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Sul concorso docenti legato ai fondi PNRR e sul diritto a parteciparvi

È uscito il bando per il nuovo concorso per insegnanti, legato ai fondi del PNRR e destinato a chi ha già conseguito i 24 CFU oppure ha 3 anni di servizio nella scuola. Le iscrizioni sono aperte dall’11 dicembre 2023 al 9 gennaio 2024. Molte persone attualmente precarie a scuola quindi parteciperanno alla selezione che avverrà durante i prossimi mesi.

Il concorso consiste in una prova scritta, su materie psico-pedagogiche e metodi di valutazione, e in una prova orale sulla propria disciplina di insegnamento. Quest’ultima si articolerà in una lezione simulata su un argomento estratto 24 ore prima e in una serie di domande, sempre inerenti alla disciplina, estratte la mattina stessa. In più, per alcune materie ci sarà la prova pratica (che dipende dalla disciplina). Alla fine di questo percorso ci sarà la valutazione dei titoli secondo un’apposita tabella.

Vector art illustration.

Bisogna precisare che questo concorso non è abilitante: chi vince si avvia nella procedura di ingresso in ruolo che dura due anni e per vincere il concorso è necessario arrivare nelle posizioni utili rispetto ai posti banditi. Non ci sarà una graduatoria di persone idonee, anche se si andrà a scorrimento in caso di rinunce (ma le graduatorie durano solo un anno). Per l* precari* ci sarà anche una graduatoria particolare che riserva il 30% dei posti banditi, ma non è ancora chiaro come verranno scelti i posti (per esempio, ad agosto 2023, chi ha vinto il recente concorso straordinario-bis, pensato proprio per chi era precari*, si è ritrovat* a scegliere in coda alle altre procedure).

Comunque, in caso tutto vada bene, coloro che vincono questo concorso a settembre 2024 avranno un contratto a tempo determinato per un anno scolastico durante il quale dovranno conseguire l’abilitazione all’insegnamento: un corso universitario su materie psico-pedagogiche e metodi di valutazione da 30 CFU al costo (massimo) di 2000 euro. Una volta sostenuta la prova finale (150 euro), a settembre 2025 partirà l’anno di prova.

Riassumendo (alcuni de) gli aspetti critici principali:

 1) la prova scritta è sugli stessi argomenti che poi verranno studiati nel corso abilitante da 30 CFU, sarebbe interessante capire il senso di testare delle persone prima che abbiano accesso ai corsi sui medesimi argomenti.

 2) Perché l’anno durante l’abilitazione è a tempo determinato? Insomma, il primo regalo che ci fa il concorso è un altro anno di precariato.

3) Chi vince il concorso paga un sacco di soldi per tutto il processo di reclutamento e non è detto che tali spese siano affrontabili da chiunque allo stesso modo.

4) Nella tabella di valutazione titoli, un assegno di ricerca vale 12,5 punti, mentre 1 anno di servizio a scuola vale 2 punti. In altre parole, un anno di lavoro nell’università vale più di 6 anni di precariato a scuola. E meno male che questo era il concorso per chi è precario.

Questo diritto manca, purtroppo, nel contratto nazionale ed è una palese ingiustizia. Basti pensare che, se tutto va bene, chi è precario necessità di almeno 3 permessi non retribuiti per partecipare al concorso (uno per la prova scritta, uno per estrarre la traccia dell’orale, uno per l’orale) – anzi 4 se c’è anche la prova pratica. Il concorso costa a chi è precario almeno 3 o 4 giornate senza stipendio, senza contare poi i giorni aggiuntivi e tutte le spese per gli spostamenti nelle sedi dove si svolgono i concorsi, spesso molto distanti dal proprio luogo di residenza. Detto in altri termini: chi è attualmente dipendente a tempo determinato della scuola pubblica non viene pagato per diversi giorni, proprio dalla scuola pubblica, perché deve andare a fare un concorso che potrebbe permettergli di diventare dipendente a tempo indeterminato della scuola pubblica stessa. Contorto, assurdo, inspiegabile.

Se da una parte la mancanza di logica e stabilità nelle modalità in cui avviene il reclutamento di chi insegna è un capriccio del governo di turno che propone la sua ricetta, d’altra parte la costanza nel ledere i diritti del personale precario della scuola è stupefacente.

Ma è comprensibile se si mettono insieme tutti i pezzi di questi anni, in cui chi è precari* ha sistematicamente visto ridotto il valore del proprio servizio svolto presso le istituzioni scolastiche (e la tabella dei titoli del prossimo concorso, come si diceva sopra, ne è una prova ulteriore).

Con questo quadro sfavorevole e stressante che si ripete già da molti anni e molti concorsi, noi pretendiamo, come minimo, che nei prossimi mesi le dirigenze scolastiche diano al personale precario della scuola che intende partecipare al concorso la possibilità di usufruire dei giorni di ferie previsti dal contratto nazionale, diritto troppo spesso negato in questi ultimi anni, per via di presunte difficoltà nell’effettuare le sostituzioni. Si tratta di una richiesta di buon senso verso chi già lavora a scuola e aspira a lavorarci ancora, e noi la porteremo avanti assieme a* collegh* precari* presso gli Uffici Scolastici e le segreterie.

COBAS Scuola Bologna

NO alla sperimentazione dei Tecnici e Professionali di 4 anni

NO alla sperimentazione dei Tecnici e Professionali .

Il 7 dicembre il governo, scavalcando l’iter parlamentare, ha emanato un decreto con carattere di urgenza  per la riforma degli Istituti Tecnici e professionali, riforma che è stata avviata con il DDL 144 del 2022 e che, nel quasi silenzio generale, stravolge ulteriormente il fine Costituzionale della Scuola, ovvero contribuire a rimuovere “gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”(art 3). 

Il Governo infatti vorrebbe estendere il modello introdotto nel 2017 con la Riforma dei Professionali a tutto il sistema dell’istruzione tecnica e professionale.
Evidentemente gli effetti di quella trasformazione non sono considerati negativi, mentre persino gli ultimi risultati degli Ocse Pisa ne dimostrano il fallimento: complessivamente, negli istituti professionali e nella formazione professionale il 60% di studenti non raggiunge le competenze minime in matematica e in lettura. 

Con il DDL 924 nasce la filiera formativa tecnologico professionale, la quale – già dai termini – nulla ha a che vedere con principi educativi e pedagogici che dovrebbero essere alla base di qualunque percorso di istruzione.

Foto di Johnny Gutierrez da Pixabay

Cosa sono?

Sono l’ennesimo tentativo per separare la formazione pensata per il lavoro dall’istruzione tout court, asservendo il Sistema scolastico, ancora una volta, alle aziende.

Infatti crea percorsi sperimentali che dovrebbero realizzare gli obiettivi del “Piano nazionale “Industria 4.0”, a cui le Regioni possono aderire in base alle “esigenze specifiche del territorio” ovvero, in base agli interessi dei soggetti privati che ne condizionano le decisioni politiche.

Si prevede di istituire reti (chiamate retoricamente campus) costituite da:

  • gli attuali istituti tecnici e istituti professionali statali;
  • la formazione professionale (IeFP);
  • i percorsi di istruzione e formazione tecnica superiore (IFTS);
  • gli ITS Academy;
  • “altre istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado” (i Licei, se interessati, in particolare il liceo del “Made in Italy”);
  • le Università e le Accademie ed eventuali enti pubblici e privati presenti sul territorio (città metropolitane, comuni, imprese, fondazioni, onlus, istituti bancari ecc.).
  • Inoltre, la sperimentazione prevede l’obbligo di attivare percorsi didattici tenuti direttamente dalle aziende. 

Tradotto:

la scuola pubblica si fonde con gli interessi privati affinché anche l’istruzione tecnica e professionale siano esclusivamente volte a formare lavoratori e lavoratrici utili alle aziende specifiche di quel territorio.

Come?

Gli Istituti Tecnici e Professionali avranno durata quadriennale e chi li frequenterà potrà muoversi, “orizzontalmente e verticalmente”, tra tutte le istituzioni del campus (vedi sopra). Le 1056 ore del quinto anno verranno spalmate nei quattro precedenti con lezioni che potrebbero essere svolte allungando il calendario scolastico nei mesi estivi oppure prolungando, nel pomeriggio, l’orario settimanale. Queste ore potranno anche essere appaltate agli altri soggetti della rete, con l’utilizzo massiccio degli esperti esterni e sono previsti accordi di partenariato con i privati che prevedono la possibilità di assolvere all’obbligo scolastico tramite degli stage in azienda a partire dai 15 anni. Inoltre, per permettere tutto questo gli/le insegnanti dovranno predisporre percorsi flessibili, personalizzati e certificati attraverso le Unità di Apprendimento (UDA).

Tradotto:

ti iscrivi a un tecnico o a un professionale, puoi frequentare “pacchetti formativi” a scuola o presso gli altri componenti istituiti della tua Regione, gli/le insegnanti saranno sommersi dall’inutile burocrazia delle UDA, gli esperti esterni ti faranno lezioni e una volta compiuti 15 anni, potresti entrare in azienda sottopagat* e privat* di una cultura generale che, nella vita, aiuta a non essere manipolat*. Se poi sei iscritto/a alla formazione professionale (IeFP), sarà l’INVALSI a valutare se hai raggiunto le competenze previste per accedere agli ITS Accademy o – senza esame preliminare – all’Esame di Stato. Cogliete l’aberrazione? Una cosa è, come era in passato, fare un breve stage aziendale, altra cosa è  essere formati solo ed esclusivamente per e dalle aziende. Ciò significa da un lato che si acquisiscono solo competenze specifiche richieste dalle imprese di quel territorio, dall’altro che quella parte che la Costituzione chiama “sviluppo della persona umana”, viene lasciata solo a chi frequenta i Licei.

  • Innanzitutto il nostro orario di lavoro verrà rivoluzionato (art 1 c. 2). La relazione tecnica su questo è chiarissima: la riduzione di un anno nella durata del corso di studi è controbilanciata da:
    a) un maggiore numero di ore settimanali di lezione da realizzare nel pomeriggio;
    b) oppure, un maggiore numero annuale di giorni di lezione da fare durante l’estate. 
  • La burocrazia aumenta vertiginosamente a causa del sistema delle certificazioni che riguarderà sia tutte le unità di apprendimento (UDA) sia la personalizzazione delle 1056 ore che gli /le studenti dovranno svolgere all’interno dei percorsi offerti dalla filiera tecnologico-professionale. 
  • Nonostante il DDL specifichi che questi cambiamenti non andranno a intaccare i posti degli/delle insegnanti di ruolo, possiamo già prevedere che ci sarà un calo drastico dei posti in organico di fatto
    : che ne sarà di quelle migliaia di precari/e che hanno permesso, ogni anno, il funzionamento della scuola?
  • Il tutto avviene ovviamente senza ulteriore oneri per la finanza pubblica quindi ci pagheranno sempre la stessa miseria.

SÌ, DOBBIAMO.
Questo decreto (e il Decreto Legge in discussione in Senato) prevede la delibera di adesione da parte dei collegi entro il 30 dicembre . Se, quando ci verrà proposto, diremo di no a qualsiasi sua articolazione, allora avremo contribuito a fermare questa deriva.

Ma ATTENZIONE.
I grimaldelli che i DS useranno saranno allettanti.
Ci diranno che le scuole aderenti alla sperimentazione acquisiscono prestigio; 
Ci diranno di non preoccuparci,
che ci sarà da fare qualche ora in più, massimo un paio di settimane a giugno o a settembre;
Ci diranno che poi non possiamo lamentarci se gli italiani pensano che non lavoriamo mai e abbiamo tre mesi di vacanze pagate;
E infine ci diranno che lo dobbiamo fare per il bene dei/delle nostri/e studenti.

Lo faremo ancora?
Accetteremo la degradazione del nostro lavoro e la rovina della scuola pubblica? 

FERMIAMO LA SPERIMENTAZIONE ALL’INTERNO DEI NOSTRI COLLEGI DOCENTI E RIPRENDIAMOCI LA DIGNITÀ PROFESSIONALE CHE LA COSTITUZIONE CI HA DATO. 

NO alla sperimentazione dei Tecnici e Professionali .

Cobas Scuola Bologna

COL SILENZIO/ASSENSO ESPERO CI VUOLE TOGLIERE IL TFR

Ulteriore truffa ai danni dei lavoratori e delle lavoratrici della scuola!


Se all’inizio del 2007 la preda dei cacciatori dell’industria del risparmio gestito era stato il TFR di lavoratrici e lavoratori del settore privato, ora tocca al settore pubblico.

Dopo l’accordo di settembre 2021 sul Fondo pensione Perseo‐Sirio per i comparti pubblici extra‐scuola, il 16 novembre 2023, è stato sottoscritto definitivamente l’Accordo sulla regolamentazione inerente alle modalità di espressione della volontà di adesione al Fondo pensione Espero, anche mediante forme di silenzio-assenso, ed alla relativa disciplina di recesso del lavoratore.

Cosa prevede questo accordo?

  • Si applica al personale assunto, dopo il 1° gennaio 2019, nelle amministrazioni pubbliche destinatarie del Fondo Nazionale Pensione Complementare per i lavoratori della Scuola Fondo Pensione Espero, il fondo di previdenza complementare negoziale a cui possono aderire tutti i lavoratori della scuola e delle Istituzioni di alta formazione artistica, musicale e coreutica.
  • Prevede sia l’adesione espressa, mediante una esplicita manifestazione di volontà dell’aderente, sia l’adesione mediante silenzio-assenso (cosiddetta “adesione tacita”)
  • Per questo secondo caso (il silenzio-assenso), l’accordo definisce modalità e regole che assicurino una puntuale ed esaustiva informazione per i neo-assunt*. Si prevede, infatti, che il lavoratore al momento dell’assunzione riceva una dettagliata informativa dalla propria amministrazione, contenente informazioni generali sulla previdenza complementare e informazioni specifiche sul Fondo Espero, anche mediante rinvio al sito web del Fondo o di siti web istituzionali, sulla possibilità di iscriversi e sul meccanismo del silenzio-assenso. Nei nove mesi successivi, il lavoratore può iscriversi espressamente o dichiarare che non vuole iscriversi (in tale ultimo caso, naturalmente, non scatta il meccanismo del silenzio-assenso). Se non fa né l’una né l’altra cosa allo scadere dei nove mesi egli è iscritto. Riceverà, quindi, una seconda comunicazione, stavolta da parte del Fondo Espero, che lo informerà dell’avvenuta iscrizione evidenziando anche che, entro un mese, potrà esercitare il diritto di recesso. Solo dopo che è trascorso questo ulteriore periodo, senza che sia stata manifestata alcuna volontà, l’iscrizione si perfeziona.

I SINDACATI CONFEDERALI, CHE HANNO FORTEMENTE VOLUTO QUESTO ACCORDO, DOVREBBERO VERGOGNARSI!

Invece di lottare per adeguare gli stipendi all’inflazione, decidono, nascondendolo ai lavoratori e con la trappola del silenzio – assenso, di utilizzare il tfr per arricchire le casse del “loro” fondo pensione, visto che in 20 anni non sono riusciti a convincere più del 10% della categoria all’adesione volontaria.

Noi non abbiamo la volontà di fare i consulenti finanziari, imbarcandoci in dimostrazioni su cosa sia vantaggioso e cosa no, e siamo coscienti che quell’1% aggiunto dallo Stato, a carico quindi della fiscalità generale, ma a beneficio unicamente di chi effettua questa scelta privatistica, possa essere allettante. Ciò non toglie che l’intera operazione sia eticamente, politicamente e sindacalmente ignobile per chi la propone al posto della tutela della previdenza pubblica, anzi, dopo aver contribuito ad affossarla. E vogliamo al proposito fare alcune considerazioni:

  • Il TFR è salario differito, cioè sono soldi del/la lavoratore/rice, messi lì da parte. Che qualcuno si arroghi il diritto di prenderseli in gestione semplicemente attraverso il silenzio del dipendente dà l’idea di un borseggio con scaltrezza. Rivendichiamo che sia il/la lavoratore/rice a poter decidere cosa fare dei propri quattrini, con una propria esplicita scelta, non veicolata dal “silenzio”.
  • Ricordiamo che aderendo ad ESPERO l’unica certezza è che non si riceverà più il TFR, cioè un accantonamento annuo che corrisponde quasi al valore di una mensilità e che ha una rivalutazione annua pari all’1,5% fisso più il 75% del tasso di inflazione (per giugno 2022 è complessivamente del 4,8%, ISTAT).
  • Nessuna garanzia di questo tipo può essere data da ESPERO e, al limite, neppure la restituzione delle somme versate, in quanto gran parte degli importi sono investiti in azioni, obbligazioni, titoli di stato. Può andar meglio che col TFR? Certo! Può andar peggio? Altrettanto certo!
  • Docenti e ATA sono esclusi da qualsivoglia controllo circa la qualità e il valore etico degli investimenti effettuati dai fondi pensione, cosa che non avviene neppure nei piani proposti dalle banche, nei quali si può decidere, ad esempio, di evitare di puntare su cose tipo armi o energie fossili… che possono far bene alle proprie tasche, ma sicuramente non al pianeta e a chi ci vive.
  • La scelta di destinare il proprio TFR ai fondi pensione è irreversibile e non ammette ripensamenti.

La previdenza integrativa è priva di difese contro l’inflazione. 

Molto meglio il Tfr

  1. Con l’inflazione i nodi vengono al pettine. I risultati di fondi pensione e piani individuali pensionistici (Pip) sono disastrosi.
  2. La questione è attuale perché è uscita la relazione annuale della Covip, organo di vigilanza. Ma come sarebbe andata si era capito già a fine 2022-inizio 2023, tanto che persino la stampa economica si era convertita. Sullo stesso Corriere della Sera, sistematicamente schierato a favore della previdenza integrativa, si scriveva infatti che “tenersi stretto il Tfr è al momento la soluzione più saggia”.
  3. I dati per il 2022 sono eclatanti. Ragioniamo sui risultati lordi, non inficiati da favori e dispetti fiscali. La rivalutazione del Tfr dei lavoratori dipendenti è stata del 10%, negativi invece i rendimenti medi della previdenza integrativa; negativi già in termini nominali: dal -9,8% al -11,5% a seconda dello strumento. Come dire? Più 10 da una parte, meno 10 dall’altra. Anche per linee cosiddette garantite dei fondi pensione è stata una batosta: una perdita reale media del 15,6%.
  4. Tutto ciò non è conseguenza di qualche evento inimmaginabile, bensì della più grave stortura della previdenza integrativa: la totale assenza di tutela del potere d’acquisto.

Non facciamoci ingannare: denunciamo l’ennesimo attacco antidemocratico portato avanti dai Sindacati Confederali ai danni dei lavoratori e delle lavoatrici. 

Teniamoci stretto il nostro TFR!!


Tradotto: per non cadere nella trappola del silenzio assenso invitiamo i e le colleghe assunte dopo il 1^ Gennaio 2019 (*) e tutti quelli che saranno assunti con le nuove tornate, di consegnare in segreteria della propria scuola e far protocollare il seguente modulo e inviarlo anche via PEC o raccomandata a ESPERO.

 Appello per il cessate il fuoco a Gaza 

Come Cobas scuola Bologna aderiamo, sosteniamo e invitiamo a firmare questo appello delle lavoratrici e dei lavoratori della scuola “per il cessate il fuoco immediato e lo stop al massacro in Palestina, per il rispetto del diritto umanitario internazionale”

La petizione ha superato le 800 firme in una settimana.  Se hai già firmato puoi inoltrare il link a colleghe e colleghi ATA, docenti, educatori e educatrici o stampare il volantino con qr code. 

Chiediamo, dunque, che il cessate il fuoco attuale diventi permanente e la fine del regime di Apartheid in Palestina.


A questo link puoi leggere il testo completo on line e firmare l’appello.

Renderai visibile il tuo nome e cognome sulla piattaforma compilando il campo dei commenti.

Scarica qui il volantino con petizione e qr code da stampare e mettere nelle scuole.





Comunicato sul silenzio per Giulia Cecchettin

Bologna, 21 novembre 2023

Oggi è stato chiesto alle scuole di osservare un minuto di silenzio, ma noi non vogliamo stare in silenzio. Al contrario, vogliamo fare rumore. Vogliamo prendere la parola per parlare di ciò che è accaduto a Giulia e che accade tutti i giorni sotto i nostri occhi, nelle nostre vite e anche nelle nostre classi. Siamo consapevoli di avere delle responsabilità. Come insegnanti sappiamo quanto sia importante trovare le parole per dirlo. Le parole per denunciare, le parole per capire, le parole per esprimere e per condividere. Per questo non accettiamo oggi di stare in silenzio.

Vogliamo partire dalle parole di Elena,

la sorella di Giulia, che pensiamo debbano essere lette in tutte le classi, soprattutto dagli uomini. Contro la violenza non è più il momento del silenzio, è necessario prendere parola. Invitiamo tutti e tutte a leggerle, discutere nelle classi e a fare in modo che questo ennesimo terribile femminicidio e che il prossimo 25 novembre diventino un’occasione per interrogarsi, un’occasione di cittadinanza attiva nelle classi.

Queste le parole di Elena che leggeremo e discuteremo con gli alunni e le alunne:

“Turetta viene spesso definito come mostro, invece mostro non è. Un mostro è un’eccezione, una persona esterna alla società, una persona della quale la società non deve prendersi la responsabilità. E invece la responsabilità c’è. I «mostri» non sono malati, sono figli sani del patriarcato, della cultura dello stupro. La cultura dello stupro è ciò che legittima ogni comportamento che va a ledere la figura della donna, a partire dalle cose a cui talvolta non viene nemmeno data importanza ma che di importanza ne hanno eccome, come il controllo, la possessività, il catcalling. Ogni uomo viene privilegiato da questa cultura. 

Viene spesso detto «non tutti gli uomini». Tutti gli uomini no, ma sono sempre uomini. Nessun uomo è buono se non fa nulla per smantellare la società che li privilegia tanto. È responsabilità degli uomini in questa società patriarcale dato il loro privilegio e il loro potere, educare e richiamare amici e colleghi non appena sentano il minimo accenno di violenza sessista. Ditelo a quell’amico che controlla la propria ragazza, ditelo a quel collega che fa catcalling alle passanti, rendetevi ostili a comportamenti del genere accettati dalla società, che non sono altro che il preludio del femminicidio. 

Il femminicidio è un omicidio di Stato,

perché lo Stato non ci tutela, perché non ci protegge. Il femminicidio non è un delitto passionale, è un delitto di potere. Serve un’educazione sessuale e affettiva capillare, serve insegnare che l’ amore non è possesso. Bisogna finanziare i centri antiviolenza e bisogna dare la possibilità di chiedere aiuto a chi ne ha bisogno. Per Giulia non fate un minuto di silenzio, per Giulia bruciate tutto.” Elena Cecchettin

COBAS SCUOLA BOLOGNA

Sciopero della scuola e del pubblico impiego 17 novembre 2023

Appuntamento alle ore 9.30 in Piazza della Mercanzia

I COBAS BOLOGNA SCENDONO IN PIAZZA:

– per il cessate il fuoco immediato e lo stop al massacro in Palestina;

– contro l’aumento delle spese militari e l’invio di armi in Ucraina e in tutte gli altri scenari di guerra;
– contro la finanziaria dei tagli alla sanità, alle pensioni e alla spesa sociale;
– contro le grandi opere inutili e dannose e gli investimenti nell’economia del fossile;
– contro il progetto di premierato e il parallelo percorso di autonomia differenziata;
– per un aumento generalizzato degli stipendi del personale della scuola;
– contro lo sfruttamento dei precari, il nuovo sistema di reclutamento e le logiche dell’algoritmo;
– contro la gerarchizzazione della categoria e l’aumento indiscriminato delle richieste da parte dei dirigenti.

COBAS BOLOGNA

I COBAS SCUOLA ADERISCONO AL PRESIDIO CONTRO IL PATROCINIO DI ISRAELE DEI LUCCA COMICS E LO SFRUTTAMENTO DI LAVORATORI E STUDENTI

Zero Calcare, Fumettibrutti, Stefano Disegni, Amnesty International, Cgil..: si allunga di continuo l’ elenco di coloro che hanno deciso di disertare Lucca Comics per protestare contro il patrocinio dell’Ambasciata d’Israele. E’ vero che il patrocinio è stato concordato ben prima dell’orribile azione di Hamas del 7 ottobre (1400 israeliani uccisi e circa 250 ostaggi deportati) e del massacro dei palestinesi di Gaza. Ma la politica di apartheid, di colonizzazione ed erosione di territori, di discriminazioni nei confronti degli stessi arabi israeliani è cominciata ben prima del 7 ottobre: basti pensare che solo nel 2023 prima del 7 ottobre in Cisgiordania si sono registrati 147 morti per mano dell’esercito o dei coloni israeliani. Quindi, quel patrocinio si rivela una scelta politico culturale che avalla la politica del governo israeliano. Ma oggi stride ancora di più di fronte agli 8.362 morti civili, di cui 3542 bambini, tra i palestinesi di Gaza. Si tratta di diritto alla difesa o di vendetta, come ha detto esplicitamente un esponente del governo israeliano? Se si seguisse la triste logica del confronto statistico tra i morti si potrebbe forse anche parlare di rappresaglia.

Fermare la catastrofe umanitaria e il massacro è la premessa indispensabile per offrire una chance di pace a palestinesi e israeliani nell’ambito di uno Stato multietnico, multiculturale, laico e che garantisca a tutti il rispetto del principio di uguaglianza e la libertà religiosa. In fondo non è a questo che fa pensare lo stesso Asaf Hanuka (che, insieme al fratello, comunque non verrà a Lucca) quando nel presentare Arab jew scrive: “la mia famiglia proviene .. dal Kurdistan e dall’ Iraq…Erano ebrei ma profondamente radicati nella cultura araba. Parlavano arabo, assomigliavano agli arabi e apprezzavano la cucina araba. Tuttavia, l’influenza del movimento sionista, di origine europea, li ha spinti a fare una scelta: identificarsi come ebrei o arabi, anche se erano entrambi le cose”.

Ma Lucca Comics, purtroppo, si caratterizza da anni anche per lo sfruttamento dei lavoratori (alcuni pagati molto meno dei 9 o 10 euro lordi all’ora di cui si parla per il salario minimo legale) e degli studenti in alternanza scuola lavoro o PCTO. Tante volte abbiamo visto i ns studenti controllare il braccialetto all’ingresso dei padiglioni. Quanto tempo ci vuole per imparare questa complessa e difficile mansione? Mezz’ora, 10 minuti, 5 minuti? Il resto che cos’è se non sfruttamento di lavoro gratuito? Il lavoro gratuito è un ossimoro in netto contrasto con l’art. 36 della Costituzione: “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionale alla quantità e qualità del suo lavoro e, in ogni caso, sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Quale crescita formativa e soprattutto civile è garantita in questo modo? 

Per questi motivi aderiamo al presidio del 3 novembre alle ore 16 in P.zza Ricasoli a Lucca.

Esecutivo provinciale dei Cobas scuola della provincia di Lucca

Presentazione del libro “E la scuola va alla guerra … La militarizzazione della scuola italiana ” 27 ott h 18

Come Cobas Scuola Bologna organizziamo venerdì 27 ottobre dalle 18 alle 20 la presentazione del libro di Antonio Mazzeo “E la scuola va alla guerra – la militarizzazione dell’Istruzione in Italia”. 

Pensiamo, infatti, che sia importante costruire momenti di dibattito pubblico sugli effetti che la guerra in Ucraina e le altre crisi globali (sanitarie, climatiche, umanitarie) stanno portando nella nostra società, in cui la presenza dei militari è sempre più invadente. 

Il nostro punto d’osservazione privilegiato è la scuola, ma ci pare che questo tema possa interessare non solo lə insegnanti, ma tutte le persone che vogliono essere più consapevoli e provare a contrastare le trasformazioni che stanno prendendo forma e preparano la società futura. 

Antonio Mazzeo è autore di altri libri sul tema della militarizzazione (https://www.ibs.it/libri/autori/antonio-mazzeo) ed è membro attivo dell’Osservatorio contro la militarizzazione della scuola. 

Dialogano con l’autore Gianluca Gabrielli e Elsa Caroli

Come sempre, i COBAS a fianco e in sostegno del popolo palestinese

13/10/2023

L’operazione militare dispiegata da Hamas ha colto di sorpresa il potente dispositivo di guerra israeliano e i sistemi di intelligence mondiali. Il governo fascista di Netanyahu, sorto con lo scopo dell’ulteriore “pulizia etnica” e dell’annessione dei Territori Occupati dal 1967, è costretto ad invocare un governo di unità nazionale per gestire l’annientamento di Hamas, radendo al suolo Gaza dopo aver tagliato ai suoi due milioni di residenti i viveri, acqua, luce e gas, ovvero un crimine di guerra.

Essendo noi sempre stati schierati con le forze laiche e di sinistra che per decenni hanno guidato le lotte dei palestinesi, siamo lontani anni luce dall’integralismo islamista di Hamas e della Fratellanza Musulmana – dedita da sempre a intensificare lo scontro tra religioni, civiltà e culture – di cui Hamas fa parte, e tanto più dalla collusione e appoggio che essi danno alla orrenda dittatura iraniana o al regime fascista di Erdogan in Turchia; e ci ripugnano, chiunque ne sia il responsabile, le uccisioni di civili. Ma va preso atto che, per insipienza o corruzione di altre forze come l’ANP, che pure hanno avuto a lungo il sostegno di tanti palestinesi, oggi Hamas ha il consenso di una parte significativa della gioventù palestinese a Gaza ma anche in Cisgiordania. Ed in ogni caso, la nostra evidente ed enorme lontananza politica e ideale da Hamas e dall’integralismo islamista non ci fa oscurare la questione centrale: in questi decenni, e con ulteriore accelerazione negli ultimi anni, l’aggressore e l’oppressore è stato, ed è, Israele, e aggrediti e oppressi sono stati, e sono, i palestinesi. Al cui fianco e al cui sostegno dunque i COBAS si confermano, nella convinzione che pace non ci sarà finchè Israele non accetterà la convivenza paritaria, egualitaria e a-confessionale con il popolo palestinese.

Ogni guerra ha i suoi orrori e per lo più sono i civili a pagarne le conseguenze: e quello della falcidia dei giovani israeliani al rave nel deserto del Negev è uno di quelli che non dovrebbero mai accadere, visto che la cultura dei liberatori dovrebbe essere in grado di cancellare la barbarie “dell’occhio per occhio”. Però la resistenza palestinese ha il pieno diritto di combattere e agire per liberarsi dalla ferocia dell’occupazione: diritto riconosciuto anche da decine di risoluzioni dell’ONU e dalla Relazione 2023 sui diritti umani in Palestina ” negati e violati dal regime d’apartheid e di deterrenza israeliani”. Siamo dunque, come sempre, a fianco del popolo palestinese, mobilitati per far cessare l’occupazione così da dare una speranza alla coesistenza pacifica in quei territori e nel Medio Oriente. Chiediamo il cessate il fuoco e la fine dei bombardamenti, contro l’invasione e la distruzione di Gaza.

VITA , TERRA , LIBERTA’ PER IL POPOLO PALESTINESE

Esecutivo nazionale Confederazione COBAS