiale stabile per i super-bravi. NO alla gerarchizzazione, alla competizione individuale tra i docenti e al presunto merito. NO alla didattica delle competenze addestrative. SÌ ad una scuola che punti allo sviluppo degli strumenti cognitivi, dell’autonomia e dello spirito critico.
  • SÌ all’uso di tutte le risorse disponibili per eliminare le classi pollaio, ridurre a 20 il numero massimo di alunni per classe (15 con alunni con disabilità), assumere i docenti con 3 anni di servizio e gli Ata con 2, rilanciare il tempo pieno, combattere la dispersione e per un piano straordinario per l’edilizia scolastica e la sicurezza.
  • SÌ al potenziamento degli organici docenti ed Ata, all’immissione in ruolo su tutti i posti vacanti e al ripristino integrale delle sostituzioni con supplenze temporanee. NO ai blocchi triennali dopo la mobilità o assunzione da concorso.
  • NO all’algoritmo per l’assegnazione delle supplenze che ha strutturalmente creato ingiustizie, con docenti che non lavorano nonostante abbiano punteggi più alti di altri in servizio. SÌ alle convocazioni in presenza, che garantiscono la trasparenza e la flessibilità necessaria per situazioni in continuo cambiamento.
  • NO all’Autonomia differenziata, che creerebbe 20 sistemi scolastici diversi, con l’aumento delle disuguaglianze e la frantumazione del diritto sociale all’istruzione.
  • NO ai PCTO obbligatori per le scuole superiori e agli stage obbligatori per la formazione professionale; BASTA ALLE MORTI SUL LAVORO DEGLI STUDENTI, che sono la regola e non l’eccezione, dato che in Italia ci sono in media 3 omicidi sul lavoro al giorno.
  • NO alla regolamentazione del diritto di sciopero, che il nuovo accordo restringe ulteriormente, ampliando i poteri dei dirigenti fino alla possibilità di sostituire i lavoratori in sciopero. SÌ alla difesa del diritto di sciopero e al rilancio degli organi collegiali come strumenti di democrazia sostanziale per contrastare la scuola azienda.

Nella giornata si svolgeranno in tutta Italia manifestazioni regionali e provinciali.

2022Firenze 10-13 novembre 2022

Dal 10 al 13 novembre si svolgerà a Firenze il ventennale del primo Forum Sociale Europeo. Venti anni fa, infatti, Firenze ospitava il primo Forum Sociale Europeo: un anno dopo la grande violenza di Stato a Genova, il movimento altermondialista diede vita al suo più grande incontro europeo, pacifico e di massa, accolto in una città aperta e accogliente. Dal FSE di Firenze venne lanciata la più grande mobilitazione mai realizzata al mondo, il 15 febbraio 2003, contro la guerra in Iraq: 110 milioni di persone in piazza in tutto il pianeta. Il New York Times definì quel movimento “la seconda superpotenza mondiale”. Oggi, in un momento tragico per la storia europea, in un’Europa profondamente segnata dalla pandemia, da una guerra di cui non si vede la fine e da una generale situazione di crisi economica e ambientale, reti sociali, organizzazioni e movimenti di tutta Europa si incontrano di nuovo a Firenze. Centinaia di attivisti, in rappresentanza di più di 150 organizzazioni italiane, europee e internazionali, discuteranno insieme per darsi maggiore forza ed efficacia di fronte alle grandi sfide dell’oggi: la guerra nel nostro continente, il collasso climatico e ambientale, l’inaudita crescita della diseguaglianza, il consenso popolare alla destra estrema, lo svuotamento della democrazia.

Ci si incontrerà, così, nuovamente, per creare uno spazio collettivo e partecipato di comunicazione a livello europeo, confrontandosi durante quattro giornate. Il 10 e 11 novembre si terranno 40 eventi tematici, autorganizzati dalle diverse reti e associazioni europee su molti temi diversi: fra questi crisi energetica e carovita, sovranità alimentare, lavoro, transizione ecologica, pace, diritti delle donne e di genere, femminismo, acqua e beni comuni, salute e sanità, diritto alla casa; il 12 e il 13 novembre si svolgeranno plenarie tematiche e ci sarà una riunione finale europea per raccordare le comuni iniziative e decidere le modalità di interconnessione delle mobilitazioni.

In tale contesto i COBAS saranno presenti con le seguenti iniziative:
CESP – Centro Studi Scuola Pubblica- Giovedì 10 novembre

Educazione al genere e alle differenze. Istruzione e cultura in carcere. Contro la medicalizzazione degli studenti e i TSO. In difesa dei diritti civili sotto attacco”.

h 9,30 – 16,30 – c/o SMS Rifredi Firenze Via Vittorio Emanuele II, n.303

Un seminario in sostegno e in difesa dei diritti civili. Le libertà e i diritti civili sono, infatti, connessi, interdipendenti e indivisibili e solo attraverso la loro promozione e protezione si può contribuire alla costruzione di una società più coesa. Così, la lotta al razzismo e alla xenofobia, il contrasto a ogni forma di discriminazione basata sul sesso, sull’orientamento sessuale, sull’identità o l’espressione di genere, il superamento di ogni pregiudizio, la costruzione di un sistema sociale che rispetti i diritti di tutti e tutte coloro che sono privati della libertà personale (detenuti, persone in TSO, anziani nelle RSA, migranti nei Centri di accoglienza), divengono centrali nella nostra società.

COBAS Lavoro privato – Venerdì 11 novembre

“Il lavoro in una prospettiva di decrescita – Embrionali esperienze e proposte per il cambiamento”

h 10.00 – 13.00 – c/o Teatro L’Affratellamento – Via Giampaolo Orsini, 73, 50126 – Firenze

Il seminario di approfondimento vuole avviare un confronto a tutto campo insieme ad associazioni che da anni approfondiscono il tema della decrescita partendo anche da esperienze e testimonianze dirette in diversi settori produttivi.

Confederazione COBAS – Venerdì  11 novembre
Ambiente, Beni Comuni, Energia, Lavoro, società : un altro sistema è necessario”

h 17,00 – 20,00 c/o Teatro L’Affratellamento – Via Giampaolo Orsini, 73, 50126 – Firenze

Il seminario/tavola rotonda propone un confronto con i rappresentanti di comitati e movimenti di difesa del territorio – in particolare toscani – da anni in mobilitazione. Fra questi:  Presidio No INC e No AEREOPORTO di Campi Bisenzio, Il Movimento Toscano dell’Acqua, La Rete No rigassificatori, La Rete NOGESI (no geotermia elettrica), La Campagna nazionale “Per il Clima Fuori dal Fossile” e la neonata RETE LAVORO SICURO che si occupa si sicurezza nei luoghi di lavoro. Un contributo rilevante verrà anche dalla partecipazione dello STES, il principale sindacato scuola spagnolo, e della Confederacion Intersindical (di cui STES fa parte), con le quali organzzazioni i COBAS hanno da tempo un rapporto molto positivo di confronto, discussione e iniziative unitarie.

Il 12 e 13 novembre al Palaffari di P. Adua, di fronte alla Stazione S. Maria Novella si terrà una grande Assemblea europea in tre sessioni sui seguenti temi: 1) Dove va lEuropa e qual è il suo ruolo in un mondo che cambia? 2) Dal rancore e dalla solitudine alla speranza collettiva: come battere il consenso alla destra nella società? 3) Avere ragione non basta: come essere efficaci al tempo della democrazia svuotata?

Interverranno attivisti di reti, movimenti e organizzazioni di molti paesi fra cui Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Italia, Norvegia, Portogallo, Regno Unito, Serbia, Spagna, Ungheria, Brasile, Iraq, Libia, Kenia.Per noi interverranno Rino Capasso dell’EN confederale nella prima sessione, Vincenzo Miliucci dell’EN confederale nella terza, mentre il nostro portavoce nazionale confederale Piero Bernocchi introdurrà e presiederà la seconda sessione.

Il pomeriggio del 12 novembre, alle 15:30 l’assemblea europea diventerà mondiale, grazie a un collegamento online, ospitando altre centinaia di persone da tutti i continenti per un incontro con gli attivisti riuniti a Sharm el Sheikh in occasione della COP27.

Confederazione COBAS